Un letto di ospedale per cattedra episcopale: la testimonianza di mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo

Proponiamo due video e una intervista di mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo. Contagiato dal virus è stato ricoverato per molto tempo in ospedale ed ha passato alcuni giorni tra la vita e la morte.

Il vescovo Derio parla dall’Ospedale di Pinerolo (1 maggio 2020)

Venerdì 1 maggio, durante il concerto di MegaMauro “Crediamoci. Inno di Vita e di Speranza”, promosso da Vita Diocesana Pinerolese, è stato trasmesso un breve video nel quale monsignor Derio Olivero racconta la sua esperienza di malattia e guarigione.

Intervista al vescovo Derio: in questo tempo Dio ci parla. Dobbiamo ripensare la Chiesa di domani

Dopo più di 40 giorni di ospedale, nella mattinata del 5 maggio, monsignor Derio è finalmente tornato a casa. Ancora debole, ma guarito dal Covid19. Lo abbiamo accolto con un piccola delegazione e uno striscione di “bentornato”. «Mi sento accolto in famiglia.  Davvero ho pensato di non farcela. Grazie a tutti voi che mi avete sempre accompagnato». Sono state queste le prime parole del Vescovo, visibilmente commosso e felice di poter tornare nel vescovado che aveva lasciato il 19 marzo.

Con lui ho potuto fare una lunga chiacchierata durante la quale ha voluto condividere la sua intensa esperienza e approfondire alcuni spunti accennati durante gli ultimi giorni del suo ricovero.

Derio, che cosa ti rimane di questo lungo percorso di malattia e di guarigione?

Mi resta, innanzi tutto, un grande senso di riconoscenza per il personale dell’ospedale. In questi 40 giorni, in tutti i reparti in cui sono stato (rianimazione e sala operatoria, adibita a centro Covid) ho potuto constatare l’eccellenza della nostra sanità pubblica.

Mi è rimasto un enorme senso di gratitudine per tutti quelli che hanno pregato per me. Ho letto un’infinità di messaggi che esprimevano vicinanza e preghiera da parte di tantissimi pinerolesi e poi da Fossano, Cuneo e da tante altre parti. E non solo cattolici, ma anche valdesi, ortodossi e musulmani. Questo mi ha colmato di forza e di gioia.

Da questa esperienza mi porto a casa la serietà di questo virus. Molti guariscono e sono contento. Ma Covid significa anche tanti intubati e tracheostomizzati, e gente che è morta. Per questo ripeto: cerchiamo di usare molta prudenza.

E poi ricordo l’incontro con la morte. Prima di essere intubato il dottore mi ha detto chiaramente che ero grave e mi ha dato un’ora per mandare qualche messaggio. Dovevano essere 10 giorni, invece sono stati 17 giorni.

Ci sono stati momenti in cui mi sentivo morire e mi è rimasto questo «stare a passeggio con la morte» per alcuni giorni. Di fronte alla morte si fa un’esperienza di verità e libertà. Normalmente nella vita cerchiamo di non guardare in faccia i nostri sbagli e peccati. Ma davanti alla morte non c’è niente da tenere nascosto. Sei quello che sei. In quei momenti mi sembrava di evaporare. Tutto perdeva consistenza. Anche il mio corpo. Ma restavano solo due cose: la fede in Dio e le relazioni solide, quelle che contano. Mi passavano davanti tanti volti di persone. Io ero “quella roba lì”. Questo me lo porto a casa come cosa importate.

Quindi è stata anche un’esperienza spirituale?

C’è stato un momento in quella settimana santa in cui ho avuto complicazioni. C’è stato un momento – non so dire se due ore o mezza giornata – in cui ho sentito una presenza che mi abbracciava. La potevo quasi toccare. Da credente oso dire che era la presenza di Dio che mi ha avvolto e la presenza di chi ha pregato per me. Questa presenza ha fatto sì che non cadessi nella disperazione. Non ho mai perso la serenità. È stata una forte esperienza di fede.

In alcune interviste che hai rilasciato dall’ospedale hai parlato di un modo nuovo di essere Chiesa. Per una piccola diocesi come Pinerolo questo che cosa potrebbe significare? Solo un cambio di atteggiamento o anche un cambio strutturale?

Premetto che io alla messa ci tengo tantissimo, è “culmen et fons”. È dal 19 marzo non celebro e mi manca. La messa per me è gioia e rigenerazione. Detto questo osservo che per molti il sogno è tornare alla Chiesa di prima. È un atteggiamento che rispetto, ma questa epidemia è talmente enorme che non può essere considerata come una parentesi. Non si può tornare come prima.

Io credo ai segni dei tempi. Ovviamente questa malattia non è stata mandata da Dio, ma anche in questa pandemia Dio parla e dobbiamo capire che cosa ci dice.

Ho visto, ad esempio, preti che mandano pensieri di riflessione ai fedeli, molti hanno trasmesso la messa in streaming, seguita in famiglia anche da gente che in chiesa non ci andava più. La gente ha ripreso a pregare in famiglia. L’avevo già visto all’inizio della quaresima con l’appuntamento in streaming “Prepariamo cena con il vescovo” seguito da moltissime persone. L’anno prossimo, anche se non ci saranno restrizioni, lo rifarò: che bello che la gente faccia un momento di preghiera prima di cena.

E poi in tanti, ogni giorno, seguono la messa del papa. Sono piccoli segni, dobbiamo lavorarci su, accentuando la dimensione famigliare e domestica.

La messa della domenica da sola rischia di diventare una parentesi nella settimana. Una comunità che prima della pandemia aveva solo la messa è finita. Nelle comunità deve crescere la dimensione famigliare, ritornare a fare Lectio divina e meditare sulla Parola di Dio.

Basta formalismi! Ci ricordiamo che ci lamentavamo che la gente non veniva più a messa? Quella è la Chiesa vecchia. Io combatterò quella Chiesa lì che non è la Chiesa dell’Evangelii gaudium. Voglio dare una contributo perché la Chiesa diventi quella sognata da Papa Francesco.

In che modo i nuovi mezzi di comunicazione potranno diventare funzionali ad una pastorale post-pandemia?

Sono importati e lo abbiamo sperimentato. Certo non sostituiranno mai il rapporto interpersonale. Anche la chiesa è fatta di uomini reali e di corpi. Nulla sostituisce la realtà, ma i mezzi virtuali ci daranno una grossa mano nella linea che ho già detto. Sono stati una fortuna, quindi continuiamo ad utilizzarli.

La pandemia ha anche messo a dura prova il sistema economico del nostro paese e del nostro territorio. Basti pensare al turismo. In che modo la Chiesa può essere di aiuto in una ripresa che non sia puro assistenzialismo?

La Caritas ha fatto tantissimo e voglio dire grazie al diacono Rocco Nastasi, ai volontari e a tutti quelli che si sono attivati. Hanno fatto cose meravigliose.

Sul fronte della ripresa la Chiesa italiana si è impegnata a stornare dall’ottoxmille delle diocesi una cifra considerevole per aiutare i territori a ripartire economicamente. In questo senso la diocesi di Pinerolo collaborerà con le amministrazioni, i sindacati e tutti coloro che sono coinvolti, e si farà partner per sostenere i progetti migliori. È un progetto importate della CEI al quale aderiamo con convinzione.

P.R.

da www.diocesipinerolo.it

Il vescovo Derio riflette sul Covid19. “Questo è un tempo che ci parla”

In un video messaggio il vescovo Derio riflette sul Covid19 e sul “dopo pandemia”.

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