«Ricordo di una solitudine» – di Sergio Paronetto

Sergio Paronetto (Morbegno, 14 gennaio 1911 – Roma, 20 marzo 1945) è stato un economista e politico italiano. Manager industriale ed intellettuale, tra i più influenti ispiratori del moderno pensiero sociale cristiano, Paronetto fu protagonista dell’Azione Cattolica Italiana tra le due guerre, stretto collaboratore di Giovanni Battista Montini e Alcide De Gasperi, sul quale ebbe una decisiva influenza in materia economica, animò a Roma, durante gli anni della seconda guerra mondiale, un cenacolo culturale che raccolse tutti i personaggi più importanti della Resistenza, dell’economia e della politica di allora. Fu il principale ispiratore ed estensore del Codice di Camaldoli.

Per Sergio Paronetto l’ascetica non è una disciplina per eremiti, ma piuttosto il necessario complemento alla vita quotidiana, un allenamento all’azione e all’esercizio dell’impegno civile. «Ascetica dell’uomo d’Azione», che contiene anche il brano che proponiamo, pubblicato per la prima volta nel 1948 su iniziativa di Giovanni Battista Montini (che scrisse anche la prefazione), raccoglie le riflessioni di Paronetto negli anni della Resistenza al fascismo e dei primi sforzi per la rinascita del Paese. Sono scritti lontani da ogni sterile introspezione narcisistica, testimonianza di un’energia spirituale e politica che si nutre di una inesausta ricerca di verità nella pratica quotidiana.

In pochi istanti, per un vicoletto in fondo alla strada di Anacapri, passo dalla folla dell’umanità accoppiata, dal vibrare teso degli occhi, delle attenzioni, delle intelligenze, delle lingue cosmopolite, a un famigliare banalissimo angolo di campagna: non c’è più né il sole di Capri, né il cielo di Capri, né il panorama. Una ragazza qualunque mi guarda un istante solo, indifferente. Non ha né l’aria scanzonata, né quella timida. Bada solo a salire piano col suo secchiello di acqua o di latte.

Poi, più nessuno, per tre quarti d’ora di pianissima strada, fino alla violenta apparizione, da trecento metri, dei faraglioni della costa sud, verso Marina Piccola: della piccolissima barchetta laggiù con quattro insetti bianchi alla voga, che segue con un moto impercettibile la linea dell’ombra che la roccia a picco segna sul mare: Punta Migliara.

Mi hanno detto all’albergo che ci sono oggi a Capri diecimila turisti. Cinquemila donne, cinquemila uomini. Due suore, che ho visto stamane, con una grottesca macchina fotografica, alla Grotta Azzurra.

Qualcuno, sulla punta, ha ancorato contro il vento una grande croce.

Due ore: e mi è sembrato di aver colto, con una mia propria recherche du temps perdu, quello che a Proust ha richiesto sedici volumi. Orribile letteratura, pestilenziale retorica, dalla quale ora non so più districarmi, per ritrovare qualche traccia di quelle ore: ma là eravate tutte calcinate dal sole, distillate dal vento. Ero proprio io solo, davanti allo specchio della mia esperienza, della mia intelligenza, del mio carattere, del mio amore.

Ho pensato, mi sono ascoltato, mi sono dimenticato anche. Ho attinto momenti di pienezza psichica, di euforia mentale. Ho pregato. Ho provato (avevo un po’ il senso ulisseo del folle volo) a spogliarmi mano a mano degli elementi diversi della mia personalità, per vedere cosa restava, togliendo gli accessori; cosa c’era di veramente essenziale in me. Via la carriera, il successo, le soddisfazioni dell’orgoglio umano: è una perdita forte per me, ma resto sempre io. Via la salute, o meglio il mio quantum di salute: resto sempre io. Via la famiglia, quella d’oggi, quella di domani: è un abisso di sconsolatezza e di solitudine; ma resto sempre io. Via la cultura, via gli amici, via la bellezza, via i libri; fin qui rimango sempre io. La suggestione di questa esperienza abissale è stata insistente; forse giocavo e per questo sono andato anche più avanti, e ho provato a chiedermi cosa farei senza quel po’ di amor di Dio che, nonostante ogni spietata scarnificazione, mi rimane in fondo all’anima e senza quella divina fiammella, che può magari essere tenuissima, ma che sento, in se ipsa sento, di altissima temperatura, che è l’intelligenza, la mia intelligenza. Credo davvero, con un urlo di tutto il mio essere, che senza queste due note essenziali non sarei più io, non vorrei più essere io. Forse c’è un residuo di orgoglio, perché la mia natura grida che, da solo, l’amore di Dio non basterebbe per fare di me, me. Anche se fosse più grande di quello che è, o che vedo in me.

Ma non mi sono potuto fermare qui: cosa è questa mia intelligenza? Quanti chili di libri, quante parole di maestri, quante discussioni di amici, quanti milligrammi di iodio nella tiroide, quanta pazienza di mio padre e di mia madre, quanta meccanica di memoria stanno a formarne il tessuto essenziale? E forse non solo il tessuto, ma la natura. Cosa sarebbe veramente la mia intelligenza, se davvero non solo rinunziassi ora, ma avessi rinunziato due, dieci, venti anni fa, a quelli che ho voluto chiamare elementi accessori della mia personalità?

Che proprio sia vero – è il mio orgoglio che stride nell’accettare questa conclusione – che rimane proprio solo l’amor Dei, che non è misurato sul metro dell’intelligenza, ma su quello della carità di Dio?

Questa grande croce che mi incombe muta e dura e solitaria, e quasi estranea, nel paese e nei giorni del torbido sesso, che sembra gioiosamente, semplicemente affermarsi come una eterna e irrecusabile legge della natura umana, ha in sé il segreto di questo equilibrio fra la mia personalità e Dio, fra gli elementi essenziali e quelli accessori, fra l’uomo interiore, che ama gli abissi e il vento e le bufere dello spirito, e l’uomo che domani dovrà pur trovarsi, e si troverà con semplicità e con gioia, a un tavolo di lavoro.

[7 VIII 1938]

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