(…) Leggevamo i reportage degli inviati dei diversi giornali sull’apartheid in Sud Africa o negli Stati Uniti, per capire la differenza tra la penna di un vero giornalista, che scava nella notizia per dare informazioni veritiere, e quella di coloro che davano informazioni banali, superficiali, demagogiche o preconfezionate da altri. Ci insegnava a distinguere il giornalista con la G maiuscola dal pennivendolo, cioè dal giornalista capace solo di riportare, come un babbeo, notizie e informazioni senza curarsi che fossero vere o false, distorte, o mera propaganda.
Pochi erano i giornalisti che superavano questo esame, ne ricordo alcuni: Italo Pietra, Bernardo Valli, Luca Pavolini, Giorgio Pecorini e pochi altri.
Don Milani soleva ripetere questo pensiero: «Se ai cittadini sovrani arrivano informazioni distorte, non veritiere, anche la democrazia va in crisi; il risultato è una sovranità non più libera, ma etero diretta e controllata. Un Paese che vuole essere democratico deve avere una stampa libera e pluralista e soprattutto giornalisti che non siano pennivendoli».
Questa distinzione tra giornalista e pennivendolo mi è rimasta impressa e mi torna in mente ogni qualvolta sento alla TV dichiarazioni e proclami di certi politici che promettono le cose più mirabolanti, mentre il giornalista, col microfono in mano, beve tutto come un babbeo, incapace di porre domande che potrebbero far comprendere a chi ascolta la superficialità o la falsità delle cose dette.
I media troppo spesso non sono organi di informazione, ma cassa di risonanza per chi la spara più grossa: che la notizia sia vera o falsa non ha alcuna importanza! L’aggravante è che i giornali e tutta l’editoria stanno in piedi anche con i contributi delle nostre tasse. Tassati per essere disinformati.
Paolo Landi
in «La Repubblica di Barbiana, La mia esperienza alla scuola di don Lorenzo Milani»