Un’esperienza pastorale. Intervista a padre Pio Parisi a cura di Giuseppe Trotta – Bailamme n° 27 gennaio-dicembre 2001

da Incontripioparisi.it, Incontri Pio Parisi, discernimento e solidarietà.

Pubblichiamo la lunga intervista a padre Pio Parisi rilasciata a Giuseppe Trotta: “Una esperienza pastorale – Intervista a Padre Pio Parisi curata da Giuseppe Trotta”, pubblicata sulla rivista Bailamme nº 27/2001. Ne esce un profilo dettagliato della vita e della storia umana e spirituale dello storico assistente nazionale delle ACLI. Bailamme è stata una rivista semestrale di spiritualità e politica nata nel 1987, diretta da Giovanni Bianchi, coordinata da Giuseppe Trotta e edita dalla casa editrice Marietti. Tra i suoi redattori: Salvatore Natoli, Mario Tronti, Bepi Tomai, Romana Guarnieri, Luisa Muraro, Rosetta Stella, Emma Fattorini, Paolo Ridella, Eugenio Massa e Vittorio Tranquilli.

Un’esperienza pastorale. Intervista a padre Pio Parisi a cura di Giuseppe Trotta – Bailamme n° 27 gennaio-dicembre 2001

Tu sei nato a Roma …

L’ambiente in cui sono cresciuto era un po’ particolare: su cinque fratelli e una sorella, quattro fratelli sono diventati gesuiti. Qualcosa di singolare c’era. Credo che la singolarità fosse soprattutto in mio padre. Da giovane era stato impegnato con gli amici del Partito Popolare, senza però mai iscriversi. Mio nonno, infatti, si era fatto promettere dai figli che non si sarebbero mai occupati di politica, la quale, a suo avviso, era una cosa brutta. Mio padre si era così dedicato molto di più ad un impegno di carattere sociale e apostolico. Per tanto tempo è stato presidente dell’opera dei “ritiri operai”, un’opera dei gesuiti in ambiente operaio. Allora era molto diffusa, era tra le poche cose che c’erano, prima delle ACLI, in quel periodo, durante il fascismo. Aveva un taglio spirituale e apostolico. La figura di mio padre, che era coinvolto a fondo in queste cose, pur avendo altri impegni, sia di lavoro sia politici (é stato anche consigliere comunale), ha contato. Tutti i sabati sera lui si chiudeva nel suo studio per mezzora o un’ora e non si poteva disturbarlo perché doveva preparare un commento alla messa del giorno dopo, nella Cappella delle Piccole Sorelle dei Poveri. Queste riunivano i barboni e, dopo la messa, li intratteneva mio padre. La serietà con cui faceva questo era testimonianza di quanto sul serio prendesse il fatto religioso.

Mio padre aveva una fabbrica di candele, e ha svolto altri incarichi: è stato per molto tempo Presidente della Camera di Commercio di Roma, Sovrintendente dell’Opera. Non è mai entrato nel partito, ma la Democrazia Cristiana si fidava di lui come uomo onesto e di parte cattolica e, quindi, gli affidava incarichi piuttosto importanti.

Hai parlato dei “ritiri operai” …

L’Opera dei ritiri operai, l’ORP, era gestita dalla Compagnia; era molto diffusa in Italia …

La Compagnia di Gesù era dunque conosciuta a casa tua …

Certamente. Mio padre era stato a scuola dai gesuiti al Massimo …

E la tua mamma?

Mia mamma era belga, aveva un carattere diverso: era molto religiosa, ma non bigotta. Non era impegnata in alcun modo sul piano teologico, culturale o sociale. Lei aveva la fede del “taglialegna”. Era un carattere molto forte. A casa si diceva: “papà è il Re, la mamma Mussolini”.

Che ti ricordi della religiosità che si viveva a casa tua?

In casa mia la religione era una cosa importante. Una religiosità abbastanza matura e aperta, senza bigotterie, poche le devozioni particolari. Si andava abbastanza all’essenziale.

Ad un certo punto scopri questa tua vocazione …

All’inizio fu contrastata, soprattutto per il fatto che volevo andarmene subito. Era la fine del terzo anno del liceo classico. Mio padre non era d’accordo che andassi via subito: “prima fatti gli studi di filosofia alla Gregoriana, iscriviti a legge o a lettere e, quando sei più maturo anche fisicamente…”. Erano gli anni della fine della guerra, si mangiava poco a quell’epoca. Si aveva la paura che andando in noviziato potessi prendere la tisi. Parecchi se l’erano presa.

Possiamo allora parlare prima della scuola, dei tuoi anni di liceo …

C’era un giovane gesuita, un certo padre Giandomenico Maddalena; non era ancora sacerdote, stava in magistero; era stato uno scout prima del fascismo. Cominciò a farci fare campeggi e ci diede soprattutto responsabilità sul piano apostolico. Mi pare in terza media, io ero il capo del gruppo, che si riuniva per le cose spirituali in classe. C’è stato questo precedente: tu ti devi occupare degli altri tuoi compagni, organizzando incontri, gite, ma anche seguendoli sul piano spirituale. Quest’esperienza è stata per me determinante. Ripensandoci ritengo che sia stata una cosa abbastanza violenta. Non si può dire ad uno di dodici anni: tu sei responsabile. Questa responsabilità era considerata da me talmente importante che la scuola passava in secondo ordine. Di fatti studiavo pochissimo. C’erano gli altri compagni che mi aiutavano: Scoppola, Rossi de Gasperis. Questo considerare lo studio come una cosa secondaria ha influito su di me. Credo sia stata una cosa un po’ sbagliata.

Rossi e Scoppola, compagni di allora e amici di una vita, tu li incontri in questo periodo?

Ho incontrato Rossi de Gasperis in prima elementare, Scoppola e Gianni Odorisio in IV ginnasio. Arrivati al liceo, sempre su iniziativa mia, siamo nel 1944, si organizzavano degli incontri per i ragazzi e qualcuno era incaricato di proporre un tema. Ricordo bene che, quando chiesi a Pietro Scoppola il tema, disse di aver letto sulla Civiltà Cattolica degli articoli di Brucculeri sul sindacato. Ci spiegò così che cosa era il sindacato, perché noi non ne avevamo mai sentito parlare.

In quel periodo, sempre a Roma, c’erano alcuni circoli che poi sarebbero diventati famosi, penso a quello della Scaletta.

Rodano era nella “Prima Primaria”, vale a dire la prima congregazione cui le altre erano affiliate. Allora al Massimo c’era una Congregazione Mariana, il cui capo si chiamava “prefetto”. In prima liceo io ero il primo assistente, “prefetto” era Filippo Gentiloni. Nella “Prima Primaria” il prefetto (ma lì erano universitari) era Franco Rodano. Io mi ricordo un incontro con la “Prima Primaria” in cui Franco Rodano fece un discorso di un’elevatezza sorprendente. Era un ambiente molto serio. Siamo nel 1942-1943. Conoscevo poco questa esperienza della “Prima Primaria”. Padre Pecoraro non l’ho conosciuto. Io vivevo in un orizzonte molto ristretto al Massimo.

I miei studi liceali mi hanno dato poco sul piano culturale, anche perché, essendoci la guerra, la scuola finiva prima. Dalla quinta ginnasio al liceo c’era un esame abbastanza impegnativo, ma, essendo il primo anno di guerra, non ci fu esame; così pure alla terza liceo, ultimo anno di guerra, non ci fu esame. Non feci insomma nessun esame …

C’è qualche insegnante che ti è rimasto impresso?

E’ stato per un paio d’anni un certo Vitanzi, di altri non ricordo …

Quindi in seconda liceo incominciasti a pensare alla Compagnia?

Comincia a pensarci, ma escludendo la cosa: essendo tre fratelli già gesuiti ed un altro in guerra, era impossibile che me ne andassi anche io. Mi sembrava poco significativo, tra l’altro, fare la stessa esperienza dei miei fratelli. Poi, finito il Liceo al Massimo, ho preso la decisione di entrare nella Compagnia.

Dove sei andato?

A Galloro. Era il 1944. Sono entrato l’otto dicembre del 1944. Franco Rossi de Gasperis era entrato il 13 novembre. Conoscevo un po’ l’ambiente, ci ero stato quando andavo a trovare i miei fratelli. Sono rimasto a Galloro tre anni, due anni di noviziato e un terzo anno, che inventarono per l’occasione, per prolungare la permanenza. In questo anno studiai le lingue antiche.

A Galloro trovai gente seria e brava. Avevo ereditato, soprattutto da padre Maddalena, una spiritualità centrata su Gesù Cristo e lì trovai, invece, un impianto ascetico tradizionale: l’importanza dell’osservanza delle regole, delle consuetudini, il silenzio. C’era la regola della modestia: uno non doveva guardare in faccia ma in basso. Era una regola strana. Si produsse così una tensione interiore: da un lato bisognava osservare delle regole, dall’altra io sentivo questa esigenza di ricerca e di conoscenza di Gesù Cristo. Leggevo le lettere di s. Paolo. Alle volte duplicavo la meditazione, mi svegliavo un’ora prima per leggere quello di cui sentivo il bisogno … E’ stata un’esperienza pesante.

Una giornata tipo di Galloro?

La sveglia era alle cinque e mezza. C’era un’ora di meditazione, la messa, poi la riflessione sulla meditazione, poi una lettura spirituale … Era tutto impostato sulla preghiera e sulle letture spirituali. Ricordo ricreazioni molto lunghe, si camminava in giardino, si chiacchierava, qualche volta si giocava al palla a volo. Il giovedì si stava tutto il giorno fuori, ma erano giornate comunque pesanti … Qualcuno pigliava in giro me, Rossi e qualche altro che aveva questa esigenza di un discorso impostato su Gesù Cristo: ci chiamavano i “supercristi”. C’era per la verità in me dell’infantilismo, ma vivevo la contraddizione tra il primato dell’osservanza e il bisogno di conoscere il Vangelo …

C’era poi la chiusura … Non si sapeva che cosa succedeva fuori. Ricordo che raccoglievamo dei pezzetti di giornale per strada per vedere se eravamo ancora una monarchia o una repubblica. Ci venne data la notizia dal Maestro dei novizi delle bombe di Hiroshima, ma non era consigliato parlarne.

Che studi facevi a Galloro?

A Galloro si faceva il noviziato, non si studiava qualcosa di particolare. Ci si preparava sul piano ascetico, si studiavano le regole della Compagnia, le sue costituzioni. Negli altri ordini il noviziato dura un anno, da noi se ne fanno due, poi se ne fa uno alla fine, quando uno è già prete, si chiama terzo anno di probazione. Noi siamo rimasti un altro anno a Galloro per fare degli studi letterari. Ma era solo un pretesto per farci rimanere ancora nel noviziato.

Chi ti ricordi?

Qualcuno che veniva da fuori a far visita ai novizi e che raccontava cosa succedeva nel mondo. Ci apriva un po’ gli orizzonti. Il mondo insomma c’era ancora, nonostante il noviziato …

Per me è stato un punto di riferimento importante mio fratello Francesco, che poi è andato nelle Filippine per prepararsi ad andare in Cina, che si era frattanto chiusa ai missionari. E’ morto nelle Filippine nel 1978. Avevo conservato un rapporto con padre Maddalena, ormai sacerdote …

Ci sono state delle letture importanti. Mi ha aiutato molto, quando riuscì ad avere il permesso di leggerlo, don Columba Marmion con un libro intitolato Cristo vita dell’anima. Un libro molto bello. Parlava di Gesù Cristo.

Fuori erano anni terribili e densissimi di cui noi non sapevamo niente. Nel terzo anno studiavamo italiano, latino, greco e pure un po’ di sanscrito, oltre che un po’ di analisi matematica superiore. Ma non c’era un piano di studi preciso. Ricordo che facevamo grandi traduzioni di Bacchilide …

Dopo Galloro dove vai?

Tre anni di filosofia a Roma, al Gesù come abitazione, alla Gregoriana come università. Stavamo allo scolasticato. Dei professori della Gregoriana certamente per me è stato importante padre Arnou, che insegnava teodicea, ed era delegato del Generale per tutte le case di Roma che non appartenevano alla Provincia Romana. Padre Arnou ha determinato molto non solo la mia formazione culturale ma anche quella spirituale. Proponeva una preghiera più personale, partendo dalla teodicea. Anche padre Corradino lo stimava molto. Gli chiedevo se c’era un contrasto tra una spiritualità biblica e una spiritualità che parte dalla teodicea e mi diceva di no, che quella di padre Arnou era una grande lezione. Arnou è stato confessore di molti vescovi e di molti cardinali. Aveva una grande considerazione come padre spirituale.

In questi anni si sono realizzate delle amicizie molto valide tra quelli che facevano filosofia e con qualcuno che faceva già teologia. Allora si stava abbastanza insieme. A quell’epoca, tranne nelle ore di passeggio, bisognava sempre parlare latino.

Uno degli amici, per me molto importante, è stato Maurizio Roberti di Castelvero; una persona molto dotata, che, purtroppo, a 34 o 35 anni è morto in un incidente d’auto. Quando morì, pensai che era una cosa molto seria per la Compagnia: era un uomo apertissimo e di una intelligenza straordinaria. Lui diceva che non era creativo, che era solo capace di imparare, ma aveva una capacità di apprendimento fuori del comune e una lucidità di esposizione ammirevole. Mi diceva: “tu sei creativo, io no”. Era una persona talmente seria e di valore che la sua morte mi sconvolse.

Questi anni non sono stati chiusi come quelli di Galloro. Dal ’47 al ’50 ti è piovuta addosso la storia del Paese …

Certo. Ricordo le notizie che venivano dalla Francia, la Missione Operaia, i preti operai … Sul piano dello studio incominciai a leggere un po’ s. Tommaso. Ma le mie capacità di studio stavano riducendosi sempre di più, mi assaliva spesso la colite, che avevo già preso in noviziato, era una colite spastica e riuscivo a dormire poco. Il terzo anno di filosofia fu un po’ duro: era l’anno in cui dovevo concludere e chiarire varie cose. In quell’anno ero ridotto a studiare un’ora o un’ora e mezza al giorno. C’erano tanti problemi che erano venuti maturando: dovevo concludere, ma volevo anche approfondire … Stavo bene solo quando andavo a fare le gite in montagna.

Alcuni amici si interessavano di questioni sociali e del lavoro, cose che interessavano pure me, solo che il mio era un interesse diverso. Loro erano molto più preparati e io mi trovavo spiazzato. Pensavo che non era una cosa che potevo fare io. Mi interessavo a queste cose ma in una dimensione di fede, secondo l’insegnamento di padre Arnou. Questo approccio mi veniva anche dall’esperienza di noviziato, dagli esercizi spirituali di S. Ignazio. E’ stata per me una tensione continua: desiderio di interessarmi dei problemi sociali ma in una prospettiva di fede, con scarsa curiosità per i fatterelli, le cronache … Questo mi spiazzava rispetto agli altri che invece erano esperti nei fatti e nelle cronache …

Hai partecipato alla mobilitazione cattolica di questi anni …

I Comitati Civici, per esempio, le elezioni del 1948. Io facevo filosofia alla Gregoriana (era il primo anno di filosofia), per un mese ci ritirarono dalla scuola per fare i Comitati Civici. Era il marzo-aprile del 48. Si andava, uno studente di filosofia e uno studente di teologia, nelle parrocchie di Roma. A me capitò la parrocchia di S. Roberto, gli altri andavano in parrocchie di periferia, dove c’era una atmosfera surriscaldata. Capitai insieme a Morati, un intellettuale, che poi uscì dalla Compagnia. Non so se ti viene in mente, ma lo ricorda padre Ganzi nella sua intervista su Castelli. Diceva Ganzi che Castelli e Morati erano a un livello superiore rispetto agli altri. Stavo, dunque, lì a S. Roberto e non facevo niente. Feci un po’ di amicizia con Morati. Ho vissuto con estraneità questa mobilitazione cattolica. Mi sono trovato in mezzo ma senza grandi interessi. Forse già allora cominciarono i contatti con Toldo e Dossetti, che stava alla “Comunità del Porcellino”.

Padre Toldo è un personaggio importante. Avevamo avuto una specie di destinazione, io e qualche altro, a occuparci di cose sociali. Stava nascendo Aggiornamenti sociali e Toldo cominciava ad avere cura di me e di qualche altro. Parlava e ci raccontava un sacco di cose, anche del suo contatto con Lazzati. Quello che mi ha introdotto più seriamente nella conoscenza delle cose sociali e politiche è stato padre Toldo. Ricordo di una vacanza con Toldo e Castelli in montagna. Era una delle prime volte che incontravo Castelli. Facemmo una gita bellissima. Feci questa vacanza quando ero già in magistero, a Livorno …

Toldo comincia ad allestire Aggiornamenti Sociali alla fine del ’48 e agli inizi del ’49 … Dossetti alla fine del ’51 si ritira … Cosa ti ricordi di Dossetti?

Ricordo più Lazzati e il suo contrasto con Gedda. Sono andato un paio di volte alla “comunità del Porcellino”, ma credo che venisse anche lui da noi …

A quell’epoca ero molto impegnato a cercare di influire sull’impostazione della vita della Compagnia nella formazione. Mentre si studiava, per esempio filosofia, ci volevano dei momenti di contatto con la gente, con la periferia, i poveri. Non bastava preparare gli esami … Il tema del rapporto con i poveri lo sentivo abbastanza, ero attratto anche dalle esperienze francesi. Su questo cercavo di stimolare anche gli amici e i superiori in vari incontri che avevo. Una cosa che mi era abbastanza chiara fin da questi anni era che la mia vocazione era quella di aiutare la vocazione della Compagnia. Il soggetto apostolico che vedevo era la Compagnia di Gesù, quello che facevo era per orientare la Compagnia.

C’è qualche lettura di questa esperienza francese di allora che ti colpì maggiormente …

In un libro importante Le levain dans la pates dell’abbè Godin si parlava molto della Joc, poi c’erano gli scritti del cardinal Suhard. In Filosofia queste letture circolavano abbastanza …

Dopo la filosofia …

Tre anni di magistero. Sono andato prima a Livorno, poi a Cesena, per tre mesi, poi di nuovo a Livorno. Durante l’ultimo anno di filosofia mi iscrissi anche all’università statale. Siccome ero destinato all’apostolato sociale …

Ma chi l’aveva deciso?

Era un orientamento che partiva dal padre Generale, su suggerimento di padre Toldo e di padre Castelli. Trovava l’opposizione del nostro Provinciale, padre Porta, che diceva che si sottraevano alla provincia romana dei soggetti che sarebbero poi andati a Milano. Non era chiaro che cosa si intendesse per apostolato sociale … Per tredici anni ho avuto sempre lo stesso superiore, per dieci anni come Provinciale, per tre anni come Superiore di Scolasticato. Così mi iscrissi a filosofia, feci l’esame di filosofia del diritto ed economia politica e poi mi iscrissi a legge. Mi laureai dopo, insegnavo a Livorno e studiavo l’estate.

Dopo Roma vai a Livorno …

Si, dal 1950 al 1953, con una parentesi a Cesena. Il primo anno dovevo fare il Prefetto di Disciplina. Non ero molto portato. Avevo anche una attività apostolica con i ragazzi più grandi. Gli anni successivi ho insegnato in prima e seconda media e storia della filosofia nel liceo. Sono stati tra gli anni meno duri: studiavo un po’ legge, specialmente durante l’estate. Per la mia salute era una condizione meno pesante rispetto alla sola vita di studio. Ho studiato Diritto nel modo più superficiale che si possa immaginare. Preparavo gli esami in poco tempo, mi andavano bene, ma niente di approfondito. Avevo imparato la tecnica per rispondere alle domande. Non avevo grande interesse per il diritto. A Livorno feci il maggior numero di esami, poi, quando tornai a Roma per fare teologia, diedi gli ultimi esami e la tesi.

Ma a Livorno con i ragazzi delle medie cosa facevi? Ho visto il gabbiotto dove sedevi. Eri severo?

Più che altro, come prefetto di disciplina, i ragazzini li consolavo … in seconda media mi divertii abbastanza. Venivo da tre anni di noviziato e poi da filosofia, un periodo di scarso contatto con la gente. Finalmente comunicavo con delle persone: i ragazzi, i genitori … Si stabilì un rapporto di amicizia. Due anni fa, quando andai a Livorno, si fece una cena insieme agli studenti di allora. Il mio insegnamento di italiano aveva una certa efficacia. Io avevo consigliato, a chi aveva voglia di scrivere, di prendere un quaderno e di scrivere quello che gli pareva e poi di farmelo vedere. “Se fate questo seriamente, vi risparmierò temi e riassunti” … Scelsero questa strada i migliori della classe. Alcuni scrivevano un sacco di cose che stavamo delle ore a leggere e a commentare. Uno descriveva la gente che aveva incontrato in autobus, un altro si chiedeva perché, pur essendo i genitori così giovani, aveva solo un altro fratellino … Venivano fuori questioni e su queste si faceva un po’ scuola di vita. Italiano era una materia che lo consentiva … Insegnavo tuttavia anche religione, francese …

L’ambiente era buono. Era un ambiente popolare, a differenza del Massimo. Era superiore padre Franco Rozzi, un uomo molto serio …

Anche a Cesena avevo un gruppetto di ragazzi. Dovevo insegnare in quarta ginnasio lettere. C’erano tre alunni, due di loro sono diventati gesuiti. Anche con loro è rimasto un rapporto di amicizia.

Poi torni a Roma …

Per la teologia e per finire, di nascosto dalla Gregoriana, i miei studi di Legge alla statale. Il rettore della Gregoriana era contrarissimo. Quando mi laureai in Legge c’era una persona sola. Fu una laurea clandestina, tranne che per i miei genitori. Durante la teologia ebbi un grosso aiuto da Corradino, che avevo conosciuto precedentemente.

Quando conoscesti Corradino?

In noviziato. Però fu una amicizia superficiale. Era un personaggio colto, istruito. Lui si era laureato in matematica molto presto, poi aveva fatto il militare. Quando lasciò il militare era guardia palatina. Si era accasermato in Vaticano. Lì lo conobbi. Mi disse che appena arrivavano gli americani sarebbe entrato in noviziato. Il 4 giugno arrivarono gli americani e lui il cinque entrò in noviziato.

Durante la teologia ci furono conversazioni più assidue e profonde. Ricordo anche un’altra persona, padre Rosin. Mario Rosin era di una intelligenza notevolissima. Veniva dal seminario romano, eravamo stati insieme in noviziato, ma non c’era stata una conoscenza approfondita. Lì, invece, per preparare la tesi, chiesi alcune delucidazioni. Molte cose della mia tesi me le aveva dette Rosin. Era un filosofo molto bravo. La mia tesi verteva sull’interpretazione delle legge. Rosin, fin da 14 anni, si era posto il problema critico e aveva vissuto, tormentato da questo problema, studiando e leggendo. Aveva una cultura impressionante. Mi ha aiutato molto. Rosin si è laureato in filosofia ed è andato a insegnare ad Anagni; poi, a un certo punto, ha abbandonato la filosofia e si è messo a fare il padre spirituale in seminario. E’ una persona che è stata dimenticata. Non ho mai capito perché ha lasciato la filosofia. Intuisco: data la sua esperienza spirituale molto forte, forse ha scoperto che la filosofia non era così importante.

Hai lavorato parecchio per la tua tesi di laurea …

Si. Durante l’estate del 1956 scrissi alcune cose che mi erano venute in mente, in base anche a quanto mi aveva detto Rosin. Avevo fatto l’esame di Diritto Civile con Emilio Betti, che è stato il grande maestro dell’ermeneutica giuridica. Questo esame mi aveva molto sollecitato, ho provato a confrontare le tesi di Betti con la filosofia tomista. Scrissi trecento pagine in venti giorni e andai dal professore di filosofia del diritto, Cesarini Sforza, con cui avevo fatto l’esame. Gli dissi: “guardi, ho scritto questa cosa. Può valere come tesi? Le sarei grato se potesse darci un’occhiata” … Dopo una settimana mi rispose che andava benissimo. Gli ho dato io il tema, il titolo, tutto. Nel mio ultimo esame di diritto romano andai da Betti e lo informai che avevo fatto una tesi commentando alcuni punti del suo libro attraverso San Tommaso. Si fece allora mettere come controrelatore. Nella discussione della tesi Betti fece dei grandi elogi. Cesarini Sforza rimase molto contento e mi chiese di continuare gli studi in quel campo del diritto. L’ermeneutica del diritto era allora dominata da Betti e molti erano gelosi. Betti stava una spanna sopra gli altri …

Altri personaggi importanti, oltre padre Corradino e padre Rosin?

C’era anche padre Giannattasio. Prima, come laureato era impiegato al Ministero, qui lo colse la vocazione. Era un uomo di una intelligenza notevolissima. Aveva avuto uno o due attacchi di epilessia, ma poi erano scomparsi. Diventato prete, aveva davanti a sé una carriera di docente alla Gregoriana o di redattore alla Civiltà Cattolica, ma erano ricominciati gli attacchi. Stava al Gesù e ci faceva da ripetitore. Mi ha insegnato un sacco di cose. A Follonica, al mare, ha avuto uno dei suoi attacchi di epilessia ed è affogato in cinquanta centimetri d’acqua.

Ma torniamo al mio incontro con lui. Siccome c’era l’esigenza di sapere cosa succedeva nel mondo ed essendo lui, per il tempo che aveva a causa della malattia, un gran lettore di giornali, avevo chiesto ai superiori di fare una volta alla settimana con padre Giannattasio il commento su ciò che era accaduto. Lo faceva benissimo. Una volta mise in luce la differenza di posizione che c’era tra Montini e Tardini e qualcuno andò a lamentarsi dai superiori. Questa esperienza ebbe così termine. In quei tempi ipotizzare che ci fossero due posizioni nella Chiesa era una cosa inaudita e da condannare.

Tra i professori che per me furono importanti c’è Fuchs, Vignon, Lonergan, che era bravissimo. Rossi de Gasperis fece la tesi con lui. Lonergan era una persona eccezionale. Ho studiato seriamente teologia, anche se allora mancava una formazione biblica. I corsi di Sacra Scrittura erano di fatto secondari. Ci insegnava Antico Testamento padre Assenzio. Oggi c’è Bruna Costacurta! Una differenza enorme. L’insegnamento di Sacra Scrittura era serio e valido, ma non creava nessuna attrazione per la Bibbia. Nelle tesi di Teologia c’erano le prove di S. Tommaso e la Bibbia era citata per dimostrare qualcosa, ma quasi mai studiata per se stessa. Si citava il capitolo V della Lettera ai Romani, ma nessuno ci diceva di andare a leggere la Lettera ai Romani. Le citazioni dei documenti dei Concili avevano di fatto sepolto la Scrittura. Diceva mio fratello Francesco: “pensa a questa gente, come il Denzingher … ha fatto un servizio incredibile di documentazione dei testi del magistero. Ma tu faresti nella tua vita un lavoro come questo di collezionare documenti ecclesiastici?”

Hai una laurea clandestina in legge e hai fatto teologia … Prima di andare avanti vorrei fare con te una parentesi sulle estati. So che sono state importanti …

Durante la teologia, d’estate, studiavo diritto. Così anche a Livorno. Fin dal noviziato (1946) ci fu qualche uscita a Campo di Giove. Quando sapevamo che durante le vacanze si andava in Abruzzo era una giornata felice.. Mi era costato parecchio, entrando in noviziato, il non andare più in montagna. In noviziato scopri la Maiella.

C’è stato un versetto della Scrittura su cui io ho deciso di farmi prete, quando Gesù sulla Croce dice che “tutto è consumato”, che tutto è compiuto. In clima di guerra, in cui il pensiero della morte era abbastanza vivo, ho pensato che anche io, quando sarebbe arrivata la mia la fine, avrei dovuto poter dire: tutto è compiuto. Dovevo scegliere la cosa più impegnativa. Questa centralità di Cristo è rimasta poi sempre, non solo in noviziato, ma anche in filosofia, con tutte le ingenuità di un ragazzo di 18-20 anni.

L’idea fondamentale che avevo era quella di vedere di che cosa c’era più bisogno nella Chiesa. Non scegliere una cosa che piacesse a me, ma una cosa che servisse alla Chiesa, specialmente in rapporto alle situazioni sociali. Di che cosa c’era bisogno? Di questo cercavo di parlare con Rossi de Gasperis e con altri. Mi apparve allora sempre più chiaro che bisognava favorire delle sintesi, ricollegare delle esperienze.

Già in famiglia ero il sesto di cinque figli, tutti con personalità abbastanza vive, e io apprezzavo tutti proprio perché erano diversi tra di loro. Ho sempre avuto modo di venire in contatto con persone sia della mia età che più anziane che mi sembravano molto valide, ma ciò che facevano era slegato, c’era bisogno di qualcuno che mettesse in comunicazione, che creasse rapporti, e non lo vedevo. Allora pensai che il compito mio era quello di cercare di collegare le esperienze valide degli altri.

Per un certo periodo, in contatto anche con Lazzati, pensai a un istituto dove queste esperienze si incontrassero, poi, approfondendo di più, capii che questo lavoro di sintesi o di collegamento implicava la rinuncia ad una specializzazione e a una istituzionalizzazione.

Corradino mi diceva che se uno non approfondisce qualche cosa non capisce niente. Io ero d’accordo, ma cresceva in me la convinzione che la rinuncia ad essere un competente di qualche cosa fosse la condizione per dare una mano a tutti questi competenti per comunicare tra di loro. E’ un discorso che con Corradino è rimasto aperto, maturando man mano. Io apprezzavo sempre di più quello che faceva Corradino e lui apprezzava sempre di più quello che facevo io. Credo che sia vero che uno deve approfondire una cosa, altrimenti non si confronta con la realtà, ma mi domando se la
mia specializzazione non fosse proprio quella di non specializzarmi. Era un’esperienza di povertà anche sul piano culturale. Dovevo fare un servizio che altri non facevano.

Questa è stata la cosa centrale che sono andato maturando. E’ una riflessione questa che si ricollega alle proposte che avrei fatto dopo a Maurizio Polverari. Su questa mia meditazione ha influito molto una persona importantissima nella mia vita, padre Ledrus, che ho conosciuto negli anni di teologia. Lui aveva una visione dei gesuiti che era un po’ diversa da quella del Generale: il compito dei gesuiti era quello di essere certamente delle persone preparate, ma disponibili per quello di cui c’era bisogno nella Chiesa.

Questa era la vocazione fondamentale dei gesuiti: non dovevano avere opere proprie. Certo, rimane un punto oscuro: quando S. Ignazio era ancora vivo, c’erano già centinaia di collegi. Padre Ledrus diceva che i collegi non sono un’opera vera e propria della Compagnia, ma una cosa accidentale, un impegno che è capitato, ma che non definisce la vocazione specifica dei gesuiti. Lui paragonava i gesuiti al sangue nell’organismo: il sangue non è il piede o la testa o il braccio, ma tutto però vivifica, è da per tutto. Se mancassero l’orecchio, la bocca, il piede il sangue non servirebbe a niente. La Compagnia aveva un ruolo sussidiario in questo senso. Lui insisteva molto sull’esperienza di povertà. La povertà è una condizione per poter essere sussidiari.. Io ho ricevuto moltissimo da padre Ledrus, condividevo molto le sue idee.

Questo non specializzarmi in nessuna cosa è stata una mia scelta consapevole. Andando avanti mi accorgevo sempre di più che io non avevo niente da dire, dovevo solo ascoltare, ma, avendo ascoltato, potevo poi organizzare qualcosa per quelli che avevano parlato. Un po’ come ho fatto con padre Corradino e con padre Stancari. Su questo una persona che mi aveva dato una indicazione fin dal noviziato è stato Rosin. Lui in noviziato mi disse: “tu sei fatto per fare il superiore, perché capisci tutte le cose ma non te ne intendi di nessuna”. Allora non ci diedi molto peso, ma dopo, ripensandoci, mi è sembrata una intuizione valida. Eppure è proprio quello che i superiori non riescono o non possono fare, perché, avendo la gestione di tante cose, non hanno la libertà di …

Non ti ho mai visto come superiore. Ma approfondiamo questo discorso di chi è capace di cogliere le opportunità degli altri e di renderle produttive proprio …

Io penso che nella Chiesa il mestiere che cerco di fare io di per sé sarebbe il mestiere del superiore, dei vescovi: dovrebbero parlare di meno, rinunciare ad avere un ruolo proprio e cercare di capire e di essere attenti, valorizzare, collegare. Ruini cosa fa? Fa delle pensate con i suoi collaboratori e non sente nessuno. Oggi questa è anche la situazione della Compagnia. Forse qualcosa è cominciato a cambiare con Kolvenbach, una persona che parla poco, si sente poco, probabilmente perché ascolta di più. Penso ai Provinciali che abbiamo avuto negli ultimi anni: gente brava e buona, ma, stando in quella posizione, hanno una serie di problemi da gestire inevitabili: i gesuiti anziani, i vari istituti, i beni della Compagnia con spese relative, ecc. Tutto ciò fa perdere la libertà di pensare.

Nella mia vita una cosa che ho avuto in abbondanza è stato il tempo di pensare per conto mio. Nello studio ho avuto dei grossi limiti, il diritto è stato per me solo un gioco di domanda e risposta; le cose che, invece, studiavo, perché mi appassionavano, mi mandavano per aria la digestione … Ho avuto, dunque, un sacco di tempo per pensare. Non solo: per 35 anni non mi hanno dato nessun incarico … Pensare, ascoltare, poca possibilità di leggere … Ho molto pensato e ascoltato. Mio fratello Alberto, quello più grande, con cui c’era un rapporto molto cordiale, anche se eravamo completamente diversi, diceva: “Pio che fa? Pio pensa.” Poi, è vero, ho pensato anche un sacco di cose inutili.

Una volta a tavola, ero ancora un ragazzino, intervenni su una cosa, che probabilmente non conoscevo, e mio padre mi disse: “tu devi star zitto. Prima di te deve parlare tuo padre, poi tua madre e poi cinque fratelli …” Forse risale qui la mia vocazione all’ascolto …

Dovevo fare quello di cui c’era più bisogno. C’era chi diceva che dovevo fare il professore di lettere, chi diceva che dovevo fare le missioni popolari. Io mi domandavo: ma di che cosa c’è più bisogno? Ricordo un fatto. Ero superiore alla Cappella Universitaria e durante un convegno dei superiori di tre giorni in cui non c’era un programma definito, uno, che sarebbe diventato provinciale, disse: “ognuno parli di quali sono i problemi della sua casa”. Proposi in alternativa che si parlasse della situazione della Chiesa, per vedere quali erano i problemi più grandi e se potevamo dare una mano. Delle nostre case avremmo parlato poi. Ci fu una discussione animata e, alla fine, ci si accordò su una proposta: Pio, da buon osservatore, avrebbe fatto una relazione sui problemi della Chiesa italiana, non più di dieci minuti o un quarto d’ora, poi si sarebbe parlato dei problemi delle nostre case. Rinunciai allora alla mia proposta, non mi sembrava serio parlare per dieci minuti della situazione della Chiesa.

Per concludere: cercare di che cosa c’era più bisogno e l’idea di qualcuno che aiutasse la circolazione delle esperienze valide. Questo corrispondeva, come ho detto, alle idee di Ledrus sulla Compagnia.

Ricordo in noviziato, ma di questo ho già parlato, la centralità di Gesù Cristo, più che l’osservanza. Perché faccio delle cose? Per chi? Era maestro dei novizi padre Adolfo Bachelet, un uomo buono, che ebbe una infinita pazienza con me, con Rossi e tanti altri. Ci rispondeva: “l’importante è che tu esegui le regole e le consuetudini adesso, oggi; solo così fai dei passi avanti verso Gesù Cristo”. Replicavo: “si, ma se io non penso Gesù Cristo, i passi li faccio, ma non vanno verso di Lui.” Io ero venuto in noviziato per Gesù Cristo, appassionato di Gesù Cristo, mentre in noviziato mi si diceva che la cosa più importante era rifare il letto alla mattina nei cinque minuti previsti, osservare il silenzio ecc. Mi sembrava una gabbia di matti … Avevo 18 anni, allora. Sono le stesse cose che penso anche adesso. Due sono le cose: o ho sbagliato tutto da allora fino adesso o qualcosa di valido lo avevo capito. Certo, a 18 anni, queste cose sono condite da fantasie e da entusiasmi, ma erano delle idee, non erano solamente dei sentimenti. Erano delle idee che mi erano state trasmesse, in parte, dalla educazione familiare e poi dai gesuiti stessi, in particolare da padre Maddalena.

Un altro pensiero forte della mia formazione è stato quello della sintesi, la sintesi che nasce dal basso.

Dopo la teologia …

Dopo la teologia c’era il terzo anno di probazione … A Firenze. Tufari è stato l’interlocutore principale. Tufari aveva fatto teologia a Napoli. Ci siamo conosciuti a fondo in questo anno fiorentino. Istruttore era padre Ganzi. E’ stato un anno in cui ho pensato molto. Ricordo il mese degli esercizi, molto bello. Avevo fatto gli esercizi anche in noviziato, ma l’anno fiorentino li affrontai con altra maturità … Ganzi non ci diceva quasi niente, li abbiamo fatti per conto nostro. Eravamo in 35: alcuni americani e gesuiti di varie province d’Italia. L’interlocutore principale per me, come ho detto, era Tufari. C’era il silenzio, di per sé non si poteva parlare. “Sarebbe meglio legalizzarle queste conversazioni”, ci diceva padre Ganzi. Ricordo anche padre Iori … e questo gran tempo per poter pensare.

Li mi chiesero di fare un corso alla Congregazione Mariana, cioè alle CVX di Firenze universitari. Lo feci prendendo spunto da qualcosa che avevo sentito da Lazzati: il compito del cristiano era l’assunzione teologale della realtà, partendo dal mistero di Cristo. Ultimamente mi è capitato di pensarci: tutto il discorso che ho fatto successivamente sulla laicità avrebbe detto le stesse cose; i termini erano certo diversi, forse ancora più scorbutici … In quell’anno pensai molto. Fu un anno di letture ignaziane. Lì feci la mia proposta ai superiori, un progetto abbastanza ben determinato che all’inizio trovò l’opposizione del rettore della Gregoriana. Fu una comica. Il Rettore aveva messo gli occhi su di me per farmi diventare professore di pastorale sociale. Io avevo dei titoli, secondo lui: ero dottore in giurisprudenza. Alla Gregoriana bastava essere dottori per saper fare le cose … Ricordo il colloquio con lui, che poi diventò cardinale, un ecuadoriano. Concluse il suo colloquio con me dicendo: “ho capito che lei non ha la vocazione all’apostolato scientifico”. Risposi: “guardi, padre, è proprio così, io proprio non l’ho questa vocazione, sono un pover’uomo”. ” Si, si l’ho capito”. Andai allora dal provinciale, che era padre Maddalena, contrario a un eventuale mio incarico in Gregoriana, e dissi, “Mimmo, guarda, non ho la vocazione all’apostolato scientifico …”.

Ero prete da un anno e dovevo insegnare a dei preti la pastorale! L’unica esperienza che avevo, l’avevo fatta a Regina Coeli; bella, certo, ma breve. Che avrei insegnato? “Lei che lingue sa?” mia aveva chiesto il Rettore. “Il Francese”, avevo risposto. “Guardi c’è un ottimo manuale, si abboni a una rivista, ha una laurea in diritto …”. Dovevo insegnare, insomma, cose che non sapevo.

Come mai c’era questa insistenza a che tu andassi a insegnare pastorale sociale?

Amici certamente seri e ben informati mi spiegarono che l’Istituto di Scienze Sociali in cui avrei dovuto insegnare la pastorale erano tutti stranieri e serviva che ci fosse un italiano che potesse facilitare i rapporti con l’ambiente sociale e politico ai fini dei loro studi di realtà sociali. Essendo mio padre allora Presidente della camera di Commercio pensavano che questo avrebbe potuto facilitare il loro rapporto con la realtà romana e italiana.

Hai accennato due volte a Regina Coeli …

Durante l’ultimo anno di teologia, quando eravamo già preti, la domenica si facevano i ministeri. Io andavo a Regina Coeli. Facevano i cappellani i padri conventuali. Davo loro una mano. Confessavo, andavo dai malati, dove c’erano anche gli ergastolani. Il piantone chiedeva se c’era qualcuno che voleva confessarsi. Qualcuno veniva. Domandavo subito se volevano confessarsi o fare semplicemente due chiacchiere. Spesso volevano solo chiacchierare per uscire dalla cella. Era una cosa bella. Parlavano, avevano bisogno di parlare e parlavano, parlavano. Affermavano che riuscivano a rasserenarsi per le cose che dicevo. Io non dicevo, invece, proprio nulla. Sentivo soltanto. Era solo lo sforzo di ascoltare. Non avevi detto niente a questa gente e sembrava gli avessi detto tutto. Avevano la sensazione che tu gli avessi risolto i problemi. Ho imparato un sacco di cose. Ricordo un siciliano che mi diceva sempre: “viri padre, visi padre. Quanti anni ci hai”. Rispondevo: “trenta”. “Viri, quando tu sei nato, io già stavo in carcere. Io avevo tre figli e adesso ce ne ho quattro”. Era fiero di avere un altro figlio, cioè io. Mi diceva che se gli avessero detto che sarebbe uscito, ma sarebbe morto dopo un’ora, lui sarebbe uscito contento. C’era un legame con i carcerati che si stabiliva subito, immediatamente.

La pratica del confessionale la avevi già iniziata?

Si, ricordo che l’estate a Frascati avevo confessato molto, ore e ore. Poi anche vicino a Roma, alla Casa dell’Amore Fraterno, per giovani usciti dal carcere.

Ma torniamo alla tua laurea. La cosa la si venne poi a sapere?

Si. Ma era cambiato il Rettore. Il Rettore arrabbiatissimo era padre Dezza, assolutamente contrario. Aveva ragione. La laurea in legge fu in effetti una delle cose più inutili. Se invece di legge avessi imparato … l’inglese, ma soprattutto se al posto dello studio del diritto qualcuno mi avesse guidato nello studio della Bibbia …

Siamo arrivati alla maturazione della tua proposta durante il periodo della teologia e nel terzo anno di probazione …

La proposta era che io andassi a Bologna. Essa era stata accettata dal provinciale, che era allora padre Maddalena. Quando diventò Provinciale perse molto della sua vivacità. E’ sorprendente questo fatto: il luogo in cui si opera finisce per cambiare le persone. Non fu certo una sua scelta diventare Provinciale, accettò questa carica da altri, che pensavano a un certo modo di governo dall’alto della Compagnia. Lui era un uomo inatteso, imprevisto. Si spense in questo incarico.

Io dovevo andare a Bologna a dare una mano ai gesuiti che lavoravano lì, poi c’erano altri due gesuiti, padre Rosario Chiomenti e padre Jean Darù che lavoravano a Ravenna in una esperienza molto bella a livello di base. A Bologna c’erano vari preti impegnati nella lotta contro il comunismo … A Ferrara c’era stato Maddalena … Io avrei dovuto aiutare questi confratelli, ma al tempo stesso ritirarmi a Bologna dieci giorni al mese per riflettere su quello che avevo visto sul tema fondamentale del rapporto della Chiesa con il comunismo, dietro a cui c’era il rapporto della Chiesa con il mondo. C’era bisogno di persone che potessero pensare, pensare stando dentro la realtà, ma non gestendola. Io ero solo un aiutante. Ferrara, Ravenna e Bologna erano realtà significative. A Bologna pensavo di sentire Ardigò, Dossetti e così maturare un discernimento da offrire alla Compagnia, che avrebbe poi organizzato il suo apostolato. Questa era la proposta. Un buona proposta.

Un altro che mi aveva adocchiato era padre Riccardo Lombardi. Padre Maddalena era contrarissimo, con Lombardi, secondo lui, sarei stato perso per il lavoro della Provincia romana. Lombardi aveva come idea centrale il Corpo Mistico, io sentivo più il Mistero pasquale e il Mistero della Incarnazione.

Intanto avevo detto di no a quelli di Aggiornamenti sociali, che pure loro avevano chiesto che fossi destinato lì. Era maturata un’amicizia molto valida, prima con Toldo, poi con Castelli e con padre Rosa. Padre Rosa era stato confinato a Roma per avere scritto favorevolmente sul centro-sinistra. Ero contrario ad andare ad Aggiornamenti sociali perché sentivo il bisogno di fare più un discorso di carattere spirituale e non sociologico. Lo dissi a padre Toldo e a padre Castelli e al loro provinciale padre Costa. Costa la prese male. Continuò a prendermi in giro tutte le volte che ci vedevamo: “ecco quello delle cose spirituali”, diceva in modo ironico … Avevo fatto una obiezione seria e lui non la capiva … Mi ricordo una volta in cui mi fu abbastanza chiaro che non era quella la mia strada. Eravamo andati a Bari per un Congresso della CGIL, c’erano Castelli, Rosa, Tognoni, Tufari e altri. Discutevano su come bisognava contrastare le sinistre. Io sentivo che quella lotta che loro proponevano non era la mia, mi sembrava realizzarsi soprattutto sul piano politico e culturale, senza sufficiente riferimento alla conversione. Con molta serenità capii che non era la mia strada.

Torniamo a questa tua idea di Bologna …

A Bologna c’ero stato una ventina di giorni per questo scopo, mi aveva mandato padre Maddalena: parlare con la gente, valutare l’azione che fanno i gesuiti, fare una relazione. Quando fecero provinciale padre Maddalena, prima che mi accorgessi che si sarebbe spento, mi sembrava intravedere la mano della Provvidenza: l’idea che non dovessi preoccuparmi di me, ma solo della Compagnia, mi sembrava rilanciata da questa elezione. Padre Maddalena era la persona adatta.

Ero stato a Bologna, ero stato venti giorni a Ferrara, avevo già fatto una perlustrazione. Mi accorgevo tuttavia che quando facevo le relazioni non gli piacevano completamente. A Ferrara avevo fatto un colloquio con uno dei grandi amici di padre Maddalena, un comunista. Costui faceva delle critiche precise: il lavoro che si faceva a casa Cini, per esempio, era fondamentalmente borghese. Mi sembrava vero. Questo dispiacque a padre Maddalena. Avevo comunque cominciato a lavorare e cominciavo a provarci gusto …

E invece?

E’ arrivato l’incarico alla Cappella Universitaria. Era d’estate, ero superiore del campeggio dei gesuiti e mi chiesero di occuparmi della Cappella dell’università. Erano in dubbio se dovessi andare io o mio cugino Marcello, che stava a Radio Vaticana. Mio cugino, purtroppo, ebbe un incidente di moto che lo mise fuori uso per un anno e allora andai io. Siamo alla fine del 1958.

Mi hai parlato di un incontro con Dossetti in questo periodo.

Avvenne nel 1957. Andai a chiedere che cosa lui pensava che dovesse fare un gesuita a cui avevano detto di fare l’apostolato sociale. Mi disse che la cosa più importante era che facesse il prete. Mi disse che in quel periodo stava lasciando tutto quello che era l’impegno sociale, politico e culturale. Dopo qualche giorno apparve anche sul giornale la notizia che si ritirava per prepararsi al sacerdozio. A un certo punto del colloquio con Dossetti arrivò Augusto Del Noce al quale gli disse: “senti, fai un po’ a padre Parisi un discorso sulla historia mundi”. Passeggiai con Augusto Del Noce. Un po’ che diceva cose complicate, un po’ che quando parlava non era chiaro, un po’ per il traffico, fatto sta che non capii molto. Questo avvenne a via S. Vitale. Ho rivisto Dossetti 40 anni dopo, si ricordava ancora di me.

Siamo alla cappella …

Sono stato superiore della Cappella fino al 1965, poi sono rimasto come aiuto fino al 1967, ma in Cappella sono passato spesso fino al 1970.

Cos’era la Cappella Universitaria?

Quando andai io, era tenuta aperta dalla sorella del cappellano, un certo mons. Pangelli, che insegnava in seminario lettere e era assistente della FUCI. Non aveva tempo di occuparsi della Cappella che, per stare aperta, aveva bisogno della sorella. Lui vi andava ogni tanto e faceva lì le riunioni della FUCI e anche dell’INTESA. Quando andai, lui seguiva la Cappella da quasi due anni. Prima di lui c’era stato per vari anni don Gianmaria Rotondi, che era uno dei segretari di Lercaro a Ravenna. Era approdato infine a Roma, alla Cappella, dove aveva lavorato moltissimo. Lo avevano mandato via perché aveva fatto un incontro in Cappella con Danilo Dolci. A questo incontro erano venuti parecchi comunisti, c’era stato un allarme del Rettore, del vicariato. Seduta stante proibirono l’incontro e mandarono via Rotondi. Rotondi non si era mai interessato di politica, faceva direzione spirituale. La prima volta che dissi messa in Cappella c’erano un quindicina di ragazzi nei banchi; tornato in sacrestia la sorella del cappellano mi disse: “quelli sono i nemici di mio fratello … Sono arrabbiati perché hanno mandato via Rotondi” … I ragazzi erano contenti del mio arrivo. Mi diedero una mano ad avviare il lavoro. Don Gianmaria Rotondi, che stava a Genova, fu gentilissimo. Quando veniva a Roma ci incontravamo, ma non ha mai messo piede nella cappella. Per lui era stato un trauma tremendo. E’ morto abbastanza presto. L’associazione a cui erano intestati gli appartamenti in cui vivo con gli studenti universitari fuori sede si chiamava “Gianmaria Rotondi”, poi è stata intestata a Maurizio Polverari.

Cominciai così a dir messa nella cappella. Con me c’erano altri due padri: padre Fraccalvieri, abbastanza anziano, ma pratico ed esperto; e venne poi anche mio cugino, quando le condizioni di salute glielo permisero. Celebravo messe, confessavo e facevo una ricerca su che cosa significava essere cristiani nelle professioni a cui si accedeva dopo gli studi universitari. Un po’ alla volta mettemmo su dei gruppi universitari e di professionisti nella varie materie: medici, fisici, architetti, con i quali di discuteva su che cosa dovevano aspettarsi gli universitari che si preparavano a fare i medici, gli ingegneri, ecc. Ebbi l’aiuto di vari sacerdoti che venivano: padre Giuseppe De Rosa confessava; don Giulio Girardi, a cui i superiori dissero di non perdere tempo con queste cose e che pensasse a studiare, poi ha studiato e i superiori non sono stati soddisfatti. Chi mi ha aiutato moltissimo è padre Raimundo Pannicar. Lui aveva a cuore il servizio della Cappella. Era dell’Opus Dei. Mandai una volta padre Trento da mons. Balanguer per chiedere che cosa pensasse dovessero fare i cappellani dell’università: disse che la presenza all’università lo interessava solo per cercare vocazioni. Questo era il pensiero del beato Balanguer. Pannicar, pur essendo dell’Opus Dei, era tutto al servizio della Cappella. Poco dopo seppi che era uscito dall’Opus Dei.

Un altro che mi aiutò parecchio nelle attività liturgiche era don Luigi Della Torre, liturgista. Poi c’era un certo padre Ortelano, un redentorista, che dimostrò una straordinaria disponibilità … Haering venne a fare anche lui degli incontri. Chiesi di darmi una mano anche a padre Ledrus, che era mio padre spirituale. Padre Ledrus non era interessato alle cose sociali o ai problemi del lavoro, per questi problemi chiamai padre Haering. Ledrus era mio padre spirituale dal primo anno di teologia, dal ’53 o ’54. E’ stato un personaggio importante per me e per molti altri. Era specialista in S. Giovanni della Croce, aveva viaggiato in India vari anni, era un belga. A quell’epoca aveva una apertura abbastanza rara. Ricordo che diceva: “la comprensione del Vangelo di Giovanni e delle sue lettere verrà raggiunta più avanti … Abbiamo ancora tanta strada da fare. Comprenderemo meglio S. Giovanni quando ci sarà un rapporto interiore con l’esperienza Indù. Gli Indù hanno delle profondità ignote che ci aiuteranno a capire molto dei vangeli”.

Padre Ledrus ha scritto molto, ma aveva una scrittura terribile: ogni riga era numerata e ogni parola aveva una nota con tutte le citazioni della Scrittura.

La mia idea era di raggiungere più gente possibile. Facevamo incontri di facoltà, o messe di facoltà. Avevamo visto che a fisica, per esempio, quelli del primo anno avevano un buco orario dalle dieci alle undici, allora dalle 10 alle 11 c’era la riunione per quelli del primo anno di fisica e così via. Alla fine c’era una massa di riunioni, per fortuna c’erano questi sacerdoti che aiutavano. Si facevano sei o sette riunioni il giorno, una cosa massacrante. E’ venuto padre Enrico di Rovasenda, qualche volta è venuto mons. Pellegrino, padre Gino del Bono, legato alla “comunità del porcellino” …

Poi c’è stato il Concilio e allora veniva qualcuno dei padri del Concilio, per esempio, De Lubac è venuto più di una volta. C’era questa attività moltiplicata, corsi di teologia a varie ore. Uno di questi corsi li faceva padre Giorgio Flik, che è stato un paio d’anni con me, Corradino ecc. C’erano infine le riunioni per anno di facoltà. Mi aiutava molto il prof. Cotta, a quell’epoca era grande amico di Scoppola. Maurizio Polverari e altri due o tre ha fatto la tesi con lui, su richiesta mia. Ero d’accordo con Maurizio di preparare una tesi su “spirito e struttura” … Cotta li seguiva e ci lavorava parecchio. Gli chiesi di seguire uno studente con una tesi su Balbo, che a Cotta non stava molto a genio, ma lo consigliò lo stesso. Era ammirevole. Cotta è cambiato con la contestazione.

E gli studenti?

Alla fine della settimana avevamo, in un modo o nell’altro, contattato quasi un migliaio di persone. La comunità dei padri era molto aperta: alcuni studenti venivano, mangiavano, ecc. Quando lasciai e vennero altri padri, sentivano l’esigenza di uno stile più raccolto, con meno iniziative e tutte su un piano più spirituale … Mauro Pesce, per esempio, organizzava le riunioni della facoltà di lettere. Per il primo anno di filosofia arrivavano 80 o 100 persone. Forse era una cosa un po’ dozzinale, ma di popolo.

A tutto questo si accompagnava il lavoro di ricerca con i gruppi di professionisti e d’universitari. C’erano tantissimi circoli universitari nelle parrocchie, nascevano come la “FUCI della parrocchia”, ma non avevano rapporti con la FUCI. La FUCI era una cosa di élite, molto intellettuale, questi invece erano gruppi parrocchiali. Cercavo di tenere un rapporto con questi circoli universitari. Per più anni si era programmata una preparazione alla Pasqua in comune. Ricordo che un anno padre Pannicar preparò delle tracce; nelle parrocchie dove c’erano i circoli o andava qualche padre della Cappella oppure i sacerdoti del luogo facevano la preparazione con le indicazioni date da Pannicar. Alla fine c’erano incontri comuni liturgici guidati da don Luigi Della Torre.

Nella comunità della Compagnia alla cappella io ero il responsabile, ma i compiti erano divisi: alcuni seguivano una facoltà, altri un’altra. La parte che facevo in modo particolare io e in cui non riuscivo a coinvolgere gli altri, era quella della ricerca.

Un’occasione di grandi incontri …

Si, ho conosciuto studenti, professori, bidelli. Don Giammaria Rotondi ha lavorato molto con i bidelli dell’università. Quando sono andato alla Cappella universitaria era morto Pio XII, poi nel 1963 moriva anche Papa Giovanni, mentre il Concilio era già cominciato. Era un grosso risveglio. Quando uscivano i documenti del Concilio mettevamo in cappella tutti i librettini, costavano 50 lire.

Nell’estate del 1959 feci un giro in altre università all’estero. Sono andato in Francia e Belgio. A Grenoble conoscevo qualcuno, poi a Parigi e poi a Lovanio. Mi domandavano: “lei è cappellano dell’università, di che facoltà?” Io rispondevo: “di tutte”. Si facevano un sacco di risate. A Parigi c’era alla Sorbonne tutto un gruppo di sacerdoti diocesani, tra cui il giovanissimo Lustiger, che lavoravano nei vari istituti: i gesuiti si occupavano di ingegneria, i domenicani di diritto ecc … Quando dicevo che ero il cappellano di tutta l’università, stentavano a crederci.

Quando è nata l’esperienza dei fuori sede?

Molti di quelli che frequentavano l’università erano della casa dello studente, fuori sede. Davanti all’università c’era un grosso pensionato femminile, una vera attrazione per gli studenti, che andavano lì a fare le serenate. Venivano allora alla cappella anche le universitarie. C’era tutto un giro di fuori sede. Nel 1962, alla fine, capitò Maurizio Polverari, che era matricola. Gli avevano detto che all’Azione Cattolica c’era un lavoro che poteva andare bene per lui. Lo aveva saputo tramite un prete di Senigallia, a cui lo avevo detto io. Dissi alla giovane matricola di andare a vedere, anche se la notizia era arrivata un po’ male: cercavano un laureando, mentre lui era solo agli inizi. Parlando mi fece l’impressione di una persona in gamba, allora gli consigliai di ripassare prima di andare via, per vedere se c’era qualche altra possibilità. Ripassò il giorno stesso e gli proposi di darmi una mano. Gli chiesi di cosa avesse bisogno per vivere a Roma. Aveva bisogno di mandare 10.000 lire al mese a suo padre che era invalido. Così cominciò la nostra collaborazione. Cominciò a lavorare all’inizio del 1963 e subito animò molto cose, fu una presenza notevole … Nella cripta riuniva sempre un sacco di gente. C’era un vecchio ciclostile, fece subito una colletta per comprarne uno nuovo. Mi diede un grosso aiuto sul piano pratico e poi sul piano della ricerca. Seguiva i gruppi dei professionisti, svolgendo il ruolo della segreteria. La ricerca la sentivo sempre più necessaria. Non era così per altri. Questo fu uno dei motivi per cui fui messo da parte.

Nel 1966, non ero più cappellano, però stavo ancora in università. Maurizio aveva finito gli esami di giurisprudenza, stando alla casa dello studente. La doveva lasciare a novembre e il progetto era quello di laurearsi a luglio. Allora lui e altri quattro che stavano nella stessa situazione pensarono di prendere un appartamento e mi chiesero una mano. Prendemmo questo appartamento e in quindici giorni, a luglio, ne uscirono cinque laureati in giurisprudenza.

L’anno dopo alcuni studenti gesuiti chiesero di poter vivere in un appartamento, glielo concessero a patto di trovare un prete che andasse a vivere con loro. Mi domandarono se ero disposto a seguirli, cosa che feci volentieri. Continuavo ad andare con la lambretta tutti i giorni alla cappella. Nel 1967 presi l’appartamento con i giovani gesuiti, poi ne affittammo altri due per altri studenti.. La cappella non era più la mia casa, era la mia comunità, ma non la mia casa.

Padre Castelli venne ad abitare in un appartamento vicino al mio. Stavo allora in via Donati.

Possiamo approfondire il tuo rapporto con Maurizio?

Maurizio è quello che mi ha aiutato di più. C’era un gruppetto: Alberto La Porta, Giorgio Alessandrini, Mario Berardinelli, Mario Casella, Clara Gennaro, Zelina Zafarana, Giulio Cascino. Con questo gruppo si faceva ricerca. L’idea di fondo era questa: cercare di prepararsi, attraverso lo studio, a essere un lievito sul piano culturale, sociale e politico, ma con una scelta di povertà, non preoccupandosi di fare carriera. Ascoltare gli altri e dare una mano. C’era tanta gente che capiva tante cose, ma ognuno ne capiva una e allora bisognava cercare di facilitare la comunicazione.

Facemmo una carta di questo gruppo. Doveva essere un servizio culturale, sussidiario, sintetico, povero, e, in Cristo. C’era un riflessione teologica elaborata, ma era scarsa l’esperienza di un rapporto diretto con la Parola. Ci si vedeva in cappella e poi nell’appartamento di Maurizio. Siamo verso il ’64 o ’65. Ci fu un discreto sforzo di elaborazione.

Allora c’era un personaggio che ci dette una mano sul piano economico, il Marchese Gerini. Era un personaggio della DC che aveva una barca incredibile di quattrini e aveva scelto di aiutare i salesiani. Era senatore nella DC. Mio padre lo aveva conosciuto. Mi diceva: “è senatore per censo” … Avendo tanti quattrini, era un uomo molto libero ed era molto critico verso la DC. Diceva sempre che la DC funzionava con una selezione alla rovescia: andavano avanti quelli meno seri.

La sua idea era che entrassimo nella DC per fare la corrente di quelli che non hanno corrente. Non era quello che volevamo fare noi, per noi era abbastanza chiaro che non si doveva entrare in un partito.

Il marchese Gerini faceva una vita molto francescana, non ho mai capito se non si fosse sposato o se era vedovo. Viveva molto sobriamente, prendeva l’autobus, rimandava a casa il vecchio autista, quando mi veniva a trovare, per non fargli perdere tempo. Quando è morto, ha lasciato tutto ai salesiani. Gli eredi se la sono legata al dito. Mi hanno raccontato che un suo nipote aveva incorniciato nell’ingresso di casa un assegno di diecimila lire che gli aveva mandato lo zio. Era l’unico regalo avuto, che non aveva mai riscosso, data la sua rarità …

Il marchese Gerini ci diede un piccolo aiuto per breve tempo, anche se continuai con lui un buon rapporto. Ne era meravigliato. Mi raccontava una volta tutta la sua mortificazione per il fatto che non era mai considerato per quello che era, ma per i soldi che donava. Io gli parevo un’eccezione.

Con questo gruppo si decise che per lavorare efficacemente ci voleva qualcuno che lo facesse a tempo pieno. Maurizio si dichiarò disponibile. Ne parlò con Anna, la fidanzata. L’avventura si interruppe assai presto. Si ammalò molto gravemente il padre di Maurizio e quindi Maurizio doveva andare molto spesso a Senigallia, gli altri del gruppo si spaventarono all’idea che ci fosse uno di loro che sacrificasse la sua professione. Economicamente c’era un amico di Maurizio che era andato a fare il medico in un’impresa di costruzioni in Africa e che versava una parte del suo stipendio, c’erano poi tanti altri amici che potevano intervenire. Non era un problema economico, era che ognuno cominciava a sentire che doveva fare strada nella scelta che aveva fatto e quindi la scelta di Maurizio, pur approvata da tutti, creava disagio. Quando Maurizio si sposò non aveva lavoro, all’arrivo del primo figlio, Paolo, si cercò di conservare lo spirito dell’iniziativa, ma anche Maurizio dovette cercare una sua strada. Siamo nel ’70-’71. Gli erano arrivate varie proposte di lavoro: in una scuola dell’IBM, in una banca ecc. Maurizio scelse di fare il sindacalista nella CISL.

Dal 1967 al 1971 sono stato in via Donati, poi dal 1971 sono passato in via Degli Ortaggi, dove abito ancora. Sono vissuto con alcuni gesuiti, per esempio con padre Pino Stancari, due anni. Facevamo anche una scuola serale. In via Donati, per questa comunità di gesuiti, avevo pensato un programma. Castelli capiva i miei progetti. Mi stava a sentire. Venne ad abitare lì perché c’ero io. Era la parte istituzionale della Compagnia aperta alle cose che cercavo e che mi aiutava. E’ stato grande il conforto spirituale di una persona colta che comprendeva. Gli altri capivano meno. Io dal ’67 non ho avuto alcun incarico dalla Compagnia. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto inventato da me. Una cosa singolare. In trenta anni nessuno mi ha mai chiesto nulla.

Ma perché?

Quello che cercavo era qualcosa un po’ diverso dall’impostazione generale della Compagnia in Italia. C’erano altre preoccupazioni. Di fatto, era una ricerca che non si integrava nel sistema. Ci fu una cosa che ha influito: una volta espressi il mio parere sul Massimo. I giovani studenti gesuiti mi fecero vedere che avevano fatto una domanda alla Congregazione Provinciale, io la condividevo, gliela aggiustai, gliela arricchii un po’ e presentai questo documento ai superiori che si irritarono moltissimo. Il Provinciale, padre Maffeo, in seguito mi fece vedere che in Messico avevano chiuso una scuola d’élite della Compagnia; avevano fatto una Commissione e degli studi. Mi disse: “guarda, sembra che questi studi li abbia fatti tu” … In Messico si, in Italia no … Tutte le cose che proponevo non erano valide per le istituzioni. Mettendomi nei panni loro ero un rompiscatole, ma io ero nei panni miei. Ebbi degli attacchi un po’ pesantucci: dicevano che ero filocomunista ecc. Quando c’era qualcosa di nuovo entravano in funzione questi meccanismi.

Dal 1971 ero in via degli Ortaggi. Quel lavoro con Maurizio era terminato. Rimaneva il rapporto con lui. Era un periodo in cui mi svegliavo la mattina e mi chiedevo: che devo fare? C’erano tante cose da fare. Ricordo che attraverso Francesco Scalia, uno studente degli appartamenti, conobbi il prof. Caffè, che ci venne a trovare; capii che dovevo studiare qualcosa di storia economica e mi misi a leggere. Ero aperto ai problemi, ma non andavo a fondo di niente.

Mi capitavano le cose più strane, per esempio, il rapporto con Malfatti, allora ministro della Pubblica istruzione. Eravamo stati compagni di scuola e mi aveva cercato per via degli studenti fuori sede. Gli proposi delle cose che riteneva belle, ma politicamente impraticabili. C’era Lazzati, che era presidente del Consiglio della Pubblica Istruzione. Lui pure mi spingeva a fare delle cose. Tutti erano d’accordo con ciò che proponevo, ma poi nessuno poteva realizzarle. C’era una certa animazione, ma di fatto conclusi poco.

Avevo suggerito a Malfatti che lui aveva bisogno di qualcuno che gli spiegasse come funzionasse la scuola, ma qualcuno che fosse dentro, non distratto da alte preoccupazioni politiche. Io andavo in giro nel mezzogiorno e avevo contatti con l’ambiente della scuola. Gli avrei potuto trovare maestri di scuola elementare, insegnanti delle media ecc. che avevano grosse esperienze, che sapevano qual era la situazione, che non pensavano a carriere. Li avremmo potuti riunire per fargli avere dei consigli. Lui era convinto, ma non concludeva mai. Fu De Rita, con cui spesso parlavo, che mi disse: “guarda, con Malfatti se vuoi combinare qualcosa non lo devi fare incontrare con persone che non contano, proponigli delle persone che contano e vedrai che ti organizza subito la riunione” … Feci una riunione, invitando quelli che contavano, per esempio Pietro Scoppola. In quella occasione, fra le persone che contavano, De Rita suggerì di metterci Marino Carboni, Presidente delle Acli, e Alberto Valentini, che era amico di De Rita. Questo è stato il primo contatto con le ACLI. La riunione la facemmo a casa di Malfatti. C’era la Badaloni … Non servì al Ministro.

Negli appartamenti avevamo fatto un centro “per lo sviluppo della coscienza politica nel mezzogiorno attraverso la scuola”. Andavo in giro con Enrico Varriale. Quando andavo in giro, e sapevano che c’era un prete, pensavano sempre che fosse lui. Facevamo questi incontri in Calabria, nel Molise … C’erano i decreti delegati di Malfatti … Avevo messo a fuoco con Roberto Giordani, con cui mi vedevo spesso, una proposta: scegliemmo un problema riguardante l’agricoltura, per esempio la cooperazione per l’allevamento del bestiame e l’agriturismo, e proponemmo di fare incontri su questo problema con studenti, genitori e insegnanti. La cosa ebbe un inizio di successo. C’era un patrono di Riccia Campobasso, l’on. Sedati, che era una persona notevole ed era d’accordo. Il tutto fu bloccato dai “caporali” di questo Sedati, e non credo su ordine suo, ma del gruppo di potere locale che vedeva queste cose come pericolose, potevano crescere dei giovani che avrebbero sottratto a loro il potere. Cose in piccolo, ma il meccanismo fu molto chiaro. Intuirono il rischio e boicottarono la cosa. In tutte queste esperienzuole che facevo in giro, avevo trovato gente notevole che stava nella scuola e capiva la situazione. Era quello che proponevo a Malfatti: c’è la gente e la devi sentire; sentire, non comprare, altrimenti mandi tutto per aria. Qualche idea geniale l’ho avuta …

Maurizio era già impegnato con la CISL, quindi il suo aiuto fu di idee e di suggerimenti.

Quando hai avuto il primo incontro con le ACLI?

Qui, in questa stanza. A Campo di Giove nel 1975 c’era stato un convegno sull’ispirazione cristiana. Ci ero andato. Mi ero interessato delle ACLI quando ad Alberto La Porta avevano chiesto di fare il segretario di Gioventù Aclista. Si trattava di mettere una persona mite, dopo una storia burrascosa. Avevo cercato di capire. La Porta mi aveva mandato dei documenti di un convegno e io gli avevo mandato una lettera di commento. Mi sembravano dei documenti interessanti.

Nel 1975 c’era stato questo convegno, c’era padre Boschini, poi don Giachetti, che sarebbe diventato vescovo di Pinerolo, una persona buona e molto gentile. Lì in un gruppo di lavoro diretto da Vittorio Villa c’erano dei ragazzi e uno di loro chiese che cosa si faceva per far crescere l’ispirazione cristiana nelle ACLI. Vittorio riferì in assemblea ed ebbe la risposta di Bellò. La posizione delle ACLI era questa: nelle ACLI non ci si occupava della vita di fede, questa uno se la cercava da un’altra parte; l’ispirazione cristiana significava solo un fatto culturale. Allora io invitai a cena qui Domenico Rosati, Giorgio Bonelli e Ruggero Orfei per dirgli che mi sembrava che erano proprio fuori strada. Un’associazione cristiana che non si occupa della vita cristiana era un assurdo. “Se la vita cristiana è la cosa principale, ma voi non ve ne occupate, allora dipendete completamente dall’esterno” … Mi spiegarono che era una cosa che avevano concordata con mons. Maverna, segretario della CEI, ed era stata suggerita da padre Sorge … Era la chiave di molte cose che erano successe in Italia. Mons. Maverna fece un incontro con i presidenti delle varie associazioni per verificare l’ispirazione cristiana e incominciò dicendo che era una verifica sul piano culturale: “l’ispirazione cristiana di cui ci occupiamo è il vostro rapporto con la Dottrina Sociale della Chiesa e con l’esperienza dei cattolico-democratici” … Io non capivo bene chi erano questi cattolici democratici. Poi con mons. Maverna ebbi un rapporto confidenziale, come con un padre, un nonno. Gli mandai una cassetta di padre Rossi de Gasperis sullo Spirito Santo con gli auguri e con l’auspicio che comprendesse meglio lo Spirito Santo. Gradiva queste cose. Una volta lo sentii parlare dello Spirito Santo e mi disse dopo: “hai visto che ho letto il tuo libro” … Era una persona simpatica.

Chi mise in chiaro la faccenda fu, in un convegno di Vallombrosa, Giovanni Bianchi. Fece un intervento in cui disse di non parlare più di ispirazione cristiana, ma di parlare della vita cristiana nelle ACLI. Ma siamo assai più in là. Nell’estate del 1976.

Mi fece un’impressione positiva Vittorio Villa. Non ero abituato ad ambienti in cui c’era molta apertura e molto ascolto. Nei preti mi era capitato raramente di trovare qualcuno che ascoltasse.

L’anno dopo, nel 1976, ci fu un altro convegno a Rocca di Papa. Lì mi fece molta impressione Franco Passuello. Me lo avevano descritto come un comunista sfegatato. Lui si ritrovò con un gruppo di giovani della Democrazia Cristiana e non c’era una parola che potesse fare immaginare che lui non fosse democristiano o che avesse qualcosa contro la Dc. Era tutto teso a far riflettere e maturare questi ragazzi. Ebbi un’impressione molto positiva di Vittorio Villa e di Franco Passuello. Dopo mi capitò di apprezzare anche altri.

Nella famosa cena c’era Ruggero, che sembrava capire, e Rosati, che mi spiegava che era tutto un fatto politico di rapporto con la gerarchia. Questi rapporti lui li sapeva gestire bene. Nel 1975 ci fu un Congresso Nazionale a Firenze, vi fui invitato da Marino Carboni e vi andai per un giorno. Scrissi una lettera di commento dopo aver letto i documenti. A Firenze il discorso era se le ACLI facevano pastorale o se facevano politica. Nella lettera dicevo che se per pastorale si intendeva proselitismo oppure azione catechistica, allora le ACLI non facevano pastorale; se invece per pastorale si intende testimoniare e promuovere il vangelo, allora le ACLI potevano farla in modo eccellente. Se per politica si intendevano i giochi dei partiti allora era bene che le ACLI non la facessero; se invece per politica si intendeva il far crescere la società, allora era una cosa molto bella.

Marino Carboni mi chiese se poteva fare circolare la lettera, gli dissi che poteva fare quello che voleva. Rosati e mons. Charrier combinarono di darmi un incarico della Pastorale del lavoro. In un primo momento gli dissi di no, potevo continuare ad andare lì a leggere il Vangelo. Capivo che era una cosa politica, poi Charrier e Maverna insistettero, dicendomi che era un servizio della Chiesa per ristabilire dei buoni rapporti con un movimento dalle vicende qualche volta tormentate.

Una grossa intuizione di mons. Charrier …

Dopo il Convegno a Rocca di Papa, nel 1976, mi scrisse dicendo che avevo fatto molto bene, che avevo dato ottimi consigli ecc. Glielo aveva confermato anche una persona autorevole come don Giuseppe Geremia.

Da allora è iniziata questa tua avventura nelle ACLI …

A quell’epoca c’era la proibizione di nominare le ACLI sull’Osservatore Romano. La prima volta che il nome ACLI è comparso sul giornale vaticano fu in occasione della morte di mio fratello, nel 1978: “Il fratello di padre Pio Parisi, responsabile della Pastorale del Lavoro nelle ACLI” …

Avevo vissuto un’esperienza dura interiormente da quando avevo lasciato la Cappella fino al lavoro con le ACLI, ma anche nei primi anni delle ACLI. Ho scritto queste cose in un articolo che voi avete ripubblicato su Quaderni Di Azione Sociale. Sono stati anni duri e tristi. Non credo che era depressione, ero molto impegnato. Era tristezza. Ero un prete libero, ma non avevo nessun riferimento, nessun appoggio, solo amicizie. C’era Maurizio, c’era padre Castelli, c’era, ma dopo, Stancari, c’era Corradino. Fu pesante. Erano anni con un senso di tristezza dalla mattina alla sera. L’elemento positivo era la ricerca di ciò di cui c’era più bisogno. Non depressione nel senso di mollare il lavoro; lavoravo molto, ma mi sentivo solo. Certamente l’andata alle ACLI mi ha aiutato molto in questo senso. C’era un riferimento, anche se non ero molto considerato all’interno della Compagnia. Lazzati mi suggeriva di fare alcune cose, Malfatti me ne chiedeva altre, Haering mi diceva che dovevo fare così, ma poi ero completamente solo, facevo tentativi che generalmente fallivano, si sgonfiavano.

Nelle ACLI mi pare che all’inizio ti trovasti solo. Il discorso che aveva fatto Rosati era allora senso comune …

Alle ACLI cominciai a invitare subito gente qualificata: padre Carlo Maria Martini, padre De La Potterie ecc. Era sempre l’aspetto della ricerca. Bisognava sempre andare più avanti, era il tema della laicità. Scoprì che nelle ACLI c’erano altri pensieri e altre preoccupazioni. Dissi a Castelli: “che senso ha che stia li alle ACLI, hanno problemi comprensibili, validi, ma non hanno niente a che fare quello che a me sembra più urgente oggi nella Chiesa” … Castelli mi incoraggiava: “tieni duro”.

Venne Urbino e con Giovanni Bianchi sembrava che si aprissero nuovi orizzonti … Sentivo Giovanni dire le stesse cose che pensavo io, c’era una circolarità di pensieri. Castelli mi ricordava: “due o tre anni fa volevi lasciare e adesso invece le cose funzionano”.

Siamo però negli ultimi anni …

Con Rosati il rapporto era buono, ma sempre su un piano di politica ecclesiale. Leggevo la lettera ai Corinzi e lui interveniva sempre per primo, dando le sue letture politiche, argute, certo, ma che poco avevano a che fare con il senso del testo: “quelli di Apollo erano questi, quelli di Pietro questi altri ecc.” … Pur non capendo molto, Rosati lasciava spazio.

Hai passato circa dieci anni …

C’erano spazietti. Le ACLI mi sembravano tuttavia una realtà valida. Quando Arturo era incaricato del Mezzogiorno gli dissi di sentire padre Pino Stancari e gli dissi che avevo lavorato per il Mezzogiorno per vari anni … Ricordo che era Natale, quando molti anni prima definimmo il nostro impegno per la “crescita della coscienza politica nel Sud” attraverso la scuola. Era una linea abbastanza valida. Le ACLI mi sembravano quelle che potevano fare seriamente le cose che io avevo sognato.

Quel periodo di tristezza, durata anni e anni, mi aiutò a scoprire che per capire le cose era molto importante essere tristi. Se andavi da uno psicologo ti avrebbe detto che tu eri un depresso e ti avrebbe curato con farmaci o altro. Invece erano esperienze positive. A un grande amico, che era sempre triste, Domenico Gentiloni, ripetevo sempre che erano esperienze di verità: “tu capisci le cose come stanno. La realtà non la vedi nera, è nera, solo che gli altri non ci pensano”. L’amicizia con Domenico è stata molto utile, c’era uno scambio di pensieri, il discorso dei piccoli, dei poveri, il valore di certe esperienze.

Dagli anni 80 inizia il lavoro tuo sulla laicità …

Avevo fatto tante altri riunioni, anche con i gesuiti, come padre Bonato, ma una volta ci trovammo in via degli Ortaggi (Corradino, Castelli, Stancari e io) e iniziammo una cosa sistematica. Scegliemmo tutti il tema della laicità, diversissimi tra di noi, pensavamo tutti la stessa cosa sulla laicità. Difficile fu farlo capire agli altri … E’ stata una cosa grossa e continua per tanti anni.

Il libro …

Avevamo registrato tante cose, avevamo tanto materiale e a un certo punto decidemmo di prendere una parte di questo materiale e farne un libro. Siamo stati 15 giorni insieme a Campo di Giove, tranne Stancari che si fermò solo otto giorni. Io pensavo a tutta la parte logistica, preparavo da mangiare ecc. e loro stavano lì, tutti quanti intenti … Lavoravano sodo con la macchina da scrivere. La sera per riposarci andavamo a spasso a vedere le costellazioni. Castelli era agli inizi della malattia … Prima le riunioni le facevamo alle ACLI, vi partecipano parecchi. C’è ancora tanto materiale che non è stato pubblicato.

Ma vorrei parlare anche di un pensiero che è stato al centro delle mie riflessioni per molti anni: il rapporto tra spirito e struttura. Partecipando a tanti incontri, sentendo tanta gente, vedevo sempre che c’era nelle stesse persone un momento in cui si diceva che tutto dipende dalle strutture e un altro momento in cui si diceva che tutto dipende dallo spirito. Mi ero messo a pensare. Andai a Urbino una volta e stetti una settimana a pensare questa cosa e scrissi alcuni appunti. Chiesi anche a Maurizio di fare la tesi su questo, limitatamente ad alcuni autori. Per me era ed è ancora un discorso importante. Mi sembrava un problema che si poteva risolvere solo alla luce della Parola di Dio.

Continuai a leggere Marx e sarei stato contento se avessi trovato qualcuno con cui confrontarmi. Non sono mai riuscito a trovarlo, tranne Maurizio e Cotta, per la tesi. Ricordo i primi tempi anche Passuello, altri … Bisognava partire dalla Parola di Dio, ma in realtà della Parola di Dio io conoscevo molto poco. Quando ho cominciato ad approfondirla, tramite soprattutto Pino Stancari, mi sono convinto che questo rapporto tra spirito e struttura non è solo sul piano economico ma nel fondo dell’animo umano. Nel disegno di Dio c’è una dualità essenziale che si ripropone. Questa dualità si ritrova nella Bibbia, dove lo Spirito Santo trasfigura la struttura, la reinterpreta. Scrissi degli appunti che non ho più trovato.

C’è poi la parte di ricerca più recente, quella dei convegni di Urbino: vie nuove per la politica, vie nuove per la fede ecc.

Con i Convegni di Urbino il tuo discorso diventa visibile nelle ACLI. Lì cominciano anche le difficoltà …

Credo che con la gestione di Giovanni si poteva pensare a un tentativo di promuovere la vita cristiana …

Anche perché la Chiesa all’esterno chiede altro …

Bisogna cercare allora sintonie di base. Così anche la riflessione sul potere. Si dice che non bisogna demonizzare il potere. Solo che la gestione del potere condizione, limita … Si deve ripartire dall’esercizio della fede: questa è la realtà in cui mi colloco, in questa realtà, in questa apertura al Mistero. Questa è una cosa che è facile per le persone piccole, che soffrono, che non contano, che sono emarginate … Non è una proposta di élite, di supercontemplativi, come mi è stato rimproverato, è una proposta di popolo.

Questa mi sembra la vera pastorale. Questo richiede di smantellare tante cose che abbiamo costruito.

Testo tratto da “Padre Pio Parisi, uomo di Dio” di Marco Bonarini, giugno 2011

Pio Parisi s.j. (Roma 1926 – Roma 2011).

Padre Pio Parisi è nato a Roma il 5 novembre 1926, è entrato nella Compagnia di Gesù l’8 dicembre 1944 ed è stato ordinato sacerdote il 21 luglio 1956. È diventato assistente delle Acli nel 1975, nominato dall’Ufficio per la Pastorale sociale e del lavoro della Cei, cominciando a frequentare i corsi di formazione estivi quando era presidente delle Acli Domenico Rosati.

Al centro della spiritualità di padre Pio Parisi c’è il “Mistero Pasquale”, mistero di salvezza che si condensava nella proposta della “Messa sul mondo”, una celebrazione continua e quotidiana del Signore che viene a salvare i piccoli e i poveri del mondo. Da qui l’appello del 1989 “Ai piccoli e ai poveri”, cui è seguita la proposta di istituire “La cattedra dei piccoli e dei poveri”, coloro che ci insegnano a leggere il vangelo e la storia.

Il suo più che ventennale impegno nelle Acli è stato quello di aiutare gli associati a vivere una spiritualità legata all’ascolto della parola di Dio letta con lo spirito dei piccoli: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10, 21).

L’esperienza della “Parola ai piccoli” è stata proposta nel 1985, con un primo sussidio per la lettura del vangelo di Luca (La parola ai piccoli. Come comunicare in modo adatto la Parola ai piccoli che, avendo il dono di meglio comprenderla, possono aiutarci ad accoglierla) e un secondo per la lettura continua del vangelo di Matteo (La comunità dei piccoli. Farsi piccoli con Gesù affinché la potenza di Dio entri nella storia. Indicazioni per una lettura continua del Vangelo di Matteo)

Padre Pio Parisi ha coinvolto le Acli in una ricerca sulla laicità (AA.VV., Dialoghi sulla laicità, Città Nuova, 1987, ripubblicato da Rubbettino nel 2002), mentre in Italia Lazzati e mons. Forte riflettevano su questa dimensione del cristiano e della chiesa dopo il Concilio e in vista del Sinodo sui laici del 1987.

Dal 1992 sono iniziati a Urbino, sotto la presidenza di Giovanni Bianchi, i convegni di studio, diventati poi incontri di spiritualità, all’insegna della ricerca di una “Conversione al Vangelo. Vie nuove per la politica”. L’intento era quello di approfondire la spiritualità evangelica per convertirsi sia personalmente che come associazione, in vista di aprire vie nuove per la politica in Italia (ricordiamo che erano gli anni di Tangentopoli e della fine della prima repubblica).

Con il presidente Franco Passuello ha invitato le Acli a costituire una Diaconia fraterna per il servizio dell’ascolto della parola di Dio nelle Acli, dirigenti che si assumono il compito di favorire questa attività nelle Acli per operare un discernimento spirituale e profetico della storia.

L’invito alle Acli di papa Giovanni Paolo II del 1 maggio 1995: «Solo il Vangelo fa nuove le Acli», in occasione del 50º dell’ Associazione, è stata la conferma del cammino svolto fino ad allora.

Padre Pio ha svolto il suo incarico nelle Acli fino a maggio 1999.

Padre Pio viveva dal 1967 con degli studenti universitari fuori sede in alcuni appartamenti per poter offrire non solo un servizio, ma anche la possibilità di un confronto sulle scelte di vita e professionali alla luce del vangelo.

Egli ha intessuto innumerevoli relazioni sia con alcuni gesuiti che lo hanno accompagnato nella sua ricerca, in particolare padre Francesco Rossi de Gasperis, padre Pino Stancari, padre Mario Castelli e padre Saverio Corradino; i suoi fratelli gesuiti; compagni di scuola diventati personaggi pubblici come Pietro Scoppola; molti amici più sconosciuti al grande pubblico; l’associazione san Pancrazio di Cosenza, in particolare Giorgio Marcello e il prof. Pietro Fantozzi; Suor Chiara Patrizia, clarissa ad Urbino.

Lunedì 13 giugno 2011 padre Pio Parisi muore a Roma nella sua casa di Via degli Ortaggi dove viveva dal 1971.

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