«Del successo» – di Dietrich Bonhoeffer

Sul limitare del 1942, in uno scritto destinato agli amici più cari (Bilancio sulla soglia del 1943 – Dieci anni dopo, in Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, Opere, vol. VIII, Queriniana, 2002,  pp. 21-40), Bonhoeffer traccia un bilancio di dieci anni di resistenza al regime di Hitler. Sono parole pesanti, maturate a contatto con l’esperienza della sofferenza, dell’ingiustizia e della morte. Ma sono anche parole piene di speranza che solo chi ha una fede grande può dare. Ne riproponiamo alcune.

È certamente falso che il successo giustifichi anche l’azione cattiva e i mezzi riprovevoli, ma non è neppure possibile considerare il successo come qualcosa di assolutamente neutrale dal punto di vista etico. Vero infatti è che il successo storico crea il solo terreno sul quale la vita può continuare, ed è molto dubbio se sia più responsabile opporsi ai tempi nuovi come dei Don Chisciotte, piuttosto che servire ad essi ammettendo la propria sconfitta e accettandola infine liberamente. Alla fine, il successo fa la storia e, al di sopra degli uomini che fanno la storia colui che ne conduce il corso sa sempre trarre il bene dal male. Ignorare semplicemente il valore etico del successo è un cortocircuito degno di un cavaliere dell’ideale che pensa in modo astorico, cioé non responsabile; ed è una buona cosa che noi finalmente siamo costretti a confrontarci seriamente sul piano etico col problema del successo.

Finché il bene ha successo, possiamo concederci il lusso di ritenere il successo stesso eticamente irrilevante. Ma quando capita che i mezzi cattivi portino al successo, allora nasce il problema. Di fronte a questa situazione sperimentiamo come non siano all’altezza del compito che ci è stato dato né l’atteggiamento di chi avanza critiche astratte e pretende di poter aver ragione come se fosse un semplice spettatore, e rifiuta così di porsi sul terreno dei fatti, né l’opportunismo, cioè l’arrendersi e il capitolare davanti al successo.

Noi non vogliamo e non possiamo comportarci da critici offesi, né da opportunisti, ma da uomini corresponsabili – come vincitori o come vinti a seconda dei casi e in ogni istante – della forma che viene data alla storia. Chi, sapendo che la corresponsabilità per il corso della storia gli viene imposta da Dio, non permette che nulla di quanto accade lo privi di essa, costui saprà individuare un rapporto fruttuoso con gli eventi storici, al di là della sterile critica e del non meno sterile opportunismo. Chi parla di soccombere eroicamente davanti ad un’inevitabile sconfitta, fa un discorso in realtà molto poco eroico, perché non osa levare lo sguardo al futuro.

Per chi è responsabile la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma : [come] dovrà continuare a vivere una generazione futura. Solo da questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde, anche se provvisoriamente molto mortificanti. In una parola: è molto più facile affrontare una questione mantenendosi sul piano dei principi che in atteggiamento di concreta responsabilità.

La generazione nuova possederà sempre l’istinto sicuro per riconoscere se si agisce solo in base a un principio o in base ad una responsabilità vitale; perché in questo si gioca in ultima istanza il suo stesso futuro.

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