I Subbotnik lottano per la loro Aliyah: chi sono e perché rischiano di scomparire

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Il termine ‘subbotnik’ nasce tra il XVIII e il XIX secolo per descrivere un gruppo di cattolici ortodossi della Russia meridionale che decide di adottare alcuni precetti ebraici, specialmente il sabato (in russo Subbot, da cui “Subbotniks”). Il termine venne usato per descrivere omogeneamente un gruppo di fatto piuttosto eterogeneo. Alcuni dei subbotniks si avvicinarono solamente al Sabato, mentre altri si convertirono di fatto all’ebraismo aderendo a tutti i precetti più ortodossi.

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Sarajevo, i luoghi ebraici

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La costituzione della Bosnia Erzegovina non contempla gli ebrei tra i popoli costitutivi. Eppure, è anche seguendo le traversie di un tesoro di questa ormai piccola comunità, l’Haggadah di Sarajevo, che si possono comprendere quelle di questa terra difficile.

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Il carisma del Ba‘al Shem Tov, alle origini del chassidismo. Storia (e filosofia) di un innovatore spirituale

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Poche altre figure, nella storia ebraica, hanno esercitato il fascino di Israel ben Eli‘ezer, più noto come il Ba‘al Shem Tov (1700ca-1760) o Besht, il ‘fondatore’ del movimento chassidico. Di suo pugno non abbiamo nulla di scritto, se non un paio di epistole; la via obbligata per esplorarne la carismatica personalità e le idee resta dunque l’esame delle principali raccolte di storie e di insegnamenti tramandati in yiddish e in ebraico nello stile dell’aneddotica agiografica. A queste raccolte hanno attinto tutti i maggiori divulgatori contemporanei della sua figura: da Martin Buber a Louis Newman, da Shmuel Yoseph Agnon ad Abraham Joshua Heschel ed Elie Wiesel. Non sorprende poi che esistano diverse prospettive o interpretazioni del Besht, così come esistono molteplici declinazioni del suo carisma nelle diverse correnti o dinastie in cui si rifrange il chassidismo stesso.

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Perché bere a Purim? “Ad lo yada”: perché bere fino a non saper distinguere l’eroe dal malvagio? Forse, per ricordarci che nella vita noi siamo un po’ l’uno e un po’ l’altro

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Per la festa di Purim ci viene comandato di bere. Non di bere giusto un bicchiere, ma proprio di ubriacarci. Ubriacarci come? In che senso? Qual è l’origine di tutto ciò? Una bella stranezza, per una religione il cui libro sacro insegna: “Il vino è schernitore, la bevanda alcolica è turbolenta, chiunque se ne lascia sopraffare non è saggio”. (Proverbi 20:1).

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Perché (e da quando) gli ebrei non mangiano maiale

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Si potrebbe dire che la ragione per cui il Signore benedetto ha creato il maiale è perché gli ebrei non lo mangiassero. Ovviamente è soltanto una battuta, come quella della seconda sinagoga, costruita per non mettervi mai piede; tuttavia potrebbe non essere così sciocca come sembra. Quando la Torà (Waiqrà/Lv 11,7) mette il suino nella lista degli animali proibiti al consumo alimentare dei figli di Israele, dà semplicemente i criteri per fare la distinzione tra animali puri e animali impuri, kasher i primi e non kasher i secondi: dei quadrupedi, solo quelli che hanno lo zoccolo spaccato e che ruminano sono ‘adatti’ al consumo; ma tali criteri non ci dicono affatto il perché alcuni siano kasher e altri no. Questa non-spiegazione ha offerto nel corso dei secoli il destro per le più diverse ipotesi, interpretazioni ed esplicazioni, da quelle più scientifiche, connesse all’igiene o all’ecologia, a quelle più simbolico-rituali.

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L’olio della distinzione

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Nei giorni di Chanukkà molti ebrei in tutto il mondo accendono la chanukià con olio di oliva, in ricordo del miracolo dell’ampolla di olio consacrato da cui trae origine la festa. Ma la produzione e il consumo di olio affonda radici millenarie in Medio Oriente in generale e nella tradizione ebraica antica in particolare. Sembra che per lungo tempo la coltura dell’olivo abbia avuto come quasi esclusivo obiettivo la produzione di olio. Così, quantomeno, emerge prendendo in mano il Tanakh, in cui l’olio viene citato più di cento volte e invece le olive non sono mai presentate come alimento, che peraltro come noto è immangiabile crudo appena raccolto.

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Piquach nefesh, il primato della vita. Filosofia e halakhah per affrontare l’attuale pandemia

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Eccoci di nuovo nel bel mezzo della pandemia. Può la tradizione ebraica esserci di aiuto, soprattutto dinanzi ai dilemmi etici che l’emergenza pone? Come conciliare il bene comune, ossia la tutela della salute pubblica (del maggior numero di persone), con il diritto alla libertà degli individui (incluso il diritto a lavorare per procacciarsi un salario)? Come rispettare i processi democratici a fronte dell’urgenza delle decisioni politiche, e chi decide nello stato di emergenza? Come gestire il rischio dei contagi e come agire nel caso in cui, il Cielo non voglia, si dovesse scegliere a chi dare la precedenza nelle cure, in casi di sovraffollamento nei reparti di terapia intensiva?

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Bereshit: il fascino del reinizio. Interpretazioni del primo versetto della Genesi

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Eccoci a ricominciare il ciclo della qiriat ha-Torà, della lettura/ascolto del sefer per antonomasia, chiamato anche il Libro dell’alleanza. Dopo averla celebrata a Simchat Torà, ora la Torà va riletta dal principio. Un principio che i maestri hanno reso paradossale, quando hanno ben pensato di non frapporre neppure un giorno dall’ultima parola di Devarim/Deuteronomio alla prima parola di Bereshit/Genesi.

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Verità, giustizia e bellezza nel pensiero di Adriano Olivetti. Storia e attualità del progettare, a partire dal modello Ivrea

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Parlare oggi di una figura come quella di Adriano Olivetti (scomparso sessanta anni fa), significa cercare di coglierne l’attualità del pensiero e dell’azione in campo industriale, architettonico, urbanistico, sociale, politico istituzionale e culturale. Due termini innanzi tutto sui quali riflettere oggi: quelli di “comunità” e di “città dell’uomo”. Il libro dal titolo Città dell’uomo, uscì pochi giorni prima della morte di Olivetti: contiene una summa del suo pensiero e costituisce una sorta di testamento spirituale. Vi è presentata, rielaborata, tutta la complessità del suo sogno. Pensiero e opera, due aspetti per lui inscindibili che derivano dall’eredità morale trasmessagli dal padre, Camillo; azione sostanziata da pensiero e radicata nella giustizia sociale. E’ da questo testo che prende avvio la nostra riflessione. Due termini, “comunità” e “città dell’uomo”, come vedremo, intrecciati e dal cui serrato dialogo sarà possibile scorgere una luce, un chiarimento per l’oggi e una interpretazione più puntuale sull’originalità.

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Se non sono io per me… filosofia di una massima dei Pirke’ Avot

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Amata da molti, spesso citata, talvolta trasformata in motto, bandiera, programma d’intenti. E’ la più famosa delle massime raccolte nei Pirke’ Avot, l’agile testo che è uso rileggere ogni anno tra Pesach e Shavuot:

Se io non sono per me, chi è per me? Ma quando io sono per me stesso, che cosa sono io? E se non ora, quando?

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Il lavoro come imitatio Dei secondo la tradizione ebraica

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Ci sono voluti secoli, nella cultura occidentale, per riconciliarsi con l’idea e la prassi del lavoro. Se oggi siamo un po’ tutti ‘workaholic’ (neologismo inglese per dire ‘ossessivamente dipendenti dal lavoro’, sebbene di lavoro raramente estenuante), all’inizio non fu così: greci e latini esaltavano l’otium e non il negotium, termine che indicava sia le diverse attività manuali e professionali sia la fatica e il fastidio del lavorare. Il cristianesimo delle origini risentì di questa radice culturale, e aggravò l’idea del lavoro con un’interpretazione letterale di Bereshit/Genesi 3: il lavoro (come il parto per la donna) è un castigo divino per il peccato originale, e tanto più tale peccato era grave e universale, tanto più lavoro e parto – detti entrambi ‘travagli’ – apparivano dolorosi e pericolosi. Una condanna metafisica, più che una punizione storica. Come è noto, solo con Benedetto da Norcia, nel VI secolo, si avviò un progressivo riscatto del lavoro manuale.

Nel giudaismo quest’atteggiamento negativo verso il lavoro non è (quasi) mai esistito. E non avendo la dottrina del peccato originale, o almeno una sua versione dogmatica come la sviluppò Agostino di Ippona per la cristianità, il mondo ebraico non interpretò il lavorare e il partorire come esperienze negative, appunto una condanna storico-metafisica.

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Né Ashkenaziti né Sefarditi: gli Ebrei italiani sono un mistero

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Spesso si sente parlare di due categorie di Ebrei: Ashkenaziti e Sefarditi. Alcuni alludono anche a un terzo gruppo, i Mizrahim, per indicare gli Ebrei che vivevano in quei territori che oggi sono Iraq, Siria, Yemen, Iran, Georgia e Uzbekistan. Ma questa divisione in gruppi può risultare molto più complessa di quello che può sembrare a un primo sguardo.

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Perché si canta la canzone “Chad gadià”, “Un capretto”, alla fine del Seder?

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Non tutti i testi delle haggadot shel Pesach concordano: alcuni pongono i piutim, gli inni finali, davvero alla fine, dopo che ci si è scambiati l’augurio: le-shanà ha-baà b-Yirushalayim, l’anno prossimo a Gerusalemme; ma altre edizioni a stampa li pongono subito prima (come il testo assai diffuso in Italia a cura di Alfredo Toaff). Per quasi tutti ormai il canto davvero conclusivo è l’Hatiqvà, l’inno nazionale dello Stato di Israele. Ma tradizionalmente il seder di Pesach si conclude con alcune canzoni di natura religioso-pedagogica, le cui melodie e parole sembrano cariche di affettuosi e indelebili ricordi familiari. Non essendo tecnicamente parte del seder, questi piutim sono a volte cantati non in ebraico o aramaico – come nell’originale – ma in lingua volgare, variando da comunità o comunità o addirittura da famiglia a famiglia (come le ricette del charoset). Il fatto che compaiano sin dall’inizio nelle versioni stampate attesta che la loro recitazione risale a un uso antico, sebbene i testi possano essere più recenti. E’ il caso probabilmente del popolare piut noto con il titolo di Chad gadià, “un capretto”, che per alcuni studiosi sarebbe stato diffuso in ambito ashkenazita, nel XV secolo, a imitazione di un canto popolare tedesco. Secondo gli storici (tra tutti va ricordato Josef Hayim Yerushalmi, che ha scritto una voluminosa storia delle haggadot pasquali), esso compare per la pima volta a Praga nel 1590.

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Le due quarantene di Mosè

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Inevitabile finire con la mente a Mosè e alle sue (ben) due quarantene sul Sinai in questo momento di quarantena contemporanea. Ne abbiamo parlato con rav Haim Fabrizio  Cipriani, che ci guida in un viaggio interpretativo alla luce del presente. Così Mosè veste i panni dell’infermiere (di Dio), l’Egitto quello del virus e il deserto è una sorta di terra di immunizzazione (un vaccino?).

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La mezuzà sulle soglie di una casa ebraica

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L’essere forzatamente confinati in casa, in questi giorni di crisi sanitaria (ed economica, e finanziaria), è occasione per pensare al senso di un oggetto rituale che, sulla soglia di ogni abitazione ebraica, è tanto familiare quanto poco pensato: la mezuzà.

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Ester e Vashti. Un omaggio alle protagoniste femminili di Purim

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La festività ebraica di Purim (in ebraico פורים, Sorti) cade il giorno 14 del mese ebraico di Adar (Purim 2020. Dalla sera del giorno: lunedì 9 marzo fino alla sera del giorno: martedì 10 marzo). Ricorda eventi narrati nella Meghillà di Estèr, avvenimenti che risalgono a 5 secoli prima dell’Era Volgare. A Gerusalemme, a Susa (capitale della Persia) e nelle città cinte da mura ai tempi di Yehoshua Bin Nun, la festa durava 2 giorni e si concludeva probabilmente al tramonto del 15 di Adar. Il digiuno del giorno precedente ricorda quello fatto da Ester e Mardocheo per invocare aiuto divino nel far cambiare idea al Re Assuero, quando il perfido Amàn, consigliere del Re di Persia Assuero (Serse I), tramando per liberarsi degli ebrei, convinse inizialmente il Gran Re a ucciderli tutti. La moglie del Re, Esther, riuscì a ribaltare le sorti e a salvare il popolo ebraico residente nei territori della Persia.

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Germania, i fantasmi del passato: dalla deprivazione alla depravazione

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La strage di Hanau, in Germania, con il suo tragico tributo di undici morti e quattro feriti gravi, non scoperchia nessun tombino, semmai confermando gli effluvi mefitici e i miasmi nausebondi che ammorbano un Paese il quale, pur con tutti i limiti del caso, dal dopoguerra in poi ha cercato di fare i contì – più e meglio di altre nazioni europee – con il proprio passato. La destra radicale è bene insediata nel labirinto delle organizzazioni, più o meno legali, che usano il conservatorismo di una parte della popolazione come volano per estremizzare le reazioni ai cambiamenti in atto. I dati in materia sono significativi: nel 2018 in Germania sono stati registrati 20.400 reati riconducibili all’estremismo di destra, di cui 938 eventi violenti, insieme a 821 crimini prettamente xenofobi. Sussiste un sostanziale accordo tra gli studiosi e i ricercatori, quindi in immediato riflesso tra le forze dell’ordine e le autorità giudiziarie, nel quantificare e, soprattutto, nello stimare il fenomeno.

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Due ebrei tre opinioni: le correnti ebraiche al di là delle apparenze

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L’ebraismo ha sempre conosciuto un elevato grado di pluralismo. Questo elemento è stato però vissuto in modi diversi. La popolare festa di Channukka per esempio, non è solo riferita alla guerra di un gruppo di ebrei contro il potere ellenistico, ma anche contro gli ebrei ellenizzanti, che perseguivano una politica di assimilazione culturale. Da sempre, infatti, uno dei principali problemi dell’ebraismo è stato quello di mediare fra la necessità di conservazione e stabilità, tipica di ogni cultura religiosa, e il bisogno di un rinnovamento che permettesse alla cultura stessa di non diventare obsoleta a causa delle mutazioni sociali e storiche.

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