«Rievocando la figura di Paolo VI». Omelia del card. Carlo Maria Martini

da Fondazionecarlomariamartini.it, il sito della Fondazione che promove la conoscenza e lo studio della vita e delle opere del card. Carlo Maria Martini.

Moriva il 6 agosto di 42 anni fa papa Paolo VI, figura molto amata da Carlo Maria Martini e fonte di ispirazione per il suo modo di essere pastore della Chiesa, essendo tra l’altro un suo predecessore come arcivescovo di Milano. Tra i vari discorsi del Cardinale gesuita dedicati a Montini, segnaliamo dal nostro archivio un’omelia al Sacro di Varese, tenuta il 28 luglio 1990 e intitolata Rievocando la figura di Paolo VI.

Omelia del cardinale arcivescovo Carlo Maria Martini

RIEVOCANDO LA FIGURA DI PAOLO VI

UNA MEMORIA MOLTO AMATA

Sono io a voler ringraziare di tutto cuore anzitutto il carissimo arcivescovo monsignor Pasquale Macchi, fedele e intelligente custode delle memorie di Paolo VI, così come è stato anche fedele e intelligente custode di questo santuario, come è fedele e intelligente custode del santuario di Loreto.

Desidero ringraziarlo di vero cuore per le sue cordiali parole che mi hanno molto commosso rievocando i momenti in cui ho avuto il privilegio di conoscere un po’ più da vicino Paolo VI.

Posso dire di averlo davvero molto amato; l’ho molto amato e molto stimato, sempre di più quanto più lo conoscevo. L’ho sentito sempre più come un padre, e sono lieto di poter rendere questa mia testimonianza di un affetto che non diminuisce col passare degli anni. Anche oggi mi ispiro all’opera e ai discorsi di papa Montini e mentre sto preparando il programma pastorale per il prossimo biennio — sul tema del comunicare — ripenso la sua prima grande lettera sul dialogo nella chiesa e a partire dalla chiesa, l’enciclica Ecclesiam suam.

Sono dunque particolarmente grato a tutti voi che avete risposto all’invito di partecipare a questa commemorazione annuale che si celebra per questo grande arcivescovo di Milano, per questo grandissimo papa.

E c’è una circostanza che mi piace sottolineare: tra pochi giorni, il 6 agosto, ricorderemo il transito di Paolo VI, ma 1’11 agosto ricorre il primo centenario della morte di una grande figura che papa Paolo stimava e amava e che per certi versi gli si avvicina, il cardinale John Henry Newman. Morì infatti l’11 agosto 1890 e sembra che la chiesa riconoscerà prossimamente le sue virtù, proponendolo all’esempio dei fedeli.

LECTIO DELLA PAGINA EVANGELICA

Voglio quindi accomunare la memoria di queste due figure, di questi due grandi ricercatori di Dio, dell’Assoluto, di queste due anime così sensibili e vibranti per tutto ciò che riguarda il mistero di Dio e della chiesa.

Lo farò naturalmente nell’ambito della liturgia che stiamo celebrando, mettendoci in sintonia con la pagina evangelica di Matteo (Mt 13,44-52), che ci riporta le tre ultime parabole del discorso di Gesù al cap. 13. Tre parabole che, di fatto, sono quattro.

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi».

La prima e la seconda parabola sottolineano che il regno dei cieli vale più di ogni altra cosa; la terza ci ricorda che solo alla fine dei tempi ci sarà la perfetta giustizia del Regno, solo alla fine verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni, mentre l’attuale vicenda della chiesa e del mondo è conflittuale, pericolosa, una vicenda nella quale bene e male convivono e si combattono, cercando di eliminarsi a vicenda.

Tutti voi le avete sentite commentare molte volte e preferisco quindi soffermarmi soprattutto sull’ultima parola con cui Gesù conclude il suo discorso parabolico e che, come dicevo, è anch’essa una parabola: «Avete capito tutte queste cose? Gli risposero: Sì. Ed egli disse loro: Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». È un’altra similitudine sul regno dei cieli, un poco oscura.

Ci chiediamo: che cosa vuol dire Gesù? Chi è questo scriba divenuto discepolo del Regno? Che cosa sono le cose vecchie e quelle nuove che il padrone di casa estrae dal suo tesoro?

IL TESORO DELLO SCRIBA

La parola «scriba» designava uno che sa scrivere; concretamente, nell’originale greco ed ebraico, uno che sa leggere la Legge e sa spiegarla, che la conosce bene, quindi un rabbino, un uomo che indica come bisogna comportarsi nelle diverse situazioni.

La novità dell’affermazione di Gesù sta nel fatto che egli usa il vocabolo «scriba» per designare anche i propri discepoli e non solo persone appartenenti al mondo istituzionale ebraico. In un altro passo del Vangelo di Matteo, dice infatti: «Ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi» (23,34). Dunque, ci sono scribi nella tradizione ebraica e ci sono scribi di Gesù; si tratta di una funzione propria del regno di Dio, una funzione che si deve esercitare nel regno di Dio e nella chiesa.

Questo scriba divenuto discepolo del regno dei cieli viene paragonato a un padrone di casa. Conosciamo altre parabole dove il regno dei cieli è paragonato a un padrone di casa: c’è il padrone che va al mattino a cercare operai per la sua vigna (cf. Mt 20,1ss) e c’è il padrone di casa che dopo aver piantato una vigna manda i servi, al tempo del raccolto, per ritirare i frutti (cf. Mt 20, 32ss). Possiamo allora pensare a tutti coloro che hanno responsabilità nella chiesa e che devono dare giudizi di valore: sacerdoti, vescovi, papi, ma anche tutti i laici impegnati nella vita ecclesiale e, potremmo dire, gli stessi politici cristianamente impegnati. Sono tutti scribi divenuti discepoli del regno dei cieli, simili a un padrone di casa, perché devono amministrare rettamente, formulare giudizi giusti, esprimere valutazioni corrette, concordare tra loro dei modi di agire onesti ed efficaci.

Questa quarta parabola tocca, come vedete, tanti di noi, tanti responsabili della chiesa e della società.

Che cosa significa il tesoro da cui il padrone di casa, lo scriba divenuto discepolo del Regno, estrae cose antiche e nuove?

Talora il Vangelo usa un’espressione simile in senso morale, quando parla, per esempio, dell’«uomo buono che dal suo buon tesoro trae cose buone», mentre il cattivo cose cattive (cf. Mt 12,35). Dal frutto si riconosce l’albero; le azioni di ciascuno, e pure le grandi decisioni, ecclesiali, sociali, culturali, politiche, partono dal cuore. Ciascuno decide secondo le sue intenzioni profonde, secondo ciò che c’è dentro di lui.

La novità della parabola consiste nelle parole finali: «estrae fuori dal tesoro cose nuove e cose antiche». È paradossale, perché ordinariamente nel tesoro, ossia nella dispensa, nella cassaforte, nelle cassette di sicurezza, ci sono cose antiche; le nuove sono quelle che vengono prodotte nelle fabbriche o che andiamo a comperare al mercato.

Gesù però — ed è iI punto chiave del discorso — dice che chi si è veramente convertito alla novità del Regno è capace di trarre fuori dal tesoro della tradizione, pur restando fedele a essa, delle novità coraggiose.

Non è un ripetitore del passato, ma uno che ama la tradizione, che le è fedele fino ai puntini sugli «i» e, proprio in grazia di tale fedeltà, avendo convertito il suo cuore alla novità evangelica, sa pronunciare parole nuove, che attraggono la gente rendendola attenta, pensosa, scuotendola. La gente avverte un timbro nuovo, si ti accorge che non sono parole trite e ritrite (se si tratta degli amministratori pubblici, che non sono sempre i soliti giochi), sente che c’è rispetto della tradizione, della dottrina, della Costituzione, delle leggi, e insieme c’è tira. novità, un’incisività, una gioia, un gusto che coinvolge.

Questa è la meraviglia dello scriba divenuto discepolo del Regno, simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. Notate anche l’ordine delle parole di Gesù: cose nuove e antiche, non se antiche e nuove. Sono nuove, ma pure antiche, per ché c’è questa ricchezza interiore dello Spirito di Dio che permette di uscire dai binari usati, stanchi, dell’agite quotidiano comune, sociale, ecclesiale, culturale, politico, per dire qualcosa di autentico, di serio, di nuovo, che è ancora la verità di prima nella quale si riconosce l’unico mistero di Dio rivelato, una volta per sempre, in Gesù Cristo.

UN GRANDE PADRE DELLA CHIESA

Questa è la caratteristica che dobbiamo riconoscere in Paolo VI. Uomo fedele, uomo della tradizione, che rispettava in tutto la dottrina, egli si è preoccupato di usare un linguaggio adatto al suo tempo, di dire parole comprensibili, ponendosi sempre la domanda: Come sarà capita questa verità dall’uomo di oggi, dall’uomo che viene poco in chiesa, che mi ascolta per la prima volta; dall’uomo che si sente lontano, pieno dei propri successi economici, dei propri successi tecnologici? Come dirgli la Parola?

Tutti sentivano che Paolo VI era, nel suo parlare, sincero, autentico, vero, e per questo nuovo. Non ha avuto paura della novità del concilio. Arrivato al soglio pontificio nel momento in cui era iniziato il turbinio di quel concilio voluto da un papa come papa Giovanni XXIII, qualcuno pensava che papa Paolo, così esperto dei problemi delle più alte realtà della chiesa, avrebbe rimesso tutto in ordine, avrebbe riportato tutto al punto di partenza. Invece, papa Montini ha dato fiducia al concilio, lo ha gestito, lo ha incanalato bene, perché credeva nell’uomo.

Questo grande padre della chiesa ha dunque saputo congiungere insieme le cose nuove e le cose antiche, con fedeltà e con originalità. E gli è costato molto caro, ha sofferto, perché è certamente più facile ripetere le cose già dette, è certamente più facile rifarsi alle procedure precedenti, ai casi già risolti. Papa Paolo ha avuto il coraggio di capire che, cambiando il mondo, la chiesa non voleva cambiare ma doveva dal suo tesoro trarre fuori quella novità che è la realtà sempre nuova di Cristo Gesù, che si rivolge all’uomo di ogni tempo.

Anche John Henry Newman è stato un grande padre della chiesa, e ha avuto nella sua vita il coraggio della novità.Educato nelle tradizioni più rigorose della chiesa d’Inghilterra, che riteneva l’unica chiesa santa capace di interpretare il messaggio evangelico, quando capì che la verità totale era nella chiesa cattolica non ha avuto timore a cambiare. Ovviamente ha vissuto un dramma tremendo, ha perduto tutti gli amici, ha rinunciato al suo passato culturale, ma si è lasciato docilmente ammaestrare dallo Spirito di Dio.

CONCLUSIONE

Pur nelle nostre molto minori responsabilità, noi vorremmo lasciarci ispirare da questi due grandi uomini di Dio. Per questo chiediamo al Signore che, come ha dato a Paolo VI il coraggio di affrontare il suo tempo guardandolo in faccia senza spaventarsi, come ha dato un secolo fa a Newman il coraggio di guardare a fondo nella dottrina della sua chiesa per cercare dove fosse la verità di sempre, così dia anche a noi il coraggio, nella vigilia di questo secondo millennio che volge al termine, di guardare alle necessità nuove della chiesa, dell’Europa, del mondo, di non essere stanchi ripetitori di modi di agire del passato ma di lasciarci provocare coraggiosamente dalle gravissime sfide sociali, culturali, politiche, religiose che dobbiamo affrontare, senza nascondere il nostro tesoro sotto terra ma mettendolo a frutto per il regno di Dio.

Mentre siamo profondamente grati al Signore per queste grandi figure del passato che ci incoraggiano nel nostro cammino, preghiamo dunque affinché pure a noi sia concesso di partecipare al loro cuore e al loro spirito.

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