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La pazienza di Dio e l’illusione dei nostri giudizi
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 24-30)
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Ci sono momenti in cui la fede è messa alla prova non tanto dall’ateismo, quanto dalla storia. Basta guardare il mondo: guerre interminabili, violenza, ingiustizie, il potere del denaro e della tecnica che sembra decidere il destino dei popoli. Se Dio è il Signore della storia, perché il male continua a crescere? Perché il suo Regno sembra così poco visibile?
Lo stesso interrogativo nasce guardando la Chiesa. Dopo duemila anni il Vangelo non ha conquistato il mondo e la percepiamo, soprattutto se il nostro sguardo è limitato all’Occidente, in costante ritirata. Le comunità cristiane sono fragili, attraversate da limiti, peccati e divisioni. Se Gesù è davvero il Figlio di Dio, perché il suo Regno non si impone con evidenza? Perché la Chiesa non appare irresistibile?
Gesù non risponde con una dimostrazione di forza, ma con una parabola. La zizzania di cui parla è una specie di gramigna che, nelle prime fasi della crescita, assomiglia quasi perfettamente al grano. Cresce fino alla sua stessa altezza e solo quando si formano le spighe è possibile distinguerla. Prima sarebbe impossibile estirparla senza sradicare anche il frumento. Solo alla mietitura si potrà separare il grano dalla zizzania: raccogliere l’uno nei granai e lasciare che i piccoli semi dell’altra vadano dispersi.
È un particolare agricolo che diventa una grande lezione spirituale. Gli operai vorrebbero intervenire subito: «Vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania?». Il padrone, invece, conosce il campo meglio di loro e risponde: «No». Perché il nostro sguardo è troppo corto. Ciò che oggi sembra zizzania può rivelare, con il tempo, il buon grano che Dio stava facendo maturare. E, viceversa, ciò che oggi ammiriamo come grano può rivelarsi sterile. Quante persone abbiamo giudicato senza appello e poi ci hanno sorpreso con una conversione! E quante volte chi appariva irreprensibile ha mostrato fragilità inaspettate! Solo Dio vede il cuore e conosce davvero il tempo della maturazione.
Per questo il Vangelo è una critica radicale alla fretta del giudizio. Anche oggi siamo tentati di dividere il mondo in buoni e cattivi, puri e impuri, amici e nemici. Vorremmo una Chiesa perfetta, dove ogni differenza sia eliminata e ogni problema risolto con decisioni nette. Ma la Chiesa che Gesù immagina non è una fortezza che espelle continuamente qualcuno per difendere la propria purezza; è un campo nel quale il Signore continua a seminare, mentre il bene cresce faticosamente accanto al male. Questo non significa relativizzare il male. La mietitura ci sarà e il giudizio appartiene a Dio. Significa però riconoscere che Dio non salva attraverso la forza, ma attraverso la pazienza. La sua attesa non è debolezza: è misericordia, è fiducia nella possibilità della conversione.
Vale anche per la vita della Chiesa. Lo Spirito non costruisce l’unità cancellando le differenze, ma suscitando carismi, ministeri, spiritualità e sensibilità diverse che imparano a vivere nella comunione. La tentazione fondamentalista nasce sempre dalla pretesa di anticipare il giudizio di Dio e di ridurre la ricchezza del Vangelo a un’unica forma, pensando che l’unità si costruisca eliminando chi è diverso. Il Vangelo insegna invece che l’unità è comunione, non uniformità; è pazienza reciproca, non selezione dei migliori. Papa Francesco ha espresso questa sapienza con un principio decisivo dell’Evangelii gaudium:
«Il tempo è superiore allo spazio» (EG 222). Noi vorremmo occupare subito gli spazi, risolvere tutto, stabilire chi ha ragione. Dio preferisce il tempo: accompagna, attende, fa maturare.
Infine, la parabola ci obbliga a guardare dentro di noi. Il campo non è soltanto il mondo o la Chiesa: è il nostro cuore. In ciascuno convivono il grano e la zizzania. Se Dio fosse impaziente con noi quanto noi lo siamo con gli altri, nessuno avrebbe speranza. Egli, invece, continua a credere nel bene che ha seminato in ciascuno.
La missione del cristiano, allora, non è sostituirsi al mietitore, ma custodire il campo. Non costruire una fede muscolare che giudica e divide, ma testimoniare la pazienza di Dio. Perché il Regno cresce così: silenziosamente, senza clamore, con la forza mite del grano che matura mentre il Signore, più paziente di noi, continua a sperare nell’uomo.
“A fin di bene”, nascono i rimedi peggiori del male stesso.
p. Silvano Fausti