Il figlio del falegname

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Quando ascolto o leggo l’espressione con la quale nei Vangeli viene definito Gesù e cioè “Il figlio del falegname” (Mt 13,55), il mio cuore si riempie di stupore e mi commuovo profondamente.

Mi sembra una cosa così grande che il Dio eccelso, creatore del Cielo e della Terra, non solo abbia assunto la natura umana, ma abbia anche condiviso in tutto la condizione della povera gente, del più comune degli uomini, partecipando anche all’umile dimensione del lavoro. Quelle dita che hanno creato e, per così dire, posato nel posto giusto miriadi di stelle nel firmamento del cielo, quelle mani che hanno dipinto i monti e fatto fiorire i prati, alimentato le sorgenti, creato il letto ai fiumi e ricamato e intessuto ogni essere umano nel grembo materno, hanno anche faticato in una piccola falegnameria di un piccolo paese e hanno avuto a che fare con legno, trucioli, pialla, polvere e sicuramente anche con qualche cliente petulante.

Che meraviglia! Com’è bello pensare che nostro Signore Gesù Cristo ha condiviso tutto della nostra vita, eccetto il peccato: le fatiche, le gioie, le tribolazioni, l’amicizia e persino l’umile lavoro quotidiano.

A me piace molto lavorare, lavoro volentieri e mi piace qualsiasi tipo di lavoro, da quello più umile a quello più nobile, anzi sono convinta che non esista un lavoro meno nobile di un altro. Da buona figlia di S. Francesco e S. Chiara D’Assisi, credo che il lavoro, prima di avere un fine ascetico o funzionale (finalizzato cioè al sostentamento economico), abbia soprattutto il fine di glorificare Dio. Con un atto di grande fiducia, Dio ha affidato all’uomo il compito di custodire la creazione e di realizzare sempre nuove conquiste. Il lavoro va svolto perciò con fedeltà, competenza, zelo e precisione. Attraverso di esso siamo chiamati a restituire a Dio, moltiplicati, i talenti che abbiamo da Lui ricevuti. Durante lo svolgimento del nostro lavoro poi, non dobbiamo mai perdere di vista che stiamo lavorando per la gloria di Dio e per l’utilità dei fratelli.

Proprio  per  questo dobbiamo mettere tutta l’attenzione e l’amore possibili, memori che il Figlio di Dio ha santificato il lavoro, non disdegnando di compiere i lavori più umili, lavorando con le Sue stesse mani. Alcuni, che conoscono poco la vita che si svolge dentro un Monastero, non sanno che la nostra vita, integralmente contemplativa, e quindi principalmente dedita alla preghiera, è però una vita anche molto laboriosa. Spesso le mie giornate iniziano molto presto, all’alba, e ben si addicono le parole del Sal 108,3 “Voglio svegliare l’aurora”, così come la sera le parole del Sal 4,9 “In pace mi corico e subito mi addormento”.

Fra gli altri servizi che svolgo in fraternità, mi piace lavorare in “falegnameria” (come il mio Sposo del resto), mi occupo infatti anche della realizzazione di icone, quadri e portachiavi in legno. Ecco, vi confido che, spesso la sera sono “super” stanca, ma anche “super” felice e mi piace pensare che anche Gesù la sera era stanco, dopo una giornata estenuante di lavoro o di apostolato, ma felice. Quando guardo le mie mani, non del tutto raffinate, penso alle Sue, che non solo hanno avuto probabilmente qualche callosità a motivo del lavoro che svolgeva, ma sono state anche forate dai chiodi, per amor mio, per amor nostro.

Cristiana Scandura

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