«Bisogna guardare al globale, che ci riscatta dalla meschinità casalinga. Quando la casa non è più famiglia, ma è recinto, cella, il globale ci riscatta perché è come la causa finale che ci attira verso la pienezza. Al tempo stesso, bisogna assumere cordialmente la dimensione locale, perché possiede qualcosa che il globale non ha: essere lievito, arricchire, avviare dispositivi di sussidiarietà. Pertanto, la fraternità universale e l’amicizia sociale all’interno di ogni società sono due poli inseparabili e coessenziali. Separarli conduce a una deformazione e a una polarizzazione dannosa». Già da questa parte del n. 142 di Fratelli tutti, intuiamo come il tema dell’enciclica non sia un generico invito ad una fraternità teorica, ad un volemose bene irenico e con la testa nelle nuvole. Al contrario, il testo affronta la complessità del reale sostenendosi e costruendo il proprio percorso attorno ad alcune strutture di pensiero portanti.
Il sottotitolo di Fratelli tutti ci guida a identificare la fraternità e l’amicizia sociale come le categorie e le chiavi di interpretazione principali. Papa Francesco riprende parte di una riflessione del filosofo francese Paul Ricœur che distingue tra il concetto di “socio” e quello di “prossimo”. Il “socio” è il ruolo sociale (in un certo senso intercambiabile) che ognuno di noi esercita nell’ambito pubblico e che media e regola le relazioni secondo interessi, compiti, schemi. Il “prossimo” è la relazione primaria, che viviamo al di là dei ruoli, è chi siamo come persona, unici e irripetibili. Viviamo in una società dove si cerca di distinguere i due tipi dentro una separazione che non coglie tutti gli aspetti di tali relazioni. Nell’enciclica, farsi prossimi diviene un nuovo modo di essere nella società, di fare politica ed economia, collaborare per un bene comune, ascoltare per dialogare, perdonare imparando dal male e dal bene del passato, condurre azioni comuni di carità nell’incontro tra le religioni. La Fratelli tutti cerca di stabilire una continuità e un collegamento tra vita personale, vita comunitaria e vita sociale e politica (anche e soprattutto a livello internazionale) in una cultura, soprattutto occidentale, che tende invece a separarle, se non contrapporle. La cultura dice: nelle relazioni sociali possiamo essere alleati o avversari, venditori o compratori, soci e detentori di interessi e di diritti o doveri; tutto deve essere misurabile e codificabile, neutro ed asettico. L’enciclica invece mischia gli ambiti e introduce le relazioni primarie di fraternità e amicizia sociale nella politica, nel mercato, nei rapporti tra i popoli e tra le nazioni, nel mondo globalizzato. Riprendendo ciò che nella Bibbia, specialmente nei primi 11 capitoli del libro della Genesi, è presente: gli esseri umani appartengono alla medesima famiglia, sono “fratelli tutti”; tenendo però presente che la fraternità è realtà conflittuale, complessa, da ricercare e costruire. Basti pensare agli episodi di Caino e Abele o di Giuseppe e i suoi fratelli.
L’altra categoria è l’integralità, derivata dal saggio “Umanesimo integrale” di Jacques Maritain, il fatto che la realtà e la vita dell’essere umano sulla terra ha diversi aspetti e che “tutto è connesso”. Già Laudato sì aveva come chiave di interpretazione l’idea di “ecologia integrale”. Le due encicliche sono profondamente legate: nella prima si esaminava la casa comune, il creato, il modo di starci dell’essere umano; tutte realtà che vanno considerate in tutti gli aspetti, con uno sguardo capace di coglierne le connessioni; il documento che stiamo esaminando prende in considerazione le modalità con cui la famiglia umana si relaziona dentro la casa comune constatando ancora una volta come tutto sia connesso e come non si possa costruire una globalizzazione solo economica e tecnica. L’economia e la tecnica non sono autosufficienti e porle come unico criterio o realtà rilevante porta a risultati ingiusti e mostruosi; esse devono essere governate e relativizzate, dialogare con tutte le dimensioni dell’umano e del creato perché ci possa essere un vero discorso sulla casa comune (il significato di ecologia è appunto “discorso sulla casa”).
Determinante è anche la riflessione che pone al centro il popolo. Derivata in parte dalla teologia di riferimento di papa Francesco, la teologia del pueblo, corrente nata in Argentina dopo il Concilio Vaticano II, propone il popolo come soggetto della storia, identità comune fatta di legami sociali e culturali, realtà con le proprie specificità che vanno promosse, tutelate e sviluppate. Si capisce come tale visione sia distante dall’idea debole di popolo e di società come sola somma di individui e dei loro interessi e bisogni, tipica del liberalismo (“non esistono il popolo o la società, esistono gli individui”). Ma è lontana pure dal popolo come è pensato oggi dai cosiddetti populismi: la cosiddetta “gente”, entità plurale indefinita, statica e uniforme di cui è necessario avere il consenso, stabilito a colpi di sondaggi e di maggioranza. Essere popolo è invece un processo lento e difficile verso un progetto comune. E per attuare un vero “governo del popolo” è necessaria una democrazia sostanziale (riprendendo una categoria già analizzata, diremmo una “democrazia integrale”) e non solo procedurale: «vero accesso del popolo e di tutto il popolo al potere e a tutto il potere, non solo quello politico, ma anche a quello economico e sociale» (Giuseppe Dossetti).
Il dialogo non è solo una categoria o una struttura portante del pensiero della Fratelli tutti, ma anche un metodo di lavoro. Lo stesso tema principale della fraternità è frutto di un dialogo con la tradizione moderna codificata dal motto della rivoluzione francese: Liberté, Egalité, Fraternité. La fraternità è il pezzo che si è perso: libertà senza fraternità è libertà individualistica dove “l’altro è l’inferno” perché, se “la mia libertà finisce dove comincia la tua”, tu sei limite alla mia libertà ed io sarei più libero se tu non ci fossi; uguaglianza senza fraternità è livellamento imposto per legge ed eliminazione della differenza. Ma le stesse Laudato sì e Fratelli tutti sono tappe di un percorso e di una esperienza di dialogo: la prima con il patriarca ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo, la seconda con il gran imam di al Azhar Ahmed al Tayyed. Che sia questa una nuova frontiera della dottrina sociale della Chiesa?
Infine, per tornare alla citazione iniziale, prendiamo in considerazione la tensione dinamica tra locale e universale, tra identità e fraternità, altra linea su cui si regge l’enciclica. Il punto di partenza è la coscienza del paradosso della nostra epoca, che ad una crescente globalizzazione fa corrispondere una frammentazione e un isolamento altrettanto elevati: “la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”. Non bastano l’economia e la tecnologia che connettono per unire. L’universale non dev’essere il dominio omogeneo, uniforme e standardizzato di un’unica forma culturale imperante (la stessa Coca Cola e gli stessi Mc Donald sulle piazze di tutte le città del mondo), che soffoca differenze e specificità dei territori e dei popoli. È la tentazione che emerge dall’antico racconto della torre di Babele. La soluzione non è un’apertura che rinuncia a chi si è come popolo. Come non c’è dialogo con l’altro senza identità personale, così non c’è apertura tra popoli se non a partire dall’amore alla terra, al popolo, ai propri tratti culturali. Allo stesso tempo, ci sono narcisismi localistici che non esprimono un sano amore per il proprio popolo e la propria cultura. Nascondono uno spirito chiuso che, per una certa insicurezza e un certo timore verso l’altro, preferisce creare mura difensive per preservare sé stesso. Ma non è possibile essere locali in maniera sana senza una sincera e cordiale apertura all’universale, senza lasciarsi interpellare da ciò che succede altrove, senza lasciarsi arricchire da altre culture e senza solidarizzare con i drammi degli altri popoli.
Vista l’enciclica nei suoi elementi fondamentali che tengono in piedi tutta la visione sulla fraternità umana, nell’ultimo articolo faremo un assaggio di alcune delle tante questioni che vengono affrontate nel testo, dalla globalizzazione alla pena di morte, dai fenomeni migratori al mondo della comunicazione.
Andrea Del Giorgio