Dal 19 al 22 giugno 1969 si era svolto l’XI Congresso nazionale delle ACLI, il congresso della fine del collateralismo nei confronti della Dc e dell’acquisizione del principio del voto libero degli aclisti, proclamato per la prima volta in Italia da una associazione cattolica.
Le preoccupazioni e i timori che il congresso di Torino non avevano mancato di suscitare in ambito democristiano e cattolico sono destinati a moltiplicarsi ben presto. Con le lotte dell’ ”autunno caldo”, l’unità con le forze del movimento operaio acuisce all’interno delle ACLI la sensibilità anticapitalistica e classista, mentre si intensifica l’attenzione per il marxismo come metodo privilegiato di interpretazione della realtà sociale.

Il difficile dialogo tra la CEI e le ACLI
Il 6 marzo 1970 interviene la Cei con una lettera in cui si chiedono chiarimenti in ordine alla “comunione ecclesiale” del movimento e si esprimono “perplessità e turbamento” per l’uso di linguaggi “inconciliabili con la visione cristiana”. È l’inizio di un dialogo tra la Cei e le Acli che verrà interrotto dopo l’incontro di Vallombrosa del 1970, l’incontro della “ipotesi socialista”.
Questi i 4 punti della lettera con richiesta di chiarimento del 6 marzo 1970 del presidente della Cei, cardinale Antonio Poma a Emilio Gabaglio:
- Se le Acli “volevano ancora essere considerate movimento sociale dei lavoratori cristiani” (art.1 dello statuto);
- se consideravano ancora obbligante la formazione integrale del lavoratore (art.2);
- se intendevano “ancora avvalersi della presenza del sacerdote assistente”;
- se assicuravano di tenere in debito conto i valori fondamentali dell’insegnamento sociale del cristianesimo.
Per rispondere alla lettera del cardinal Poma, le Acli, dopo aver consultato i presidenti provinciali, elaborano una “memoria”, assai articolata che riassume in modo organico il punto di vista del movimento.
Per le Acli il Concilio e le più recenti encicliche sociali indicano i principi informatori di una visione cristiana del mondo moderno. Sicché essere cristiani ed essere lavoratori comporta oggi assumere nella sua interezza la condizione operaia e l’iniziativa volta al suo riscatto e fare quindi una scelta di classe, incarnandovi la propria testimonianza cristiana, come singoli e come gruppo. [In questo senso] scelta di classe significa collocarsi dalla parte dei lavoratori, degli oppressi, degli sfruttati, degli esclusi della moderna società industriale, nelle singole comunità, nell’ambito del nostro paese e su scala mondiale.
La lettera del cardinale e la memoria saranno i testi di riferimento del “dialogo” sulle Acli che, per un anno intero, dal maggio 1970 al maggio 1971, impegnerà le due “delegazioni” con un metodo di confronto diretto su basi paritarie mai attuato prima nel rapporto Chiesa e Acli.
I colloqui si fermarono bruscamente subito dopo l’incontro nazionale di studi delle Acli che si tenne a Vallombrosa dal 27 al 30 agosto 1970, sul tema “Movimento operaio, capitalismo, democrazia”. Nel corso dell’incontro di studi il presidente nazionale delle Acli Gabaglio lancia quella che sarà ricordata come la ipotesi socialista delle Acli, che ottenne una grande eco sulla stampa italiana.
Vallombrosa 1970: l’ipotesi socialista
Nell’abbazia benedettina di Vallombrosa, vicino a Firenze, si svolge nei caldi giorni di fine agosto 1970 l’annuale convegno di studi delle ACLI sul tema “Movimento operaio, capitalismo, democrazia”.
Aprendo i lavori del convegno, Gabaglio ricorda che l’analisi dei temi in discussione «segue in parte strade note, ma l’intenzione è quella di spingersi più avanti e di verificare più puntualmente la nostra elaborazione alla luce degli interrogativi che la realtà sociale e politica pone in continuo e con crescente urgenza al nostro impegno».
Rifiutata sia l’ideologia marxista come concezione filosofica, sia il sistema capitalistico, la convinzione è che «una scelta socialista, ma autentica, non è incompatibile con la coscienza cristiana».
Le reazioni e la deplorazione di Paolo VI
Tensioni e polemiche sono immediate, dentro e fuori il movimento. Monsignor Cesare Pagani, dal 1964 subentrato a Quadri come assistente, prende decisamente le distanze, il consiglio permanente della Cei emana un duro comunicato nel maggio 1971.
La “scelta socialista” ha come conseguenza più clamorosa per le Acli la deplorazione di Paolo VI (19 giugno 1971) che, in contrasto con la consuetudine che lo lega al movimento, è straordinariamente severa:
Noi abbiamo visto con rammarico il recente dramma delle Acli, e cioè abbiamo deplorato, pur lasciando piena libertà, che la direzione delle Acli abbia voluto mutare l’impegno statutario del movimento e qualificarlo politicamente scegliendo per di più una linea socialista, con le sue discutibili e pericolose implicazioni dottrinali e sociali. Il movimento, che ha goduto in Italia per non brevi anni di particolare interessamento da parte della Chiesa, è purtroppo così uscito, di sua iniziativa, dall’ambito delle associazioni per le quali la Gerarchia accorda il suo “consenso”.
Ricorda Domenico Rosati:
La deplorazione di Paolo VI giunse come un fulmine a ciel sereno. Anche perché nei giorni precedenti c’era stata una presa di posizione della Conferenza Episcopale Italiana che prendeva le distanze dalla scelta politica che le ACLI avevano fatto, ma ribadiva il concetto conciliare della autonomia e della responsabilità dei laici nel campo delle cose temporali. Il Papa invece ci riportò alla natura che lui attribuiva alle ACLI, cioè il carattere di “opera di Chiesa” che le ACLI secondo il suo punto di vista avevano, e quindi la deplorazione riguardava non il contenuto ma il fatto che avevamo sconfinato.
Il disorientamento è grande e le conseguenze pesanti.
Le pesanti conseguenze della deplorazione
Il ritiro degli assistenti spirituali, la sospensione del contributo economico della Santa sede al movimento e l’abbandono obbligato della sede centrale che fino ad allora lo ha ospitato, confermano la vera e propria sconfessione avvenuta.
Gli effetti saranno dirompenti: due scissioni e la costituzione di un nuovo movimento, il Movimento cristiano lavoratori (Mcl), che avrà un suo seguito e conseguenze laceranti in alcune province.
Quando sarà ormai troppo tardi Gabaglio farà la sua autocritica e ad essa si accompagneranno alcune dolorose estromissioni.
Nelle Acli, le correnti interne che non avevano gradito la svolta a sinistra abbandonano l’associazione. Nascono così prima le “Libere Acli”, che cambieranno presto nome in “Movimento Cristiano dei Lavoratori Italiani” (Mocli) e poi le “FederAcli”.
Questi movimenti, che successivamente si uniranno per costituire il Movimento Cristiano Lavoratori o MCL, furono costrette a prendere atto del fatto che la gerarchia, una volta scisse le sue responsabilità, non aveva più intenzione di farsi coinvolgere direttamente e di offrire coperture.
La decisione dell’episcopato di creare gruppi di sacerdoti addetti alla pastorale nel mondo del lavoro, ma non legati a nessuna associazione, ne è una riprova eloquente.
Le ACLI post-deplorazione
Il dibattito interno alle ACLI porta alla costituzione di tre correnti capeggiate da Gabaglio, Pozzar, Geo Brenna, con diversi orientamenti culturali e politici.
All’interno delle ACLI si verifica un confronto politico duro tra la corrente di sinistra e la corrente maggioritaria, a cui si è avvicinato anche il gruppo di Pozzar, che punta a un recupero di immagine ecclesiale e politica delle Acli che rende necessario un mutamento di vertice.
Da un accordo tra queste due correnti nasce nel novembre 1972 la presidenza di Marino Carboni che — nell’intento di arginare scissioni e perdite e ristabilire un miglior rapporto con la Dc e con la Cei — propone un’immagine di ACLI più “neutra”, come “luogo di incontro” e di “confronto” tra forze di diversa ispirazione.