L’olio della distinzione

da Joimag.it, il sito dell’associazione JOI, Jewish Open Inclusive.

Nei giorni di Chanukkà molti ebrei in tutto il mondo accendono la chanukià con olio di oliva, in ricordo del miracolo dell’ampolla di olio consacrato da cui trae origine la festa. Ma la produzione e il consumo di olio affonda radici millenarie in Medio Oriente in generale e nella tradizione ebraica antica in particolare. Sembra che per lungo tempo la coltura dell’olivo abbia avuto come quasi esclusivo obiettivo la produzione di olio. Così, quantomeno, emerge prendendo in mano il Tanakh, in cui l’olio viene citato più di cento volte e invece le olive non sono mai presentate come alimento, che peraltro come noto è immangiabile crudo appena raccolto.

Come nota l’agronomo Roberto Jona occorre aspettare il trattato talmudico Avodà Zarà per incontrare un passo della letteratura ebraica in cui si fa riferimento al consumo delle olive non spremute. L’olivo viene qui lodato per essere albero versatile e produrre sia olive da mangiare sia da spremere per farne olio alimentare e per l’illuminazione. La frangitura delle olive viene ricordata invece dal profeta Michà in uno dei molti passi del Tanakh che riuniscono le tre colture di grano, olivo e vite: “Seminerai ma non mieterai; spremerai le olive ma non ti ungerai d’olio; pigerai l’uva ma non berrai il vino”.

Due termini nel canone ebraico si alternano per indicare l’olio. Il più frequente è shemen, che designa il prodotto maturo e di conseguenza anche il grasso, il profumo e l’unguento e origina l’aggettivo shamèn (grasso, fertile, fecondo, prospero), riferito senza distinzioni agli uomini e alla terra. Il secondo termine è yitzhar, che denota l’olio fresco o verde, appena spremuto nel frantoio. Yitzhar viene sovente citato, insieme a dagàn (grano) e tiròsh (mosto, distinto da yayin, il vino maturo) negli elenchi di primizie. In Bemidbar/Numeri, per esempio, si dice che “la parte migliore dell’olio verde, del vino novello e del grano appena raccolto che daranno al Signore l’ho data a te”. Le primizie sono beni particolarmente pregiati offerti a Dio oppure al sacerdote e segno di particolare ricchezza. Come ricompensa se osserverai le leggi comandate, spiega Devarim/Deuteronomio, Dio “ti amerà, ti benedirà e ti moltiplicherà e benedirà il frutto del tuo ventre e il frutto della tua terra, il tuo frumento (dagàn) e il tuo mosto (tiròsh) e il tuo olio fresco (yitzhar)”. Anche presso altre culture del mediterraneo antico l’olio verde è considerato di eccezionale pregio, come leggiamo nel De agri cultura di Catone, che suggerisce di raccogliere in fretta le olive per evitare i danni provocati dal maltempo e produrre l’olio migliore, anche se avrà resa più bassa perché fatto con frutti non ancora completamente maturi.

Gli usi che vengono fatti dell’olio nella vita quotidiana abbracciano diversi ambiti, dall’illuminazione alla cura del corpo, dalla gastronomia alla pratica dello scambio e del dono. L’olio per l’illuminazione (shemen hama’or) viene citato in diversi passi della Torà. Possiamo immaginare che, di regola, non sia l’olio più pregiato quello destinato a rischiarare le case dopo il calare del sole; fa eccezione l’olio utilizzato nel santuario di Gerusalemme, ma di questo tratteremo più avanti. L’olio è inoltre la base nella preparazione di unguenti e profumi per il corpo: “i tuoi oli profumati (shemen) sono gradevoli all’odore, il tuo nome è un olio profumato (shemen) che si diffonde”, dice uno dei versetti di apertura del Cantico dei cantici, “per questo motivo le fanciulle ti amano”. Il profeta Amos rimprovera coloro che vivono nel lusso, accusandoli di bere il vino da anfore e ungersi con l’olio più raffinato, giacere su letti fatti in avorio e divorare pietanze di carne sdraiati comodamente su cuscini. L’olio è certamente utilizzato per frizionare il corpo e lenire i dolori, come mostra un’invettiva di Isaia contro coloro che hanno abbandonato il Signore: “Perché volete essere colpiti? – apostrofa il profeta – Perché continuate a commettere iniquità? Ogni capo è malato, ogni cuore è dolente. Dalla testa ai piedi non vi è parte sana: ferite, lividi, piaghe sanguinose non sono state curate, fasciate e neppure lenite con l’olio”. In altri passi vengono citati cosmetici prodotti con olio e aromi. Quando il libro di Ester descrive le giovani che si presentano una a una di fronte al re Achashverosh, aggiunge che ciascuna prima di raggiungere il sovrano passa dodici mesi di preparazione: “sei mesi ungendosi con olio di mirra (shemen hamor) e sei mesi con aromi e cosmetici femminili”. In tempo di lutto, al contrario, è prevista l’astensione da unguenti e oli profumati.

Non mancano preparazioni e ricette con l’olio. Il primo libro dei Re racconta l’incontro di Elia con una vedova che raccoglie legna di fronte alle porte d’ingresso della città fenicia di Tsarefath. La vedova si appresta ad accendere un fuoco, mescolare l’ultima manciata di farina che le rimane al poco olio avanzato sul fondo di un vaso e preparare una focaccia. Il pane all’olio, che la vedova impasta unendo tutti i beni in suo possesso e offre al profeta, per miracolo dura molti giorni e “il vaso di farina non finì mai e l’olio nella brocca non venne meno, come aveva detto il Signore per bocca di Elia”. Focacce e schiacciate intrise di olio compaiono in più luoghi testuali, mentre Ezechiele riporta gli ingredienti di quello che potrebbe essere un dolce: fior di farina, miele e olio. L’olio è infine un bene prezioso utilizzato per gli scambi commerciali e i doni. Il primo libro dei Re racconta del contratto stipulato da Salomone con il re di Tiro Chiram: il secondo fornirà il prezioso legname da costruzione impiegato per edificare il Tempio, il primo in cambio corrisponderà un certo quantitativo di grano e di olio di prima qualità. L’olio può diventare infine un dono, come testimonia l’ira di Isaia contro chi ne fa omaggio a divinità straniere.

Prodotti di olio e farina, come pani e focacce, rappresentano insieme all’incenso le tipiche offerte presentate al Signore, che invece troppo spesso secondo Ezechiele il popolo di Israele porta agli altari di altre divinità. Come spiega Wayiqrà/Levitico, “quando una persona offrirà un sacrificio farinaceo al Signore, il suo sacrificio sarà costituito da fior di farina, vi verserà sopra olio e vi aggiungerà incenso”; l’offerta sarà portata a un sacerdote, che la brucerà sull’altare: il profumo è gradito al Signore, quello che resta invece spetta ai sacerdoti, discendenti di Aharon. Shemot e Wayiqrà informano inoltre sull’uso liturgico fatto dell’olio. “Olio di oliva puro fatto con frutti schiacciati” è obbligatorio per alimentare la menorà e il lume perenne (ner tamid) accesi prima nella tenda della radunanza, durante l’esperienza nel deserto, e poi nel Tempio. E’ Dio stesso a rivolgersi a Mosè perché ordini ai figli di Israele di consegnare le quote di prodotto necessarie all’uso sacro.

Un ulteriore utilizzo dell’olio nel contesto liturgico è quello che viene fatto con la pratica dell’unzione, attestata in numerosi contesti per consacrare oggetti, luoghi o persone. Shemot racconta di Mosè che prepara “l’olio dell’unzione santa e l’incenso aromatico da bruciare puro, secondo l’arte del profumiere”. Con l’olio, al quale spesso venivano aggiunti aromi, sono consacrati gli oggetti nel Tempio: “Prendi aromi scelti”, dice Dio a Mosè ancora in Shemot, “mirra pura, cinnamomo odoroso, calamo aromatico, cannella […] e olio di oliva: ne farai un olio di unzione sacro, un profumo composto di mistura aromatica secondo l’arte dei profumieri; questo sarà l’olio dell’unzione sacra. Con questo ungerai la tenda della radunanza e l’arca della testimonianza, la tavola e i suoi arnesi, la menorà con i suoi utensili e l’altare dei profumi, l’altare degli olocausti con i suoi accessori, la conca con il suo piedistallo”. Questa essenza profumata verrà utilizzata esclusivamente per il culto del Signore. “Tu consacrerai tutti questi oggetti e così diverranno cosa santissima: tutto ciò che li toccherà sarà santo”. Nella narrazione biblica, in Bereshit/Genesi, c’è un precedente in cui l’olio viene versato per consacrare un luogo. Dopo il sogno della scala, con angeli che salgono e scendono, Yaakov si sveglia e dice: “In questo luogo c’è Dio, e io non lo sapevo”. E’ forse questa la casa di Dio, la porta del cielo?, si chiede. Allora “prese la pietra che si era posto come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sommità”. Il luogo prenderà nome di Beth-El (letteralmente, casa del Signore) e Yaakov vi edificherà più tardi un altare. Non meno importante, l’unzione di persone riguarda i re, come risulta dall’episodio in cui “Samuele prese l’ampolla d’olio, la versò sul capo di Saul, poi lo baciò e disse: il Signore ti ha unto [cioè ti ha reso messia] sopra il suo popolo”. Scene analoghe avvengono per la consacrazione dei successori di Saul, David e Salomone. Come i re, anche i sacerdoti vengono unti e per questo tramite consacrati alla funzione di guide lungo la via indicata dal Signore che sono chiamati a seguire e mostrare con le decisioni e l’esempio.

L’untuosità e viscidezza dell’olio portano invece in alcuni frangenti ad attribuire al prodotto un simbolismo negativo. E’ così nel salmo 55, in cui si dice che “il nemico cerca di colpire coloro che erano in pace con lui, profana il patto di amicizia; la sua bocca dispensa complimenti, ma il suo cuore si prepara alla guerra; le sue parole sono più fluide dell’olio, ma in realtà sono spade affilate”.  L’olio è anche simbolo di alleanza, come emerge da un passo in cui Osheà denuncia la pericolosa politica di Israele, che tratta allo stesso tempo con entrambe le grandi potenze di Egitto e Assiria, tra loro in competizione militare. “Efraim”, dice il profeta, “si nutre di vento e insegue il vento d’oriente [cioè il vento della guerra]; si rende colpevole ogni giorno di menzogna e violenza, stringe un patto con l’Assiria e porta olio all’Egitto”. Israele, conclude Osheà, pagherà a caro prezzo questa politica di superficiale doppia fedeltà. In modo completamente diverso, Qohelet assimila invece l’olio a sapienza e gloria, guastati il primo da insetti morti, le seconde dalla stoltezza: “le mosche morte guastano e rendono putrido l’olio del profumiere come un po’ di stoltezza guasta il pregio della sapienza e della gloria”.

Lungi da essere argomento esaurito nel Tanakh, l’olio continua a comparire come prodotto concreto e come simbolo nella letteratura del periodo del secondo Tempio e poi in età imperiale e in quella di composizione del Talmud. Il midrash paragona l’olio, che anche quando mescolato non si amalgama con gli altri liquidi, al popolo di Israele, che pur vivendo in società a maggioranza non ebraica non perde le proprie specifiche tradizioni e leggi. L’olio è inoltre liquido leggero che viene in superficie e che dà luce bruciando: così, secondo questa immagine, Israele assume il primato e si rende faro tra i popoli. L’olio diventa anche metafora della Torà perché come quello mantiene la sua purezza anche se unito a altri liquidi in un vaso, così questa non viene contaminata da sistemi legislativi, filosofici e religiosi. L’olio penetra in qualsiasi sostanza su cui viene versato, proprio come la Torà si diffonde e pervade ogni cosa.

Giorgio Berruto

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