Le radici filosofiche del Buddhismo: tra l’imperativo etico, la fenomenologia della trascendenza e il vitalismo esicasta. Un articolo di Tudor Petcu

1. Gli imperativi morali categorici del Buddhismo e il rigore etico kantiano

Nel panorama del pensiero universale, poche dottrine hanno elevato l’esigenza morale a un grado così alto di autonomia interiore come il Buddhismo delle origini. Quando consideriamo le Quattro Nobili Verità e, in particolare, l’Ottuplice Sentiero (Arya Aṣṭāṅgika Mārga), scopriamo una struttura normativa che rifiuta qualsiasi forma di eteronomia. L’uomo non agisce virtuosamente per timore di una punizione divina o per ottenere una ricompensa transazionale post-mortem, ma perché l’ordine morale è la struttura stessa dell’intimità dell’essere.

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L’immaginario animale. Una prospettiva induista

da Alzogliocchiversoilcielo.blogspot.it, sito di taglio ecumenico con testi, audio e video di catechesi, commenti alle letture, conferenze, corsi biblici, lectio e omelie.

Le pareti aggettanti e i portali monumentali d’ingresso dei templi induisti pullulano di raffigurazioni attinte dai diversi piani di esistenza: acquatico, terrestre e celeste; sono veri intarsi scolpiti nella pietra. La poesia abbonda di figure retoriche; ugualmente affollato appare il pantheon delle divinità, fino a sfiorare i trentasei milioni

È innegabile che il primo sguardo sull’induismo sembri l’elogio dell’horror vacui! Eppure, varcata la soglia, si riscopre un andamento fortemente centripeto dalla molteplicità della forma verso un’Unità originaria. Un moto che conduce a quell’Uno, variamente definito dai Testi sacri: l’Ekam sat del Rig-veda, il Tat o il Brahman delle Upanishad, il sostrato di tutto. Nello stesso passo vedico, i succitati trentasei milioni di dèi sono, invero, ricondotti a Uno senza secondo.

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