Uno dei luoghi comuni più stolti e funesti è che la preghiera sia “alienazione”, fuga dal mondo, / “abdicazione delle proprie responsabilità” e via dicendo sciocchezze in proposito.
Chi parla così è gente che non sa nulla di cose spirituali, e ignora un fatto: che se c’è un uomo da temere, se c’è un autentico rivoluzionario, uno che non obbedisca a nessuno tranne che a Dio; se c’è uno pericoloso, questi è – in modo particolarissimo – l’uomo di preghiera.
Si capisce: uomo di autentica fede e di vissuta preghiera. Come Cristo, che perciò sarà ucciso. “Passava tutta la notte in preghiera” (Luca 6, 12), e poi nel giorno operava. E così, in occasione di ogni avvenimento decisivo “si ritirava in solitudine a pregare” (Luca 5, 16), poi si calava nella lotta: basti ricordare il passaggio dall’orto del Getsemani all’ultima notte, a lottare con la morte.
E rimarrà solo, abbandonato da tutti, e sarà invincibile: contro tutti i pontefici e i politici, gli scribi e i farisei e la folla. In quelle circostanze, dirà: “Confidate in me, io [oggi] ho vinto il mondo”(Giovanni 16, 33).
Ha vinto il sistema, non ha ceduto, non ha accettato compromessi, perché “Dio era con lui” (Atti 10, 38): perciò lo risusciterà anche dai morti, quando appunto “Iddio lo avrà esaudito per la sua pietà”. (Ebrei 5, 7).
E così continuerà anche dopo, specialmente dopo! Neppure la morte conterà più per un uomo di preghiera.
p. David Maria Turoldo