«Mettiamo a frutto i talenti ricevuti da Dio». Il discorso di Alessandra Trotta, neoeletta moderatora della Tavola Valdese

da Chiesavaldese.org, il sito dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi.

Cari fratelli e care sorelle, è con grande emozione che rispondo alla chiamata a rendere il servizio per il quale mi avete eletta. Non vi nascondo il timore nascente dalla consapevolezza di tanti limiti, ma anche la fiducia che nasce dal rispetto del significato che nella nostra ecclesiologia attribuiamo alla sinodalità come modalità per discernere e  decidere e dalla profonda convinzione nel valore della collegialità e dunque della messa in comune di competenze, doni, discernimento con i fratelli e le sorelle che nel prossimo anno condivideranno con me le responsabilità all’interno della Tavola valdese, come ho già potuto sperimentare con forza nell’anno passato.

A sostenermi anche il pensiero del molto che ho ricevuto per essere cresciuta nella fede all’interno della nostra Chiesa. Il mio cammino è stato straordinariamente variegato, ma credo che offra un quadro realistico del tanto che un bambino, una bambina; e poi un giovane e un adulto, in forma differenziata possono sperimentare nelle nostre chiese e della cui preziosità non sempre ci rendiamo conto.

L’autocoscienza che nasce dalla necessità di rendere conto di scelte non conformi e conformate e di rinnovare ogni giorno la scelta, in un contesto anche socialmente impegnativo, come quello di una grande città del Sud Italia, un contesto che allena a lottare per ottenere ciò che dovrebbe invece essere un diritto, per te e per gli altri; e alla resistenza contro le ingiustizie; in una comunità di valdesi e metodisti ancora prima del Patto d’Integrazione, una comunità in cui sin da bambini si può apprendere, insieme all’ascolto di una Parola che chiede di essere vissuta nella quotidianità delle relazioni, e ai primi rudimenti della conoscenza delle Scritture, attraverso un approccio critico; anche l’esercizio della democrazia, non come dittatura della maggioranza ma come ricerca di soluzioni condivise; l’esperienza interculturale, in una delle prime comunità dell’essere chiesa insieme, un processo trasformativo accettato e vissuto con grande consapevolezza, che ha modificato in modo significativo la mia spiritualità, la visione delle cose, le prospettive, il senso del tempo e delle priorità. L’impegno nella diaconia istituzionale, al Centro Diaconale la Noce: un ribollire di competenza, passione e creatività, a contatto con tutte le contraddizioni, le tensioni, le sofferenze del mondo, ma anche con la bellezza della sfida educativa e l’attenzione alla cura delle persone più vulnerabili in una prospettiva sempre emancipante, supportata dalla speranza viva di cambiamento; una scuola anche per lo sviluppo di rapporti con le istituzioni pubbliche caratterizzati da rispetto delle istituzioni preposte al perseguimento del bene comune, al di là delle persone che le incarnano, da spirito di collaborazione, ma sempre dialettici, in cui si impara la distinzione dei ruoli, il senso del limite e a mantenere la schiena dritta; e poi, negli anni di impegno all’interno del Comitato Permanente dell’OPCEMI, le straordinarie opportunità di allargamento dello sguardo e di fare esperienza della Chiesa come dimensione più ampia negli incontri ecumenici e con le Chiese sorelle delle nostre famiglie confessionali; e l’esperienza ultima, a Napoli e Portici, di comunità diaconali, aperte all’accoglienza nel senso più ampio del termine.

Siamo tutto questo e siamo molto di più, ciascuno di voi può fare lo stesso esercizio.

Non credo sinceramente che vi possa essere spazio per il ripiegamento e per la nostalgia di un passato guardato con le lenti deformanti dell’idealizzazione; al quale appartengono, insieme a esempi luminosi di coraggio e fedeltà, anche modelli e stili che oggi, sia nell’essere chiesa, sia nel fare diaconia, non potremmo e forse non vorremmo neppure riprodurre e che comunque non potrebbero funzionare allo stesso modo in un contesto totalmente mutato. Non renderemmo onore alle generazioni che ci hanno preceduto, se sfuggissimo alla responsabilità di leggere i segni dei nostri tempi e di interpretare le sfide dell’oggi.

Siamo però responsabili della messa a frutto dei talenti che abbiamo ricevuto, in una storia lunga più di 800 anni, e che siamo chiamati ad usare in modo rinnovato e creativo

Nella realtà di diaspora nella quale, per come abbiamo ascoltato nella bella giornata Miegge, i cristiani tutti sono oggi chiamati a vivere, cosa c’è di nuovo, per noi protestanti italiani poi, per cui dovremmo temere?

Cosa c’è di nuovo per cui dovremmo temere nel fatto che una proposta di vita, un ideale di convivenza umana coerente con il cuore dell’Evangelo, dunque aperta, solidale, inclusiva, vengano ridicolizzate, osteggiate, addirittura additate come causa dei problemi? Non c’è meno bisogno, c’è più bisogno di una predicazione appassionata del puro evangelo, nella quale siamo responsabilizzati ad offrire il meglio di ciò che abbiamo imparato ad essere, senza alcuna pretesa di rappresentare tutto ciò che una Chiesa cristiana può essere, ma anche sottraendoci all’ossessione di definire confini.

Una parte del meglio di ciò che abbiamo imparato ad essere mi sembra sia risuonato nella predicazione dei culti che hanno aperto le sedute, come nei dibattiti e nelle decisioni serie, mature di questo sinodo. Mi soffermo su alcune parole, che mi sembrano particolarmente significative, anche perché svelano l’inconsistenza di alcune delle false alternative nelle quali qualche volta ci incartiamo: interno-esterno;  predicazione-diaconia…

1 – La prima parola è NOI: il noi al quale guarda una predicazione ispirata dalla visione del piano di Dio per l’umanità, un piano sempre sociale, per la comunità degli umani: una comunità che non schiaccia le individualità, ma le valorizza una per una; e poi le chiama a crescere, a uscire e a contribuire alla costruzione e alla cura di una comunità rinnovata.

Il giardino da lavorare e custodire, la città, il banchetto nuziale, la festa, il corteo gioioso, multiculturale, intergenerazionale, degli esuli che ritornano a casa, con in testa le persone ritenute più fragili e vulnerabili.

Tutta la Bibbia è pervasa da immagini che parlano di una predicazione del “noi”.

Ma questo “noi” è un noi universale (non contrapposto ad un voi che individua i nemici da cui difendersi); non è settario, elitario ed escludente. Una bella differenza dal NOI che sentiamo tanto spesso pronunciato con violenza, talvolta odio, per contrapporre e dividere.

La Parola parla ad ogni singolo, lo chiama, lo converte, lo rinnova e fortifica, ma non per isolarlo nel suo “io con Dio”, ma per fargli assumere una responsabilità per un “noi”, per la comunità umana nella quale soltanto ognuno può vivere veramente la dimensione di pienezza cui è destinato.

E’ nell’incontro con il Dio di Gesù Cristo che la contrapposizione fra singolo e comunità, fra diritti individuali e sociali, fra benessere personale e bene comune si può davvero sciogliere in un equilibrio virtuoso. La comunità non assorbe il soggetto fino a cancellarlo nella sua specialità e individualità unica; e l’individuo non si concepisce come il centro del mondo al quale asservire gli altri, in un’illusione di autonomia egoistica.

In molte delle esperienze religiose, anche cristiane, che hanno più successo oggi, c’è molto io, ma c’è poco noi. Le nostre Chiese hanno sempre insistito e per questo si sono distinte, in una predicazione del noi e non dell’io e io penso che di una predicazione del noi, non contrapposto ad un voi, siamo chiamati ancora, nel nostro piccolo, a farci carico con perseveranza e gioia.

2 – La seconda parola è capovolgimento ribaltamento: il nostro sinodo ha incoraggiato la Commissione sinodale per la Diaconia a proseguire la campagna di sensibilizzazione che ha come motto “prima gli ultimi”: il grande si fa piccolo, l’ultimo diventa primo, il libero si rende servo, lo schiavo diventa libero; il sapiente si fa umile; l’umile diventa sapiente, il forte si fa debole, il debole diventa forte….

Gesù pone il ribaltamento dello status al centro di un’etica fondata su un’interpretazione del rapporto con Dio a partire dalla sua rivelazione sulla croce: come mirabilmente descritta nell’antichissima confessione di fede cristiana riportata da Paolo nel 2°capitolo della lettera ai Filippesi.

In molte chiese cristiane vi è molta croce, ma soprattutto molto calvario; nell’enfasi, commossa, delle sofferenze di Gesù, per la nostra salvezza, si piange ricordando, a volte persino con un eccessivo gusto dell’orrido, il suono delle frustate, il dolore dei chiodi, il sangue che cola… e al pensiero che tutto questo Gesù lo ha patito per noi…

Ma vi è poco ribaltamento degli status: nelle relazioni comunitarie come nel servizio al prossimo, c’è da chiedersi se avviene questo ribaltamento:  muta lo status di chi serve e muta lo status di chi è servito; e come?

Gesù indica ai suoi il servizio come ribaltamento dello status come strada del discepolato, del camminare dietro di lui: allora, è inutile che ci si commuova al pensiero delle sue sofferenze, se non si capisce che Gesù venuto per servire è un evento critico, di rottura di portata straordinaria; è un evento che rompe, che cambia, che ribalta le relazioni.

Ecco, io penso che le nostre chiese sono cresciute in questa predicazione, in questa teologia della croce: non sempre riescono ad essere coerenti con la predicazione nella quale sono cresciute; anzi spesso sono infedeli, perché è veramente difficile incarnare questa predicazione del ribaltamento dello status come centro dell’etica, ma ancora una volta, penso che questa predicazione sia drammaticamente attuale, che ce ne sia bisogno, che siamo chiamati a farci carico di questa seconda parola.

3 – La terza parola è una parola che guarda all’interno della comunità cristiana, al come dovrebbe essere organizzata, di come dovrebbe vivere, ma che, ancora una volta, proietta il suo valore anche oltre i confini della comunità cristiana. E’ la parola UNITA’.

L’unità di un corpo, la sua compattezza, che non è fondata sulla speciale autorità di un solo membro che è investito di un ruolo, di un potere speciale; non è neppure fondata sul fascino, sulla carismaticità di uno o più leader!

Ma sulla partecipazione egualitaria (senza gerarchie) e fiduciosa di tutti le parti del corpo alla fatica della costruzione comune.

Egualitaria non vuol dire che tutti fanno tutto: vi sono compiti diversi in relazione ai doni diversi che sono distribuiti, ma il corpo non funziona come deve funzionare se ogni parte non riconosce, non valorizza, non si prende cura, dell’altra, senza distinzioni di importanza, di onore. Se non vi è una collaborazione vera, una sinergia (che vuol dire “lavoro insieme”) che si fondi sulla fiducia reciproca, se non vi è la scelta di camminare insieme invece che ciascuno per sé, di costruire insieme avendo un orizzonte nel quale tutti si riconoscono e al quale sentano la responsabilità di partecipare con i propri doni.

Anche rispetto a questo modo di intendere l’unità al servizio di un progetto comune veramente condiviso, le nostre chiese, con la loro storia, la loro teologia, le loro esperienze, hanno ancora da dare nell’ecumene cristiana, come anche alla società, al mondo nel quale la Chiesa è chiamata a vivere e a spendersi nella testimonianza dell’Evangelo, vincendo la spinta alla frammentazione, alla divisione, all’esclusione….

Unità: non come uniformità, ma come pluralità non disconnessa; il nostro modello, rafforzato dal patto d’integrazione è proprio quello di un’unità plurale, in cui è il riconoscimento dell’altro come un pezzo della propria testimonianza, della propria storia a fare la differenza; nella differenziazione di ruoli e responsabilità, in cui ciascuno è chiamato a fare la sua parte e a dare il meglio del contributo possibile alla costruzione comune.

Cosa serve? In cosa dobbiamo crescere per essere davvero il meglio di ciò che siamo chiamati ad essere? Mi vorrei limitare a due parole finali, semplici ed impegnative.

Umiltà: non pensare di sapere già tutto, di capire e sapere fare le cose meglio degli altri, un’umiltà che apre ad un ascolto attento, sincero, dentro e fuori le chiese, un ascolto di tutti, a cominciare da quelli che non ci sono o non ci sono come vorremmo; a quelli rabbiosi, ai delusi, agli impauriti, agli apatici, un ascolto interessato a capire i linguaggi, i bisogni e farsene interrogare, accettando il rischio di un dialogo vero.

Fiducia: fiducia in Dio, fondamento della nostra speranza; ma anche fra di noi; fra iscritti a ruolo (pastori e diaconi), fra iscritti a ruolo e consigli di chiesa/concistori e ministeri locali; fra chiese locali, gli organismi intermedi e quelli centrali; fra le commissione sinodali; fra chiese locali ed istituzioni diaconali.

E questa fiducia si costruisce con un’informazione completa e trasparente, una comunicazione fluida, in dialogo costruttivo ancorché critico; con una collaborazione leale che parta dal riconoscimento reciproco, un pregiudizio positivo (questa è in fondo la fiducia) sull’impegno dell’altro, sulla sua sincera ricerca di fare ciò che è meglio e di farlo a partire dal confronto autentico con la parola di Dio

Ci dia il Signore di camminare con umiltà e fiducia incontro alla nostra vocazione. Voglia il Signore della grazia benedire la sua Chiesa ovunque sparsa nel mondo.

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