«L’attesa della povera gente» di Giorgio La Pira

da Giorgiolapira.org, sito della Fondazione La Pira.

Questo saggio, particolarmente evocativo e chiaro nelle sue priorità specialmente a confronto con l’attuale campagna elettorale, apparve su “Cronache Sociali” nel 1950; è stato poi pubblicato nel 1951 dalla Libreria Editrice Fiorentina: G. La Pira, L’attesa della povera gente, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina 1951 (Collezione Servire).
Ripubblicato in G. La Pira, Per un architettura cristiana dello Stato, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina 1954 (Collana Questioni Disputate 2).

L’attesa della povera gente (disoccupati e bisognosi in genere?) La risposta è chiara: un Governo ad obbiettivo, in certo modo, unico: strutturato organicamente in vista di esso: la lotta organica contro la disoccupazione e la miseria.
Un Governo, cioè, mirante sul serio (mediante l’applicazione di tutti i congegni tecnici, finanziari, economici, politici adeguati) alla massima occupazione e, al limite, al «pieno impiego ».
Altra attesa -rispetto al governo- la povera gente né aveva, né ha: senza saperlo essa fa propria la tesi dell’Economist del Febbraio scorso: il «pieno impiego» è l’imperativo categorico fondamentale di un governo che sia consapevole dei compiti nuovi affidati agli Stati moderni.

Ma volere seriamente la massima occupazione e, al limite, il pieno impiego, significa accettare alcune premesse e volere alcuni strumenti senza l’uso dei quali non è possibile raggiungere quel fine.

C’è, anzitutto, una premessa di natura squisitamente cristiana: è vano – per un Governo – parlare di valore della persona umana e di civiltà cristiana, se esso non scende organicamente in lotta al fine di sterminare la disoccupazione ed il bisogno che sono i più temibili nemici esterni della persona.
Il documento inequivocabile della presenza di Cristo in un’anima ed in una società è stato definito da Cristo medesimo: esso è costituito dalla intima ed efficace «propensione» di quell’anima e di quella società verso le creature bisognose!
Vi sono disoccupati? Bisogna occuparli. La parabola dei vignaioli è decisiva in proposito: tutti i disoccupati che nelle varie ore del giorno oziavano forzatamente nella piazza – perché nessuno li aveva ingaggiati: nemo nos conduxit!- furono occupati: esempio caratteristico di «pieno impiego»: nessuno fu lasciato senza lavoro
Che significa, infatti, che tutta la legge ed i Profeti si riassumono nell’unico comandamento dell’amor di Dio e dell’amor del prossimo? Che significa ama il prossimo tuo come te stesso? Vorrei io essere disoccupato, affamato, senza casa, senza vestito, senza medicinali? No, certo: e, quindi, questo no io devo anche pronunziare per i miei fratelli.

Se io sono uomo di Stato il mio no alla disoccupazione ed al bisogno non può che significare questo: – che la mia politica economica deve essere finalizzata dallo scopo dell’occupazione operaia e della eliminazione della miseria: è chiaro! Nessuna speciosa obbiezione tratta dalle c. d. «leggi economiche» può farmi deviare da questo fine: devo sempre ricordarmi che il Vangelo non è un «libro di pietà» [anche!]: esso è anzitutto un «manuale di ingegneria» [parabola del costruttore, Mt. VII, 24-29]: cioè un rivelatore delle leggi costituzionali, ontologiche dell’uomo; le sole leggi che permettono una solida costruzione della vita personale, sociale e storica dell’uomo. Tutta la liturgia quaresimale, con i continui riferimenti all’antico Testamento, è incentrata attorno a questo pensiero salutare: digiuno sì, ma ricordati che l’essenza più profonda del digiuno sta nell’amore fraterno: frange esurienti panem tuum egenos vagosque induc in domum tuam: spezza il tuo pane all’affamato e dà nella tua casa abitazione ai senza tetto [Is. 58, 1-9]. (….)

1) È il governo persuaso che la disoccupazione, con la miseria morale che provoca, va combattuta come uno dei fondamentali nemici e delle fondamentali contraddizioni della società cristiana?

2) È il governo persuaso che la disoccupazione costituisca uno sperpero economico che incide gravemente sul reddito nazionale e che, a lungo andare, produce anche inflazione?

3) È il governo persuaso che la eliminazione della disoccupazione presuppone un regolamento del mercato del lavoro da operarsi mediante una pianificazione della spesa (pubblica e privata) che esso solo può compiere?

4) È il governo persuaso che nessun ostacolo di natura finanziaria può e deve impedire il raggiungimento almeno graduale di questo obbiettivo? Che i «danari» in ogni. caso non possono non esistere anche se è estremamente faticoso – ed esige sforzi intellettuali, volitivi ed anche di preghiera! – il reperirli? Che se c’è un bisogno essenziale umano non può mancare – poiché Dio esiste ed è Padre – il mezzo adeguato per soddisfarlo? Che questa proposizione dettata dalla fede è perfettamente convalidata dalla esperienza e dalla più recente e vitale teoria economica?

5) È il governo persuaso che l’assunzione di questo compito nuovo e così fondamentale importa un mutamento in certo senso radicale della sua politica economica e finanziaria, interna ed internazionale? Che esso importa l’elaborazione di un bilancio del Tesoro totalmente diverso, per struttura e per finalità, da quello attuale? Che esso importa un mutamento adeguato nella struttura del Gabinetto e nella struttura dell’apparato burocratico statale?

6) Ed, infine, vuole intanto il governo procedere alla immediata erogazione delle somme necessarie per sovvenire in qualche modo alle prime ed inderogabili esigenze dei disoccupati?

Ecco le domande precise che la povera gente fa al Governo: se il Governo può dare ad esse una risposta positiva allora la «crisi» sarà risolta ed il Governo -attirando sopra di sé le benedizioni della povera gente- farà come il sapiente costruttore del Vangelo: costruirà saldamente l’edificio sopra la roccia (S. Mt. VII, 24-29).
Se il Governo darà ad esse una risposta negativa allora la «crisi» assumerà dimensioni più vaste ed il Governo farà come lo stolto costruttore del Vangelo: costruì l’edificio sulla sabbia, venne la tempesta e vi fu grande rovina (S. Mt. VII, 24-29). (…)

Giorgio La Pira

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