La Parola è la mia casa: [16/08/2026] XX dom TO anno A

da Parrocchiechiurocastionetto.it, il sito della Comunità pastorale di Chiuro e Castionetto.

Un cuore “cattolico”, cioè grande quanto il mondo

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 15, 21-28)

In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

«Dà a noi, Signore, un cuore grande, […] e avido d’eguagliarsi a quello del Signore Gesù, e teso a contenere dentro di sé le proporzioni della Chiesa, le dimensioni del mondo». È una delle invocazioni più belle della preghiera di Paolo VI e potrebbe essere la sintesi profonda della Parola di Dio di questa domenica: la chiamata a un cuore cattolico, cioè universale, capace di non rinchiudere Dio entro i confini rassicuranti del proprio gruppo, della propria cultura o della propria storia.

Già Isaia annuncia, come una promessa che infrange ogni recinto, che il tempio sarà «casa di preghiera per tutti i popoli». L’elezione d’Israele, dunque, non è mai stata un privilegio da custodire con gelosia contro gli altri, ma una missione: una responsabilità spirituale attraverso cui la benedizione di Dio raggiunge ogni uomo.

Questa prospettiva universale risplende con forza nel Vangelo, dove una donna cananea, una straniera, va incontro a Gesù e riconosce in lui l’unica salvezza: «Signore, aiutami!». Di fronte alla sua insistenza, Gesù ingaggia con lei un dialogo profondo, non per escluderla, ma per mettere alla prova e far risplendere in pieno la grandezza di una fede che sa valicare ogni steccato culturale. Alla fine le dirà: «Donna, grande è la tua fede!», spalancando la porta a un orizzonte in cui il pane della grazia non è più racchiuso nei recinti dei pochi, ma è offerto alla vita del mondo.

Ma è la seconda lettura a portarci nel cuore più intimo di questo mistero. Paolo, scrivendo ai cristiani provenienti dalle genti, deve vigilare su due tentazioni: quella di sentirsi i “nuovi arrivati” che sostituiscono Israele, e quella di pensare che l’elezione del popolo di Dio sia ormai un capitolo chiuso. Per questo afferma con forza: «I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili». Per troppo tempo la teologia ha alimentato l’idea che la Chiesa avesse semplicemente preso il posto di Israele. Oggi comprendiamo che questa lettura non rende giustizia al mistero della fedeltà divina. La Chiesa è realmente il nuovo popolo, costituito non dal sangue o dall’etnia, ma dal dono dello Spirito che convoca uomini «da ogni tribù, lingua, popolo e nazione». Una realtà universale dove nessuno è privilegiato, ma dove la novità cristiana non cancella l’elezione d’Israele, che continua ad avere un posto singolare nel disegno del Padre. Come ricorda Paolo: «quanto all’elezione, sono amati, a causa dei padri».

A questo proposito, custodire la profondità di questa alleanza biblica ci chiede anche un discernimento limpido: l’elezione spirituale del popolo ebraico non va mai confusa o sovrapposta alle contingenze e alle dinamiche geopolitiche dell’odierno Stato d’Israele, ricordandoci che la promessa di Dio si muove su un piano di salvezza che trascende le contingenze della storia terrena.

Questo ci rende guardinghi ogni volta che qualcuno tenta di ridurre il cristianesimo a una religione identitaria, legata a una bandiera o a un confine. La Chiesa è cattolica proprio perché non appartiene a nessuna nazione e, perciò, può appartenere a tutti. Il nazionalismo religioso e le chiusure identitarie contraddicono radicalmente la logica del Vangelo. Se persino nel cammino terreno di Gesù vediamo questo dinamismo di apertura, quanto più noi dobbiamo vigilare quando rischiamo di confondere la Buona Notizia con le nostre piccole appartenenze!

Chiediamo oggi, con Paolo VI, un «cuore grande», teso a contenere le dimensioni del mondo. Un cuore che non abbia bisogno di escludere nessuno per sentirsi cristiano, che non trasformi Dio in una proprietà privata, ma lasci che lo sguardo di Cristo allarghi il nostro, finché non saremo, finalmente, cattolici.

Vieni, o Spirito Santo, e dà a noi un cuore grande, aperto alla silenziosa Parola ispiratrice, un cuore grande e avido di uguagliarsi a quello del Signore Gesù e teso a contenere dentro di sé le proporzioni della Chiesa, le dimensioni del mondo. Un cuore grande e forte da amare tutti, e tutti servire, per tutti soffrire. Amen.

papa Paolo VI

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