Il lavoro nell’Antico Testamento: scritti sapienziali

Va’ dalla formica, o pigro, guarda le sue abitudini e diventa saggio. Essa non ha né capo, né sorvegliante, né padrone, eppure d’estate si provvede il vitto, al tempo della mietitura accumula il cibo.

Pr 6,6-8

La saggezza biblica è aliena dal disprezzo e dalla svalutazione del lavoro, specialmente manuale, tipici della cultura ellenistica.

Infatti “il sapiente è attivo, laborioso, diligente1, con frequenza sentenzia contro la pigrizia ed esorta alla laboriosità, specialmente nella cosiddetta sapienza antica presente nel libro dei proverbi, ma anche nei più recenti libri deuterocanonici dell’antico Testamento (Siracide). Pur in questa concezione ottimista del lavoro umano, il sapiente sa che l’opera dell’uomo non è base solida su cui costruire e che ogni attività deve essere coerente alla volontà di Dio e sotto la sua benedizione: “è inutile lavorare se non c’è la benedizione del Signore, non soltanto perché i risultati sarebbero incerti, ma perché diventa impossibile dare un senso a quell’operare2.

Così “l’uomo biblico ha capito che il lavoro – quasi parabola di tutto l’agitarsi dell’uomo sulla terra – è una fatica spesso delusa, uno sforzo perennemente incompiuto3. È questo uno dei temi conduttori della riflessione del Qoelet: “Vanità delle vanità, dice Qoelet, vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?4. La sua è la domanda circa il senso del lavoro, non sul profitto5. E la risposta sembra drammatica: ciò che rimane della fatica dell’uomo, del suo lavoro è vanità, soffio di vento, inconsistenza, non senso: “Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c’è alcun vantaggio sotto il sole6. Quando l’uomo cerca il senso della sua vita in ciò che può produrre rimane con un’esistenza vuota e senza significato, diventa un idolatra perché fa del lavoro e dei suoi frutti il tutto della persona. In questo modo diventerà schiavo dell’accumulo e prigioniero dell’esasperazione del lavoro. Solo quando l’uomo non cerca la pienezza di vita come una conquista propria, ma come un dono di Dio, può sperimentare da amante della vita (come lo è l’uomo biblico) la gioia del lavoro, la soddisfazione della raccolta dei frutti, la pace della benedizione di Dio.

Altro testo sapienziale significativo per una teologia del lavoro è l’inno alla sapienza introvabile del capitolo 28 del libro di Giobbe. In esso si racconta l’insuccesso dello sforzo tecnico dell’uomo nel portare alla luce la sapienza e l’insufficienza di tutti i prodotti e le ricchezze accumulate nel quantificarla. Essa è infatti l’ordine del cosmo, il progetto del mondo e il senso della realtà. Solo nel corretto rapporto con Dio, l’uomo può trovare la sapienza e il significato della propria vita.

1 A. Bonora, Lavoro, in Nuovo dizionario di teologia biblica, a cura di P. Rossano, G. Ravasi, A. Girlanda, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 1988, pp. 776-788, p. 782.

2 Ibidem.

3 B. Maggioni, Il seme e la terra. Note bibliche per un cristianesimo nel mondo, Milano, Vita & Pensiero, 2003, p. 158.

4 Qo 1, 2-3.

5Il lavoro può avere un suo risultato, e Qohelet lo riconosce ampiamente, ma mai tale da dare un senso alla vita”. B. Maggioni, Il seme e la terra, p. 158.

6 Qo 2, 11.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...