Giovanni Battista Montini e le ACLI. Il “Movimento sociale dei lavoratori cristiani”: Espansione, fedeltà e ricerca di identità

Dopo l’attentato alla vita di Palmiro Togliatti del 14 luglio e lo sciopero generale proclamato dalla Cgil, la corrente sindacale cristiana e le Acli sono ormai pronte a decretare la scissione che è nell’aria da tempo. Il congresso straordinario del 15-18 settembre 1948 dà via libera alla costituzione di una nuova esperienza sindacale che si sviluppa, sotto l’impulso di Giulio Pastore, su principi di indipendenza e non confessionalità: la Libera Cgil, che dal 1950 assume il nome di Cisl.

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Le Acli, alla cui guida viene confermato Storchi, si danno la nuova definizione statutaria di “movimento sociale dei lavoratori cristiani”.

La crisi d’identità delle ACLI e la lettera di Montini

Gli anni 1948-1950 sono un periodo di grave crisi di identità per il movimento aclista: persa l’investitura sindacale, “dissanguata” l’ organizzazione di moltissimi quadri dirigenti e militanti a favore del nuovo sindacato — che si pone non senza divergenze e incomprensioni in totale autonomia di elaborazione e di formazione —, si nutrono molte incertezze all’esterno e all’interno delle Acli sulla continuità dell’esperienza.

È una lettera di Giovanni Battista Montini — allora sostituto alla segreteria di stato — scritta nel settembre 1949 per volontà di Pio XII che, ribadendo l’indiscutibile opportunità della permanenza e della missione delle Acli, offre al movimento una nuova investitura e la forza di riproporsi come “corpo rappresentativo” di tutti i lavoratori cristiani, “guida e orientamento” per la loro promozione.

20180910 Paolo VI e acli 2Ecco la presa di posizione di mons. Montini a nome del Papa, in una lettera inviata al Presidente Centrale delle ACLI (15 novembre 1949):

Poiché recenti avvenimenti nel campo delle organizzazioni del lavoro hanno determinato in alcuni ambienti perplessità e incertezze circa le funzioni delle ACLI e i loro rapporti con le altre Associazioni affini quasi che ne fosse ormai superflua l’esistenza e la funzione, Sua Santità, sempre così paternamente sensibile alle assillanti questioni delle classi lavoratrici, desidera far pervenire, per mio mezzo, al detto Consiglio Nazionale la Sua attesa parola illuminatrice e confortatrice. […] Occorre che quanti hanno a cuore l’elevazione e il vero benessere, oltre che materiale, morale e religioso dei ceti operai in Italia, vedano nelle A.C.L.I. lo strumento, nelle presenti circostanze, più adatto a meglio rispondere al raggiungimento di sì altro scopo […]. Rimane così sancita l’indiscutibile opportunità della permanenza e della missione delle A.C.L.I..

La “scoperta” del movimento operaio e del proprio esserne parte

Nei primi anni ’50, in cui si consuma la parabola politica di Alcide De Gasperi, la ricostruzione si accompagna alla accentuazione di enormi squilibri economico-sociali e rinascono tentazioni retrive anche in ambito cattolico, il movimento unisce il proprio impegno sul territorio a un vasto moto di ripensamento che condurrà alla elaborazione di “ideologia della seconda incarnazione delle Acli”, da allora punto di riferimento ideale, culturale e politico dell’associazione. Si tratta della “scoperta” del movimento operaio e del proprio esserne parte essenziale, elemento costitutivo.

La formazione nelle Acli negli anni ’50 e la nascita dell’ENAIP

La formazione è un settore fondamentale delle ACLI fin dall’inizio, dalla preparazione dei dirigenti, ai corsi di educazione degli adulti, alla formazione religiosa. In un filmato d’epoca i vari settori e i metodi della formazione aclista vengono raccontati con accuratezza.

Con il procedere dell’industrializzazione il benessere dei lavoratori e il loro progresso sociale dipende sempre più dal loro grado di preparazione e istruzione professionale. Le ACLI, attraverso l’ENAIP, iniziano la loro presenza nel settore della formazione; un cammino che procederà di pari passo con le trasformazioni del mondo del lavoro e della società italiana.

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Le ACLI sull’orlo della bancarotta: l’affare dei cappotti Marzotto

Per l’inverno 1953-1954 l’amministrazione centrale delle Acli fece un investimento nell’acquisto di una grossa quantità di giacche e cappotti Marzotto da vendere nei circoli Acli. Ma l’impresa risultò fallimentare perché quei cappotti rimasero in gran parte invenduti. A salvare le ACLI dal “fallimento” fu ancora una volta mons. Montini.

Ecco come l’on. Giulio Andreotti racconta questo incredibile episodio di cui le Acli si resero protagoniste:

L’unica vera “raccomandazione” che in tanti anni ricevetti da Montini riguardò le Acli, di cui era stato l’appassionato sostenitore fin dagli inizi. Era accaduto che l’amministrazione delle Acli – non so se per ingenuità o peggio – aveva imbarcato l’associazione in attività mercantili di esito disastroso; tanto che il rappresentante di una grande ditta tessile che aveva prodotto migliaia di cappotti, rivenduti tramite le Acli senza che fossero stati pagati al fornitore, aveva minacciato una denuncia per truffa, della quale erano facilmente prevedibili le conseguenze propagandistiche.

 

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Informato il Papa, ne era venuta la tassativa direttiva: se le Acli non avessero messo immediato riparo all’ammanco finanziario la Santa Sede avrebbe provocato lo scioglimento del movimento che, per sovrappiù, aveva già dato qualche preoccupazione ideologico-politica. Tramite mons. Dell’Acqua e subito dopo di persona, Montini chiese un mio intervento, se necessario chiamando in campo il presidente De Gasperi. La questione fu aggiustata mettendo naturalmente alla porta la persona che aveva provocato il pasticcio.

Dino Pennazzato, il 1 maggio 1955 e le “tre fedeltà”

L’aspetto più significativo della vicenda di cappotti Marzotto fu che all’inizio del 1954 il presidente Storchi dovette dimettersi. È allora che venne eletto un nuovo presidente: Dino Penazzato. La sua linea di attenzione alla Dc favorì la esplicitazione del “collateralismo” ed egli stesso venne cooptato nel consiglio nazionale dominato dalla nuova classe dirigente fanfaniana, vincitrice del congresso di Napoli.

20180910 Paolo VI e acli 5Il primo decennio della vita delle Acli viene celebrato con l’immenso raduno a Roma del 1 maggio 1955, solennizzato dalla grande udienza e dal forte discorso di Pio XII: una vera e propria “presa di possesso” di quella festa tradizionalmente socialista da parte del movimento cristiano di lavoratori. Un movimento che non vuole comunque “dividere ma unire”, come afferma Penazzato nel discorso ufficiale della giornata, poi sempre ricordato come “il discorso delle tre fedeltà”: alla classe lavoratrice, alla democrazia, alla Chiesa.

Una nuova crisi: la questione dell’incompatibilità

Negli anni successivi si prosegue la riflessione sulla necessità di un “inserimento” dei lavoratori “nella corresponsabilità e nello sviluppo dello Stato democratico” (la parola sarà sostituita con la meno impegnativa “partecipazione” per intervento diretto di Pio XII), per favorire la quale si ricerca “il massimo di unità tra i lavoratori” e una omogeneità di presenza degli aclisti nella Dc.

Sarà intorno a questo problema che scoppierà la “seconda crisi” delle Acli. Alla fine del 1958, il tentativo da parte di sindacalisti Cisl e aclisti di dar vita alla corrente di “Rinnovamento”, scatenerà la durissima reazione della stampa di destra cattolica e laica, e in particolare l’accusa di aver creato un “partito classista” dentro la Dc. Vi sono momenti di tensione e di incertezza — alimentate anche dalle voci di una inchiesta della Cei sulle Acli — e un tentativo di chiarificazione da parte dell’assistente ecclesiastico monsignor Santo Quadri. Infine, una terza lettera della Cei pone fine alla questione stabilendo precisi limiti al ruolo delle Acli, che non possono confondersi con una corrente di partito né ammettere la compatibilità tra la direzione del movimento e il mandato parlamentare.

20180910 Paolo VI e acli 6La lettera giunge non casualmente in vista del congresso nazionale di Milano (6-8 dicembre 1959), che si divide sulla risposta da dare e accoglie infine l’incompatibilità, ma ammettendo una possibilità di “deroga” che permetta a Penazzato di mantenere l’incarico di presidenza il tempo necessario per un passaggio non “traumatico” a un dirigente non parlamentare.

In realtà — a causa delle pressioni ecclesiastiche — egli è costretto a dimettersi dopo solo tre mesi dalla sua rielezione, il 10 aprile 1960; in un consiglio nazionale drammaticamente spaccato tra “compatibilisti” sostenitori di Ugo Piazzi e “incompatibilisti” sostenitori di Vittorio Pozzar, il primo ottiene una stentata maggioranza.

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