Gesù e il lavoro

da Pretioperai.it, il sito dell’archivio e della rivista dei PO.

Non sono mai stato in terra santa. Finora, per come si è configurato il mio credere, non ho avvertito l’impulso interiore per decidermi a questo viaggio. Però vi è un luogo della Palestina dove con la mente ho sostato a lungo nella mia infanzia di prete: gli anni ’60, quando fresco di ordinazione, ultimati gli studi teologici, ho scoperto che dovevo ricominciare. Ricominciare dal Concilio, cambiando i paradigmi sui quali si era configurato il mio “sacerdozio”. E anche ricominciare da Nazareth.

Ricordo la figura di mons. Ancel, superiore dei sacerdoti del Prado, vescovo ausiliare di Lione, padre del Concilio, che veniva spesso in Italia per far conoscere ai preti la spiritualità di padre Chevrier, centrata sulla povertà. “Seguire Gesù Cristo più da vicino” era una delle parole ricorrenti. Nel suo libro-esperienza “Cinque anni tra gli operai” (Cinque anni tra gli operai, Firenze 1964) il vescovo si sofferma “Sul mistero di Nazareth”. Era la prima volta che sostavo e mi interrogavo su la vita nascosta di Gesù. Nella cristologia studiata in seminario, neppure una parola su quel silenzio lungo 30 anni, quasi l’intera vita di Gesù.

E poi ancora la scoperta della spiritualità di Charles de Foucauld e in particolare la lettura di “Come loro” (Come loro. La vita religiosa di Padre Charles de Foucauld, Roma 1961), la raccolta delle lettere indirizzate da René Voillaume, responsabile della fraternità, ai Piccoli Fratelli sparsi per il mondo. Un intero capitolo è dedicato alla scoperta che padre De Foucauld ha fatto del mistero di Nazareth.

Un terzo e decisivo momento di approfondimento è avvenuto attraverso Paul Gauthier con la lettura di “Con queste mie mani. Diario di Nazareth” (Torino-Leumann, 1965). Vi narra le sue giornate di lavoro manuale sulle orme di Gesù, nella stessa terra, seguendo l’esempio di Charles de Foucauld e sentendo rivolte a sé le parole di rimprovero: «Io sono quel Gesù per il quale e con il quale tu non vivi». Così nella sua mente e nel cuore sono rimaste scolpite le parole «Egli abitò tra noi». L’hanno guidato nel suo tentativo di vivere proprio come Gesù aveva vissuto in quel villaggio.

Contestualmente in quegli anni di respiro conciliare veniva pubblicato il suo “La chiesa dei poveri e il concilio” (Firenze 1966) a lui commissionato da alcuni vescovi, dove aveva raccolto testi e riflessioni intorno alla povertà quale condizione necessaria per il rinnovamento della chiesa.

Il laboratorio di Giuseppe

E’ il nome di una chiesa di Nazareth, presentata a Paul da un suo compagno di lavoro dopo che insieme avevano scavato, sotto il sole cocente, molti metri cubi di terra. «Si, qui c’è il laboratorio di S. Giuseppe. Gesù ha lavorato col padre suo».

Sono le stesse parole, sedimentate nel Vangelo di Matteo, messe sulla bocca degli abitanti di Nazareth, raccolti nella sinagoga, pieni di stupore dinanzi alla sapienza che Gesù manifestava: «Non è costui il figlio del falegname? E sua madre non si chiama Maria?…» (Mt 13,55).

Ό τοΰ τέκτονος υιός. In cosa consiste il lavoro di ό τέκτων? Le nostre traduzioni con il falegname, il carpentiere, esprimono molto parzialmente il senso racchiuso nel termine greco. Paul Gauthier così ne descrive le competenze nella Palestina di allora: «in quel tempo il carpentiere era l’uomo del legno, del ferro e della pietra, perché era ad un tempo carpentiere, falegname, fabbro e muratore, l’uomo nel paese che sapeva fare di tutto» (Gesù di Nazareth il carpentiere, Brescia 1970). Era quindi un lavoro che si svolgeva confezionando gli utensili necessari in agricoltura e nella gestione del bestiame (aratri, i gioghi per i buoi e anche per i portatori di acqua…), nella costruzione delle case, utilizzando anche le grotte del terreno roccioso, come pure realizzando i pochi mobili che arredavano le abitazioni. Dunque era un lavoro che metteva a contatto con tutta la popolazione del villaggio, in un rapporto di servizio, e che garantiva una sicura identità professionale: ό τέκτων appunto.

Nella tradizione ebraica il lavoro era molto valorizzato quale fondamentale dimensione dell’uomo voluta da Dio in rapporto con la creazione. L’occupazione nel lavoro era strettamente correlata con la Torah. Un pensiero del saggio Gamaliele è in proposito molto significativo: «E’ bene che lo studio della Torah si accompagni a qualche occupazione redditizia, perché l’attività spesa in entrambe allontana dal peccato: mentre quando lo studio della Torah non è unito a un altro lavoro, finisce con il venir meno e causa il peccato” (Cit. in Elena Bartolini, Il lavoro nella tradizione ebraica, in Il lavoro opera delle nostre mani, PSV 52, 101). Si comprende allora l’obbligo per ogni padre di insegnare un mestiere al proprio figlio. Venir meno a questo compito equivaleva a predisporlo a diventare un ladro (Ib. 107-109). Si può affermare che la trasmissione del sapere pratico che abilita al lavoro si poneva al livello dell’obbligo di insegnare la Torah ai propri discendenti. Infatti, «se un uomo impara due paragrafi della Torah al mattino e due la sera, e tutto il giorno si occupa del suo lavoro, ciò gli viene considerato come se avesse eseguito la Torah tutta intera [tutti i precetti]” (Midrash Tanchuma, Beshallach §20 in ibidem 102).

Queste sono alcune osservazioni che mettono in luce la pregnanza che esprimono le parole “il figlio del carpentiere”, integrandole con l’annotazione che troviamo in Luca: “A Nazareth… stava loro sottomesso. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini” (Lc 2,51-52).

Non è costui il carpentiere? (Mc 6,3)

Nel vangelo di Marco, Gesù stesso viene identificato come ό τέκτων. E’ lui il titolare di quel lavoro. Quello è il suo volto pubblico, che esprime la trama di relazioni basate sulle capacità operative delle mani di Gesù. Mani che trattavano il legno, il ferro e la pietra. Mani e corpo segnati, in qualche modo plasmati, dalla durezza del lavoro. E’ ancora Gauthier che nota: «A Nazareth vi era qualcuno che tutti credevano di conoscere […]. Era un uomo tra gli uomini in tutto simile ai suoi fratelli, avendo in comune la carne e il sangue, vivendo nella più comune condizione sociale, quella dell’operaio del suo tempo, e della sua terra, perché in quel tempo e in quella terra il carpentiere-fabbro del paese non era l’artigiano di oggi, ma l’operaio povero dei paesi in cui le leggi sociali non esistevano ancora» (Gesù di Nazareth… 27-28). Il lavoro occupava l’intera giornata la cui durata coincideva con la luce del sole, come dice il salmo: «Sorge il sole…allora l’uomo esce per il suo lavoro, per la sua fatica fino a sera» (Sal 104,32-33). Tolta la giornata del sabato e delle feste del calendario ebraico, per molti anni questo è stato il ritmo della vita di Gesù.

Sono proprio i compatrioti di Nazareth, quelli che l’avevano visto crescere e maturare e che avevano fruito del suo lavoro di ό τέκτων, che alzano il velo su quei lunghi anni e fanno emergere la domanda sulla continuità tra il prima e il poi, tra il carpentiere e quella persona che, destando la sorpresa di tutti, parlava ora con assoluta autorità (Mc 1,27). Domanda che trova una eco allarmata nei suoi familiari che tentavano di farlo rientrare nel suo rango, perché «dicevano infatti: “è fuori di Sé”» (Mc 3, 20).

Ora ci chiediamo noi che confessiamo il Cristo della fede: che senso ha un tale occultamento, sotto la figura dell’ ό τέκτων, di colui che l’incipit del vangelo di Marco presenta come «Gesù, Cristo, Figlio di Dio»? Un occultamento, peraltro, che non termina con la vita pubblica, ma in altro modo attraversa l’intero vangelo, in quello che viene chiamato «il segreto messianico», sino al disvelarsi ultimo, ma paradossale, nello sguardo del centurione che dinanzi al crocifisso, confessa: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,38 – Di Piero Stefani segnalo un articolo: Il nascondimento messianico, in Humanitas 1-2, 2005, dove l’autore fa un’interessante correlazione tra un testo del Deutero-Isaia: «Davvero tu sei un Dio che ti nascondi, Dio d’Israele che salvi» [Is 45,15] e la teologia del segreto messianico di Gesù sino al disvelamento che avviene nelle parole del centurione dinanzi a Gesù crocifisso).

Luminosità del mistero di Nazareth

Il silenzio avvolge Nazareth. Un silenzio che non va lacerato. In esso occorre entrare, assumendolo per accordarsi con la sua armonia e incamminarsi su un terreno che è sempre nuovo e attualissimo. Dal profondo risuonano echi lontani. Ricordate la «voce di silenzio», che segna il passaggio del Signore. percepita da Elia nella teofania dell’Horeb (1Re 19,12-13), oppure l’antifona d’ingresso della seconda domenica dopo il Natale: «Nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa, mentre la notte giungeva a metà del suo corso il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal trono regale». O ancora il punto luminoso del prologo di Giovanni: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῑν: pose la tenda tra noi)».

Prima di cominciare a parlare è venuto a vivere, immergendosi nella quotidianità umana, nel segreto del tempo che trascorre e che nel lavoro produce stanchezza, necessità di recuperare forze dopo aver lottato per piegare la materia, la pietra, il legno e il ferro, con l’aiuto del fuoco, per generare la forma voluta. Con gli strumenti tecnici rudimentali di allora il modulare la creazione aveva bisogno di forza umana, di tanta energia fisica da investire. Oltre che nel mondo degli uomini, la tenda è stata piantata nel duro mondo delle cose, quelle assolutamente necessarie per rendere la vita più umana e conviviale.

A questo punto mi sembrano legittime, e opportune, tre correlazioni a cui posso solo accennare:

La vita di Gesù, ό τέκτων, nel suo silenzio, si è immersa a pieno titolo nell’universalità di un mondo, avvolto pur esso nel silenzio che da sempre, in tutte le latitudini e in ogni cultura, ha dovuto lottare per vivere e spesso anche morire per far vivere altri. E’ utile ascoltare ancora Paul Gauthier: «nella storia degli uomini, il peso del lavoro pesa gravemente su coloro che devono penare non solamente per assicurare la vita della loro famiglia, ma ancora di più per il profitto di un piccolo numero di abili o di ricchi che vivono del lavoro degli altri. Questo grande peccato dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, Gesù ha voluto assumerlo su di sé per liberare l’umanità da questo sfruttamento criminale rivelando l’eminente dignità dei più piccoli dei suoi (Mt 25,40). Il grande lavoro che Gesù porterà a compimento sul legno della croce, Gesù lo ha già cominciato a Nazareth lavorando il legno e il ferro. […] Il Verbo fatto carne è entrato per mezzo del suo lavoro di carpentiere nell’umanità concreta, reale e sociale, unendosi a tutti gli uomini non in alto, apparendo come un re o un pontefice, ma in basso nella condizione di servitore» (Gesù di Nazareth… 40-41).

In più occasioni, nei quarant’anni di frequentazione dei pretioperai italiani, ho potuto constatare come il riferimento al Gesù di Nazareth, come anche a Paolo di Tarso che lavorava con le sue mani, sia stato un elemento importante, se non decisivo, nella scelta per un prete di entrare a pieno titolo nel mondo del lavoro, nella condizione operaia. Agli inizi, almeno in Italia, l’input per la scelta era venuta addirittura da Paolo VI: nella sua Lettera Apostolica Octogesima adveniens del 1971 annunciava l’invio di preti a condividere la condizione operaia: “Non è forse per essere fedele a questa volontà [diffondere le energie del Vangelo] che la Chiesa ha inviato in missione apostolica tra i lavoratori dei preti che, condividendo integralmente la condizione operaia, ambiscono ad esservi i testimoni della sollecitudine e della ricerca della Chiesa medesima?”), ma pochi anni dopo i dirigenti della chiesa si manifestarono sempre più lontani, per non dire contrari ad una tale opzione. Sono convinto che proprio il riferimento diretto al mistero di Gesù come fondamento ultimo, per molti di noi abbia rappresentato l’anima stessa della nostra permanenza nel mutare dei tempi e nelle inversioni di tendenza della chiesa del post concilio.

Il mistero di Nazareth riguarda la chiesa nella sua totalità e in ogni tempo. «Nazareth è un messaggio permanente per la chiesa». E’ mons. Ratzinger che scrive questo, in un libretto dedicato ai suoi confratelli nel 25° della loro ordinazione (1951-1976) quando era arcivescovo di Monaco. E’ conveniente lasciare a lui la parola:

Charles de Foucauld ha trovato il suo Nazareth […] in Siria, in una trappa ancora più povera […]. Da là scrive alla sorella: “ lavoriamo come i contadini, lavoro infinitamente proficuo per l’anima, durante il quale si può pregare e meditare… Si comprende bene cosa sia un pezzo di pane quando si sa per esperienza quanta fatica costa il fabbricarlo”.
Charles de Foucauld, seguendo le tracce dei “misteri della vita di Gesù” ha trovato il lavoratore Gesù. Ha incontrato il vero Gesù storico. [… ] Laggiù, nella meditazione vivente su Gesù, si aprì, così, una nuova via per la Chiesa. Perché lavorare con il lavoratore Gesù e immergersi in Nazareth, costituì il punto di partenza dell’idea della realtà del prete al lavoro. Fu per la Chiesa una riscoperta della povertà. Nazareth ha un messaggio permanente per la Chiesa. La Nuova Alleanza non comincia nel Tempio, né sulla montagna santa, ma nella piccola casa della Vergine, nella casa del lavoratore, in uno dei luoghi dimenticati della ‘Galilea dei pagani’, dalla quale nessuno aspettava qualche cosa di buono. Solo partendo da lì la Chiesa potrà prendere un nuovo slancio e guarire. Non potrà mai dare la vera risposta alla rivolta del nostro secolo contro la potenza della ricchezza, se nel suo seno Nazareth non è una realtà vissuta .

(Il testo come è citato è tratto dal bollettino semestrale de “I piccoli fratelli” 2 2005 pp. 9-10. In una diversa traduzione si trova in J. Ratzinger, Il Dio di Gesù Cristo, Brescia 2011, 85-86)

Roberto Fiorini

Nb: Questo articolo è stato pubblicato sul numero 205 (Gennaio/Febbraio 2013) della rivista Servitium.

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