Questione ucraina, il mondo ortodosso in fibrillazione

da Riforma.it, il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.

Alto è il rischio di uno scisma intra-ortodosso, con conseguenze pesanti per l’intera Ekumene.

Infatti, in un “vertice” tenutosi ad Istanbul il patriarca di Costantinopoli e quello di Mosca non hanno trovato una soluzione condivisa al problema della strutturazione canonica della Chiesa ortodossa ucraina, cioè sulla concessione o meno, ad essa, della “autocefalia” (indipendenza ecclesiale). Dopo un crescendo di polemiche attizzate dall’una o dall’altra parte, il russo Kirill ha compiuto un passo inedito: accompagnato dal metropolita Hilarion di Volokolamsk, “ministro degli esteri” della Chiesa russa, il 31 agosto è volato ad Istanbul dove, al Fanar (residenza da secoli del patriarcato di Costantinopoli), ha incontrato il suo omologo, Bartolomeo I, “per discutere di problemi ecclesiali di comune interesse”. La parola “Ucraina” non viene mai citata, pur condensando, essa, il pomo della discordia. A rendere “impossibile” un accordo è stato il fatto che sulla storia di un millennio, e sulla cronaca degli ultimissimi anni, segnata anche da rivalità politiche, Mosca, Kiev e Costantinopoli hanno una narrazione contrastante.

Prima venne Kiev

Nel 988 il principe Vladimir di Kiev accolse il Cristianesimo, proveniente da Bisanzio; e così ben presto l’intera Rus’ si convertì. Dopo che, nel 1240, i mongoli devastano Kiev, il metropolita della città, e i suoi successori, cercheranno rifugio in Russia, ponendo la loro sede in varie città, e infine fissandola a Mosca, che era stata fondata solo nel 1147. Il 29 maggio 1453 i turchi ottomani conquistano Costantinopoli, ponendo fine all’impero romano d’Oriente. Mosca, intanto, cresce sempre più, come potenza politica e religiosa, e nasce il mito di essa come “terza Roma”, che nel campo ecclesiale dovrebbe quasi sostituire la prima, quella papista, e la seconda, ex bizantina. A metà del secolo successivo Ivan il Terribile sconfigge definitivamente i tartari invasori, e si proclama “zar”. Nel 1589 la Chiesa russa diventa patriarcato e, nel secolo successivo, Mosca “assorbirà” formalmente l’eredità di Kiev. Nel 1595-96 gran parte dei vescovi ortodossi ucraini optano per l’unione a Roma: per Mosca gli “uniati” sono dei traditori dell’Ortodossia. Sotto Stalin i greco-cattolici hanno subìto persecuzioni; ma nella nuova Ucraina essi sono la punta di lancia dei nazionalisti e, in merito alla Crimea, accusano la Russia di “aggressione” e “occupazione”, mentre i russi sono in gran maggioranza con Putin che nel marzo 2014 “si riprende” la penisola, un tempo “proprietà” di Mosca. Stante l’Unione sovietica, l’Ucraina ortodossa era un esarcato legato al patriarcato russo. Però nel contesto che porterà al collasso dell’Urss, nel 1991, la Chiesa ortodossa in Ucraina si frantumerà in tre parti: Chiesa ortodossa, legata a Mosca; patriarcato di Kiev, con il suo autoproclamatosi “patriarca” Filaret scomunicato da Mosca; Chiesa autocefala ucraina, modesta per numero. Nel frattempo cresce un contrasto tra Mosca e Costantinopoli, legato soprattutto a problemi di giurisdizione (a chi debbono infine fare riferimento gli ortodossi dell’Ucraina, dell’Estonia, degli Stati Uniti d’America…?). Il patriarca della “seconda Roma” – primus inter pares tra i capi ortodossi – ha una storia gloriosa alle spalle; ma, oggi, in Turchia, ha meno di cinquemila fedeli (e tre milioni nella diaspora), mentre il patriarcato di Mosca ne conta, solo in patria, un centinaio di milioni. I russi, inoltre, accusano Bartolomeo di comportarsi come “un papa degli ortodossi”.

Un rompicapo canonico e teologico

Negli anni recentissimi questa serie di tensioni – qui accennate per flash! – hanno avuto conseguenze amare: Kirill aveva assicurato che, con un’ampia delegazione, avrebbe partecipato al Concilio ortodosso di Creta, ardentemente desiderato da Bartolomeo, e previsto per il giugno 2016 ma, all’ultimo momento, è arrivato da Mosca il ”niet”: e mancando alla Grande Assemblea la Chiesa che, da sola, rappresenta quasi il 70% dei duecento milioni di ortodossi sparsi nel mondo, l’autorevolezza di quel Concilio è stata ferita e mutilata. In questo clima molto teso è cresciuta in Ucraina la volontà di creare un’unica Chiesa ortodossa nazionale, nella quale far confluire tutte quelle ortodosse là esistenti. Si prospetta, dunque, una Chiesa autocefala ucraina, analoga a quelle di Romania, Bulgaria, Serbia…. E qui è intervenuta la politica: il 9 aprile 2018 il presidente ucraino Petro Poroshenko si è recato al Fanar per chiedere a Bartolomeo e al suo Sinodo il “tomos” (decreto ufficiale) che garantisca questa autocefalia. Dieci giorni dopo il parlamento di Kiev ha approvato la proposta. A Mosca scatta l’allarme. Hilarion contesta le basi storiche e canoniche addotte da Kiev per avere la “autocefalia” – che farebbe sparire la Chiesa ortodossa legata al patriarcato russo – e avverte: se Costantinopoli darà il richiesto “tomos”, l’intera Ortodossia sarà sottosopra. Il metropolita non esemplifica, ma il quadro che adombra è drammatico: stato di scisma tra Mosca e Costantinopoli; le rimanenti dodici Chiese ortodosse autocefale schierate per l’una o l’altra Parte; estremo imbarazzo della Prima Roma; pesanti conseguenze sul Consiglio ecumenico delle Chiese. L’8 settembre il Santo sinodo russo ha respinto “con profonda indignazione” una decisione presa il giorno precedente da Bartolomeo e il suo Sinodo, che hanno nominato due vescovi operanti in Nord America, come “esarchi” in Ucraina, cioè aventi, qui, speciale autorità “per preparare l’autocefalia”. Mosca ha definito “anti-canonica” la scelta, e addossato a Costantinopoli “l’intera la responsabilità di questa vera minaccia all’unità dell’intero mondo ortodosso”. A questo punto, manca un solo passo perché Kirill e il suo Sinodo si pongano in stato di scisma rispetto a Bartolomeo e ai suoi vescovi. Una tempesta ecclesiale perfetta, e non provocata in nome dell’Evangelo.

Luigi Sandri

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