Tre interviste a padre Camillo De Piaz

A cento anni dalla nascita di padre Camillo De Piaz proponiamo, oltre al breve profilo biografico apparso su Settimanalediocesidicomo.it, anche tre interviste: la prima, a cura di Paolo Tognina all’interno del filmato “Camillo De Piaz, un prete sulla frontiera”, realizzato nel 2008 per la rubrica Segni dei Tempi della Radio Televisione della Svizzera italiana, la seconda pubblicata sul mensile Una città nel 2004 mentre la terza, realizzata nel 2001 sul tema della memoria, è sul sito di Federico Bario. Segnaliamo anche il sito Camillodepiaz.it, a cura di Bruno Ciapponi Landi.

Cento anni dalla nascita di padre Camillo De Piaz

da Settimanalediocesidicomo.it

Sono passati cent’anni dalla nascita di Camillo De Piaz, avvenuta a Madonna di Tirano il 24 febbraio 1918; una lunga vita (muore nel gennaio del 2010) passata nel segno della coerenza e della fedeltà: coerenza anzitutto ai valori maturati negli anni di guerra, dopo essere stato assegnato, nel 1941, giovane padre servita, al convento di San Carlo a Milano; con lui, è l’amico di una vita, David Maria Turoldo. Insieme fanno del convento un punto di riferimento dell’antifascismo e della Resistenza milanese, così ricordato da Alda Merini: «Allora, in quella Milano di macerie, Davide e Camillo erano la luce di una città”.

Dal legame con la Resistenza e da una concezione anticorporativa della Chiesa deriva poi, nel decennio successivo, l’esperienza della Corsia dei Servi: una libreria, incontri affollati e discussioni accese, mostre, libri.

La Corsia diventa uno dei punti cardine del cattolicesimo preconciliare e conciliare, anche se nel 1957 il Sant’Uffizio scaccia da Milano padre Davide e padre Camillo (e poco può fare per trattenerli l’allora cardinal Montini). Padre Camillo torna a Tirano, ma continua il suo rapporto con Milano, vive la stagione del “dialogo” anche attraverso la Libreria Nuova Corsia di Via Tadino.

Nel 1969, dopo la bomba di piazza Fontana, partecipa – indossando il saio – ai funerali di Giuseppe Pinelli. Tiene un discorso in piazza Duomo contro la guerra del Vietnam (un discorso che riletto oggi, sulle “guerre di domani”, mantiene intatta la sua durezza e validità profetica). Anima anche la vita valtellinese, i suoi rapporti con i vicini Grigioni, attraverso riviste, incontri, battaglie da esemplare “tessitore di amicizie” secondo la definizione di padre Antonio Santini. Restaura in territorio svizzero San Romerio, antico xenodochio che diventa per più di vent’anni punto di incontro e di spiritualità per amici vicini e lontani che d’estate si trovano lassù. Gli anni di piombo sono un’altra pietra di inciampo: nel 1985 padre Camillo e gli amici della Nuova Corsia (Mario Cuminetti in prima fila) animano un rapporto faticoso ma necessario con i terroristi rinchiusi nel carcere di San Vittore. Da questa esperienza nascerà anche l’appoggio dato alla Comunità del Gabbiano, comunità di accoglienza e recupero.

Camillo De Piaz. Un prete sulla frontiera

da Rsi.ch

Osservatore attento e critico della chiesa e della società, De Piaz è stato amico di David Maria Turoldo. Con lui ha partecipato alla Resistenza, a Milano, ha fondato il centro culturale della Corsia dei Servi, ha condiviso la stagione di riforme del Concilio Vaticano II. Ritiratosi in Valtellina, padre Camillo ha continuato ad animare numerose iniziative e intrattenere una fitta rete di contatti e amicizie, anche oltre le frontiere geografiche e confessionali.

Il filmato “Camillo De Piaz, un prete sulla frontiera”

Il padrone del gregge.

Intervista a Camillo de Piaz realizzata da Katia Alesiano, Stefano Mainoni, Francesco Papafava

da Unacitta.it, ripubblicata in Reggionet.it

Tu hai passato gran parte della vita a Tirano…

Sono nato qui a Madonna di Tirano nel 1918. Mio padre, Battista De Piaz aveva sposato Ernesta Valori, anche lei valtellinese. Era macchinista della Ferrovia del Bernina, uno dei primi, e ogni giorno andava e veniva da Saint Moritz. E’ la ferrovia più alta d’Europa che a Tirano avrebbe dovuto dividersi in due tronchi: uno per Bormio, l’altro, superando l’Aprica, per Edolo in Val Camonica, doveva collegare direttamente Saint Moritz con Venezia, ma le autorità militari italiane si opposero. Evidentemente temevano un’invasione in treno dalla Svizzera! Madonna di Tirano era allora un borgo attorno al Santuario della Madonna, ben distinto e collegato a Tirano da un viale solitario da Belle Epoque. Oggi quel viale è una statale oberata dall’espansione edilizia come una comune periferia. Relitti di quei tempi sono i due ampi marciapiedi alberati che fiancheggiano la carreggiata. Qui a Madonna ho frequentato la prima alle elementari di Stato e le quattro successive a Tirano. Ottime scuole. Quassù, in Valtellina, le multiclassi erano state eliminate da tempo, da quando, nei due primi decenni del Novecento, era ministro della Pubblica Istruzione il valtellinese Luigi Credaro, un grande pioniere dell’alfabetizzazione. Allora la Valtellina era la più alfabetizzata di tutte le province italiane. Frequentavo abitualmente anche l’oratorio del convento dei Serviti e servivo come chierichetto durante le messe nel Santuario. Nel settembre 1929 entrai nello Studentato dei Serviti a Monte Berico, sulle colline subito sopra Vicenza.

Incontrai così Davide Turoldo, che si chiamava Giuseppe e anche lui era arrivato in quell’anno, dal Friuli. Era più vecchio di me di un anno e mezzo. Lo chiamavano “Bepo rosso” per i capelli che solo con la maturità divennero biondi. Dopo avere frequentato per cinque anni il ginnasio, trascorremmo l’anno di noviziato nel Convento di Isola Vicentina, superato il quale pronunciammo i voti semplici (povertà, castità, obbedienza). In quella occasione, per la sua vocazione biblista, Davide cambiò il nome, appunto, in David Maria. Quindi frequentammo nel Convento di Sant’Elena a Venezia i tre anni di “filosofia”, il liceo dei futuri sacerdoti, alla fine del quale io fui scelto, con due altri della nostra classe, per frequentare i quattro anni di Teologia nel Seminario Internazionale dell’Ordine in Viale 30 Aprile a Roma, con vista sulle finestre delle case di Trastevere che lo circondano; mentre il resto della classe, per finire il quadriennio di teologia, tornò allo Studentato di Monte Berico. Davide, a Venezia, per gli stenti di una fanciullezza indigente, s’ammalò di tisi e fu mandato a curarsi proprio qui in Valtellina e poi ancora ad Arco. Alla fine del terzo anno, per varie indiscipline (contestavo gli insegnanti, cosa inaudita allora, e leggevo libri all’indice come, per esempio, quelli di Darwin), fui rimandato allo Studentato di Monte Berico dove mi ricongiunsi alla mia classe di provenienza, che mi accolse con applausi, e ritrovai padre Davide; “padre” perché i miei compagni erano già stati ordinati sacerdoti (così gli servivo la messa). Terminato nel 1941 il quarto anno di Teologia, grazie a una dispensa – avevo solo 23 anni e ce ne sarebbero voluti 24 – anch’io fui ordinato sacerdote nel Duomo di Vicenza e così noi due, Davide e io, già molto uniti malgrado i grandi litigi, perché Davide s’infiammava facilmente, fummo destinati dai superiori all’Università Cattolica e assegnati al Convento di Santa Maria dei Servi in San Carlo al Corso a Milano. Insieme, per un anno, prendemmo lezioni private per prepararci all’esame di maturità.

Entrati alla Cattolica, lui s’iscrisse a Filosofia, io a Lettere, ma anch’io seguii le lezioni di Francesco Olgiati. C’era la guerra e nel ‘43 successe quel che successe.

Quando si parla di te si fa abitualmente riferimento a padre Davide.

Abbiamo avuto una vita strettamente collegata e può darsi che io, per chi non ci conosceva abbastanza, sia apparso quasi subalterno a Davide. Da quando fummo mandati a San Carlo seguì una serie di vicende congiunte, di comportamenti, di impegni legati ad avvenimenti che sono passati alla storia. E’ stato un legame profondo con comunità d’intenti. E’ che Davide era più esposto al pubblico, più estroverso, anche – è chiaro – più pubblicizzato, in qualche modo più impetuoso; un carattere estroverso appunto, quasi il contrario del mio. Gli amici m’imputavano d’essere pigro e io l’ho anche riconosciuto firmando le mie collaborazioni su la Scarìza, il periodico di Poschiavo, con lo pseudonimo di Oblomov. Ma quell’handicap mi ha tante volte permesso di ragionare prima di agire. E nell’ambiente milanese, in cui Davide e io eravamo veramente conosciuti, ero chiamato la “coscienza critica” di Davide. Altro che subalterno!

Michele Ranchetti, che vi ha conosciuto bene, in un volumetto intitolato Gli ultimi preti, parlando di padre Davide non può fare a meno di parlare anche di te…

E’ vero. Non si può fare un discorso compiuto su Davide senza tirarmi in ballo, tanto le nostre due vite, le nostre due “carriere” anche, si sono intrecciate. Ho già raccontato a Una città il mio sodalizio con Davide.

Racconta questa, come tu la chiami, “carriera” intrecciata.

E’ una domanda talmente generica che è difficile rispondere. Dicevo che eravamo stati destinati dall’Ordine al Convento di San Carlo durante la guerra. Nel ‘43 la caduta del fascismo fu l’occasione (ma non è giusto dire solo l’occasione, fu qualche cosa di più di un’occasione, una maturazione) per entrare nella scena pubblica. Fu lì che prendemmo partito. Parlo di “maturazione”, perché, per essere precisi, la nostra scelta da che parte stare era avvenuta alcuni mesi prima, tra il ‘42 e il ‘43, in particolare tra la primavera e l’inizio dell’estate del ‘43, quando il Guf di Milano organizzò una serie di incontri, di conferenze di ormai evidente intonazione critica nei confronti del Regime. Fu lì che iniziò il nostro impegno civile contro il fascismo. Si sa, basta leggere Il lungo viaggio attraverso il fascismo di Zangrandi: molti di quelli che saranno poi nella Resistenza avevano maturato il loro antifascismo all’interno delle organizzazioni fasciste, in particolare fra gli studenti iscritti ai Gruppi Universitari Fascisti, i Guf appunto. Quella fu l’occasione per Davide e me d’incontrarci con l’antifascismo. Non che fossimo iscritti al Guf, nemmeno avremmo potuto, facendo parte di un ordine religioso, ma partecipando a quelle conferenze e prendendo anche la parola, in particolare Davide – fu la sua prima uscita pubblica – entrammo in contatto con l’antifascismo, stringendo anche amicizie personali.

Puoi fare dei nomi?

Dei nomi… Il primo che mi viene in mente – perché in quel periodo avemmo con lui dei contatti più frequenti che con altri – non è un nome senza pecche, Giancarlo Vigorelli, in seguito ondeggiante politicamente, ma che tuttavia fu forse il primo che scrisse di Davide. Grazie a lui, che era segretario del premio San Pellegrino, Davide lo vinse nel 1946 o ’47 per Io non ho mani, il suo primo libro di poesie.

Prima di accostarvi alla vita pubblica avevate discusso il proposito di militare politicamente?

Più che altro ne avevamo parlato, vivevamo quotidianamente assieme. Intanto era caduto il fascismo e durante i quarantacinque giorni di Badoglio, sotto i tragici, pesantissimi bombardamenti aerei ci adoperammo molto fra le macerie e la nostra presenza assidua ci mise in vista. Passai giorni a scavare per salvare qualcuno. In quelle circostanze, insieme con altri, in particolare Mario Apollonio, nostro maestro, e altri, fra cui Angelo Romanò e Luigi Santucci, nacque l’idea di mettere in piedi un foglio che uscirà clandestino subito dopo l’armistizio e l’invasione tedesca (lo dirigerà proprio Apollonio insieme a Gustavo Bontadini e Dino del Bo). Era L’uomo, una rivista di letteratura, di spiritualità e di politica. Di tendenza cattolica, ovviamente, ma vi collaborarono socialisti e comunisti; presenti anche i comunisti cattolici. E’ stato uno dei giornali della Resistenza. Uscì clandestino dal settembre ’43 all’aprile ’45 e poi ancora liberamente dal settembre ’45 per un anno. Intanto alla sagrestia vecchia di San Carlo al Corso, già luogo di tanti incontri clandestini, s’era aggiunto un luogo segreto, rifugio di perseguitati di ogni colore politico, aperto sui tetti per consentire possibili fughe.

Poi naturalmente ci fu la partecipazione attiva alla Resistenza. Con Davide fummo incaricati da parte del Cln Alta Italia dell’assistenza alle famiglie di coloro che erano alla macchia, dei partigiani, di chi era nei campi di concentramento, o nascosto. E’ stato un impegno che ci ha fatto incontrare gente di grande coraggio e importanza, e ne ho parlato in qualcuno dei miei scritti. Il crocevia, la memoria, che raccoglie un certo numero di miei articoli, parla anche di quelle vicende che ci hanno fatto incontrare in particolare molte grandi figure di donne: mogli, figlie, madri dei resistenti, che sono state per noi un ponte decisivo con la società resistente. Grandi figure!

L’assistenza in cosa consisteva?

Consisteva nell’essere vicini a quelle persone che il Cln aveva indicato e nell’aiutarle con i mezzi che lo stesso Cln ci forniva. Ma non facevamo solamente assistenza; cospiravamo e collaboravamo anche con giovani come Curiel. L’incontro con Eugenio Curiel fu importantissmo perché era l’uomo nuovo del Partito Comunista. Partecipai con Eugenio alla costituzione clandestina e alla guida del Fronte della Gioventù che era l’equivalente giovanile del Cln Alta Italia. La riunione costituente di questo Fronte della Gioventù fu fatta lì da noi, al San Carlo. Dico di “questo” Fronte della Gioventù perché poi, dopo la guerra, quel nome fu usurpato dai fascisti.

Chi c’era oltre a Curiel e a voi?

C’erano giovani un po’ di tutti i partiti. Ad esempio Gillo Pontecorvo, anche lui nella Resistenza. Fu lui che mi fece incontrare Curiel. Poi Angelo Saraceno, responsabile per l’economia del Cln, all’epoca già sposato con Maria, che restarono amici fraterni per tutta la vita. La loro casa era un rifugio per tutta la sinistra cristiana; non solo, Rodolfo Morandi, presidente del Cln Alta Italia, passava intere nottate da loro… Mi interrompo, per me è difficile parlare… Del resto sono vicende delle quali ho già parlato a Una Città.

Ne Il crocevia, la memoria ti manifesti come “cittadino”, come “prete” nei tre volumetti che raccolgono molte delle tue omelie. Si direbbe che ci sono due aspetti distinti della tua personalità.

Questo apparente doppio aspetto della mia identità dipende dal fatto che la mia condizione di prete non si è costituita sulla negazione della mia condizione originaria di laico. Sono un laico che è anche prete. Questa è una cosa importantissima per capire tanti fatti della mia vita, il modo di pormi di fronte agli avvenimenti…

Forse non è facile da capire, perché in genere prevale una figura del prete diversa.

L’essere un laico, sebbene prete, mi ha permesso non solo di dialogare, ma di lavorare con laici e anche atei.

Puoi precisare? Puoi essere concreto?

Beh, proprio la fondazione con Curiel del Fronte della Gioventù resistente mi sembra un esempio concreto. Inoltre con Davide fondammo alla Corsia dei Servi il primo Circolo del Cinema di estrazione cattolica – ancora non si chiamavano “cineforum” (c’è ancora!). In una intervista su Cinema Nuovo di Aristarco, di cui eravamo amici, difesi il cinema neorealista. Se ben ricordo era il febbraio del 1952. Andreotti, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che riteneva che non rispecchiasse la realtà sociale italiana, intervenne presso la Segreteria di Stato e dal Vaticano fu inviato il priore generale dell’Ordine dei Serviti, Alfonso Benetti, in visita canonica straordinaria per inquisirmi. Insomma, fui oggetto di una tipica collusione fra potere politico e potere ecclesiastico. Mi difese con successo l’ex provinciale per il Lombardo-Veneto dell’Ordine, padre Giuseppe Ferin. Anche il gesuita padre Valentini scrisse sulla rivista Letture, che si pubblicava in San Fedele, un articolo in mia difesa.

Allora andò così, ma nel 1954 il Santo Uffizio intervenne perché Davide fosse mandato in esilio all’estero e nel 1957 fui mandato via da Milano anch’io, che nel frattempo l’avevo sostituito nella direzione della Corsia dei Servi e nella predicazione in Duomo. Grazie al provinciale per il Lombardo-Veneto Andrea Cecchin, che mi era amico, riuscii a ottenere di essere trasferito qui a Madonna di Tirano.
Già, gli ultimi anni di Pio XII furono segnati da varie forme di persecuzione.

Anche nelle tue omelie traspare il fondamento laico del tuo essere prete.

Viene fuori anche in quelle, eh!

Si avverte la volontà di ridurre il più possibile il distacco fra il prete e i fedeli, fra chiesa docente e chiesa discente…

Ho l’impressione che il mio modo di rimanere laico essendo anche prete appaia anche a te una cosa stranissima. Guarda che non è che io rinnegassi la mia figura e neanche la mia funzione di prete.

Questo problema ha anche a che fare con quello che veniva definito “il dissenso cattolico”?

Ci sono stati certo molti incontri anche col dissenso cattolico. Basta andare a vedere la storia della Corsia dei Servi, un luogo d’incontri animato da Davide e da me fin dai giorni seguenti la Liberazione. Memorabile e decisivo l’incontro nell’autunno del ’45 con Felice Balbo e prima con Giorgio Ceriani Sebregondi, già conosciuto durante la Resistenza col nome di battaglia di Giordano, e la sua compagna Fulvia Dubini, che riuscii a liberare da una caserma dove era in stato di arresto.

Ma non c’è stata una vera e propria identificazione, delle connessioni sì, certamente un dialogo. Uno dei leader del dissenso cattolico era Mario Cuminetti. Ve lo ricordate? Lavorava alla Corsia. Quello che però ha caratterizzato noi, gli “organici” della Corsia, Davide, me, Peppino Ricca, Desiderio Gatti, Lucia Pigni, è che, pur consentendo con tante espressioni del dissenso, mai siamo venuti meno alla nostra appartenenza alla Chiesa, preti o laici che fossimo. Credo che ciò sia dipeso anche dall’ordine al quale Davide e io appartenevamo. Gli ordini del Duecento hanno un’origine laica. San Francesco era un laico, non era un prete, tanto per dire. Gli ordini della prima metà del Duecento – francescani, domenicani, carmelitani, serviti, ecc. – non erano all’origine organizzazioni di tipo clericale. Hanno subito un processo di clericalizzazione, però fondamentalmente risentono ancora di quello che sono nati per essere, cioè laici, per conservare una dimensione laica.

Per essersi rifiutato di intervenire in una campagna elettorale negli anni Ottanta, al nostro ordine fu levata la tutela del Santuario della Madonna e affidato ai Guanelliani fino all’anno scorso, ed ora a dei secolari della diocesi; il Convento dei Serviti s’è ridotto alla mia persona.  Beh, ricordiamo il servita Paolo Sarpi che difese con successo la Repubblica di Venezia dalle pretese temporalistiche di Paolo V e fu pugnalato da sicari nei quali ravvisò lo stilum (‘stile-stilo’) romanae Curiae. Il problema è capire cosa vuol dire “laico”.

E ciò che si diceva “profano”? Una vocazione profana?

Anche, se vogliamo. Quella fra sacro e profano è una distinzione cristiana ed eminentemente cattolica. Per esempio qual è il massimo problema d’attualità nel nostro mondo euro-mediterraneo? Il rapporto col mondo islamico. Qual è il problema cruciale del dialogo, della comprensione, della collaborazione col mondo islamico? E’ che a quel mondo manca la distinzione tra sacro e profano. Per l’islam tutto è sacro, non c’è questa distinzione. La dimensione della laicità è profondamente radicata nel cristianesimo e direi anche nella tradizione biblica.

La Bibbia è fondamentalmente una storia che si svolge in questo mondo. Non dimentichiamo – andate a leggere la Creazione – che Dio dopo la creazione si ritira, è come se dicesse: il mondo è vostro, ora tocca a voi gestirlo. Non c’è niente del genere nelle altre ideologie religiose. Direi tutte le altre, salvo forse in parte il buddismo, ma perché il buddismo più che una religione è un’etica. Nella tradizione ebraica e ancor più in quella cristiana è sempre presente la dimensione della laicità. Il mondo islamico fa riferimento certamente alla Bibbia, però in esso manca la distinzione tra sacro e profano e sta lì la distinzione: “A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio” è parola del Nuovo Testamento e questo non sarebbe concepibile senza il Vecchio Testamento.

Credo che dobbiamo tenerlo presente nel dialogo con l’islam che, per essere fecondo per ambedue le parti, non può che avvenire aiutandosi a precisare il nostro e il loro essere nel mondo.

Il dissenso cattolico in Italia aveva una connotazione esclusivamente politica o anche teologica?

Beh, ad esempio, Mario Cuminetti era anche un teologo.

Hai convenuto che il concetto di laico può essere assimilato a quello di profano.

Non so se in argomento sia più pertinente il concetto di profano, che è il contrario di sacro, o piuttosto di laico. Col cristianesimo per la prima volta nella storia diventa manifesto un processo di “desacralizzazione” nella religione; si fa spazio una dimensione laica, nel senso contemporaneo della parola. Attenzione: non una “dissacrazione”. E’ una spinta desacralizzante già in nuce nel Vecchio Testamento. C’è una distinzione netta fra la storia, il mondo e Dio, ma con un rapporto di reciproca fecondità. Questo diventa evidente nei Vangeli, nel Nuovo Testamento.

A tal proposito val la pena leggere Bonhoeffer i cui scritti sono una testimonianza rigorosamente cristiana. Ma c’è tutta una teologia contemporanea che parla di “desacralizzazione”. Questo per dire quanto la dimensione laica sia inerente al cristianesimo. Non a caso da altre religioni gli viene proprio rimproverato di essere “dissacrante”.

Torniamo al “dissenso cattolico”. Il dissenso in teologia si rifletteva sul dissenso politico?

C’erano delle intercomunicazioni tra i due aspetti. Bastava anche poco, eh. Ma io certe domande non le capisco. Quando per esempio un gruppo, o un singolo, come nel mio caso, non accettava l’identificazione della Chiesa con un partito era dissenso o no? Aveva a che fare sia col modo di intendere la religione che di intendere la politica, o no? Alla fine è lì che si è giocata molta parte delle nostre vicende e molta parte anche delle vicende della Corsia dei Servi.

Quella imposizione impediva alla politica di avere una sua identità, anche etica (e questo lo stiamo pagando ancora oggi), e impediva alla religione di essere quella che è. Di quella commistione noi siamo le vittime, anche attualmente. E’ un discorso molto complesso e ne andrebbe fatto un altro che coinvolga anche la Democrazia Cristiana.

Puoi farlo?

Beh, non è che sia semplice! Originariamente la Democrazia Cristiana non nasce come il partito cattolico, ma come il partito dei cattolici che accettavano – e non come ipotesi ma come tesi – la democrazia. Non il “partito cattolico”, ma il partito dei cattolici democratici. In seguito ha dovuto caricarsi, o è stato caricato di altre funzioni, ma in origine era fondamentalmente il partito dei cattolici che avevano una concezione rigorosamente laica della politica. Poi, purtroppo, è successo che è passata l’identificazione, infondata, con l’azione della Chiesa, anche se non per tutti, certamente. Certi protagonisti di grande rilievo del mondo democristiano, come per esempio Giuseppe Lazzati, o anche lo stesso De Gasperi, hanno contenuto l’invadenza della Chiesa. Novello Papafava fin dal 1948, prima delle elezioni del 18 aprile, da laico, liberale cattolico, scrisse sull’argomento indicazioni importanti e sarebbe da riscoprire. Lo conobbi nei primi anni Sessanta quando era Presidente della Rai, andavo a Roma per delle trasmissioni ed ero d’accordo con lui: leggete cosa scrissi in Una Città nel 1996 (n. 50, Ndr).

Ma, come dicevo, la questione della Democrazia Cristiana non è semplice. Infatti cosa è successo quando la Dc è venuta meno? E’ successo che la Chiesa, diciamo la gerarchia ecclesiastica, fa politica in proprio, interviene direttamente come una lobby, come si può constatare con le periodiche dichiarazioni del Presidente della Conferenza Episcopale. Alcune dichiarazioni possono essere condivise da alcuni e non da altri e viceversa, ma questi interventi suscitano, a dir poco, notevoli perplessità.

Anche il dissenso cattolico si manifesta, senza essere ideologicamente strutturato, direttamente nei confronti del magistero ecclesiastico. Per esempio nelle questioni della procreazione responsabile, dell’utilizzo delle tecniche genetiche, della sperimentazione in biologia.

Ma, sai, bisognerebbe vedere fino a che punto problemi di questo genere possono essere esclusivamente politici. E’ un terreno con cui ho poca dimestichezza. Problemi ai quali non so cosa rispondere, anche perché nutro delle incertezze.

Ma è ormai pacifico che un cattolico possa appoggiare quei partiti che contestano le pretese d’Oltre Tevere?

Beh, sapete, non sarebbe la prima volta che succede che si contestano, o si respingono le pressioni d’Oltre Tevere da parte di cattolici. Basta ricordare le elezioni amministrative a Roma nell’aprile ‘52, quando De Gasperi disse no alla lista unica anticomunista Dc-Msi-Pnf voluta dal papa e da settori della Dc, utilizzando abusivamente il nome di don Sturzo. De Gasperi non fu più ricevuto dal papa, che era Pio XII. E che dire di Dossetti? Insomma vi erano nella Dc linee diverse. Dossetti aveva già fatto una scelta diversa da quella dell’impegno direttamente politico, per motivi rigorosamente laici, eppure legati alla sua fede religiosa.

Ho conosciuto bene Dossetti e penso che la sua scelta sia dipesa dall’avere ritenuto che il rapporto, la commistione tra ambito religioso e ambito politico, addirittura partitico, non poteva essere affrontato, e nel limite del possibile risolto, se non operando all’interno dello stesso mondo religioso che alimentava quel partito, e ciò non pregiudica affatto l’autenticità della sua vocazione monastica. E’ stata una posizione teologica e anche politica che veniva da tutta una tradizione. Andate a leggere Mounier, Maritain… che è poi la posizione a cui si rifaceva, nei limiti del possibile per un uomo come lui, Montini. Anche lui veniva da quella scuola, scuola a cui non si rifà certo questo papa.

Continua…

E’ un discorso molto complesso. Lo stesso modo con cui Woityla intende la funzione di papa è profondamente diverso da quella dei suoi due immediati predecessori. Giovanni Paolo II esercita il pontificato in modo totalizzante. E’ come se dicesse, parafrasando Luigi XIV, l’Eglise c’est moi.

E questo è un ben grave problema, che esploderà appena questo papa morirà. Ve ne accorgerete se non verrà fuori con forza. Diciamolo chiaramente: nulla a che fare con Giovanni XXIII e nemmeno con Paolo VI e tanto meno col Concilio. Woityla s’è comportato e si comporta come un sovrano temporale assoluto, e questo indipendentemente dalle cose che via via può andare dicendo, alcune delle quali sono state sacrosante; però dal punto di vista ecclesiologico non corrisponde ai dettati del Concilio. Basta andare a vedere come si è comportato con quelli della Teologia della Liberazione: li ha tutti tacitati e spazzati via. E’ come se dicesse: la Teologia della Liberazione la faccio io. Mi spiego? Ha aperto un grosso problema di riequilibrio ecclesiale. La Chiesa non è solo il papa! Il papa è importantissimo, io continuo a pensare che sia importantissimo, però la funzione papale va precisata e ricondotta entro i suoi limiti.

Che sarebbero?

Di essere simbolo dell’universalità della Chiesa, mediatore delle Chiese locali, non solo identificato come indiscusso capo temporale della gerarchia ecclesiastica cattolica. Poi bisognerà rivalutare il Concilio che ha riportato l’accento sui vescovi. Con questo papa non è possibile. Ma dopo questo papa la questione dovrà tornar fuori se si vorrà ritornare a una certa normalità ecclesiale. E poi c’è dell’altro. Sono tanti i problemi che esploderanno appena verrà meno questo papa. Questo lo dico con tutta la considerazione che si può avere, e che ho anch’io, per certe sue prese di posizione, per esempio sulla guerra. Esploderà certamente il problema del celibato ecclesiastico; è lì che aspetta solo il momento per esplodere; esploderà il problema del conferimento del sacerdozio alle donne. E via via anche altri…

Un’autonomia episcopale di tipo ortodosso?

No, la Chiesa ortodossa ha un limite che è quello nazionale. Le chiese ortodosse sono chiese nazionali, c’è una bella differenza! Questo non vuol dire che non abbiano una loro grandissima ricchezza, ricchezza teologica anche, ricchezza religiosa. Io la prima volta che ho assistito in Russia a una messa ortodossa mi sono talmente commosso che mi sono messo a piangere tanto è il senso del mistero, del sacro nelle loro liturgie. Però la capacità di essere insieme profondamente locale e profondamente universale, insieme allo stesso titolo, è il vero carisma della tradizione cattolica. Le Chiese locali non sono delle prefetture di una Chiesa centrale. Nelle Chiese locali c’è tutta la Chiesa. Ecco perché dopo il Concilio non si dice: la Chiesa francese, o la Chiesa tiranese, o la Chiesa, che so, comasca, ma si dice esclusivamente la Chiesa di Dio che è in Como, che è in Francia, che è a Tirano… Queste due caratteristiche, l’universalità, cioè il non essere nazionali, e il radicamento locale vanno assieme e questo è specifico e caratteristico della tradizione cattolica. Questo è un tema, lasciatemelo dire, ricorrente in modo costante nelle mie omelie.

Nelle tre raccolte di omelie che hai pubblicato, mi è sembrata carente, invece, l’attenzione all’unità delle Chiese cristiane.

Mi stai ponendo un interrogativo che m’intriga perché sono sempre stato d’accordo col movimento ecumenico, vi sono stato dentro da sempre. Però a pensarci è vero. Come mai? Bisognerebbe che mettessi assieme un’altra raccolta con le omelie sul movimento ecumenico dove espongo “le mie idee” in proposito. L’ho praticato molto, anche qui, a Madonna di Tirano; sono molto in contatto con le chiese riformate, qui accanto nella valle di Poschiavo. Però il pericolo che corrono molti è di intendere l’incontro ecumenico come un incontro sul minimo comune denominatore – siamo cristiani tutti – e lasciar perdere i motivi per cui non siamo uniti. Invece io credo, e anche questo l’ho detto più volte in occasioni anche pubbliche, che sia giusto reincontrarsi, riconoscersi come membra di un unico corpo, però portandoci dietro tutto quello che abbiamo attraversato, vedendo in chiave positiva anche lo stesso conflitto che ci ha separato. E’ troppo difficile da capire questo?

E’ più difficile a compiersi.

Bisogna mirare alto anche nell’ecumenismo. Ricordo che hai bazzicato per i monasteri ortodossi dei Balcani e mi fai notare che secondo te la rivendicazione della loro autonomia nei confronti del papato, di Roma, è invincibile. Beh, invincibile non lo credo. Fanno bene a rivendicare la loro autonomia, ma invincibile…

Fino a quando ci saranno pontefici che, come tu dici, parafrasano Luigi XIV…

Il tempo e la storia sono più lunghi di questo o quel pontificato… Verrà un riaggiustamento. Dirò quello che in genere dicono i reazionari: c’è bisogno di un retour all’ordre, nel senso di una giusta distribuzione dei vari carismi. L’Eglise c’est moi deve finire.

Si tratta anche di ridiscutere, di reinterpretare il dogma dell’infallibilità.

In qualche modo sì.

Ci si può consolare pensando che col dogma dell’infallibilità, la Chiesa riconosce implicitamente che si può essere cattolici anche se si dissente dai pronunciamenti che non siano ex cathedra. Nel ’49, Novello Papafava, che hai citato, in occasione della scomunica dei comunisti ebbe a dire: “Quando non si è infallibili si può essere anche imbecilli”.

Diceva cosi? Eh! Bisognerebbe leggere con attenzione i testi che sono premessi a quel dogma. E’ una questione molto complessa… Comunque all’infallibilità del papa sono stati posti molti limiti. Dopo quel dogma pronunciato dal Concilio Vaticano I c’è stato il Concilio Vaticano II le cui conseguenze matureranno. In Intellettuali e Chiesa, Ranchetti cita la Lettera agli Ebrei, che da tempo si sa non essere di San Paolo, come fonte primaria del dogma dell’infallibilità, intendendo così delegittimare il fondamento teologico di quel dogma. Però io su questo argomento non mi sono cimentato ed ora sono troppo vecchio per andare incontro a grane. Mettetevi nei miei panni.

Penso, tuttavia, che occorra che ci sia un organismo sociale che indichi anche in religione la via giusta da percorrere. Ma questa è una cosa diversa dal “dogmatismo”. Che vuol dire, infatti, la parola “dogma”? Vuol dire “opinione”, “opinare”, “insegnamento”. L’espressione “dogmatismo” che è invalsa non è fedele al senso della parola “dogma”. Il dogmatismo è costrittivo, l’insegnamento no. Quel significato costrittivo è invalso, diciamo, dal secondo Ottocento in poi, appunto da Pio IX. Ciò non vuol dire che non ci siano stati dei concilii che non abbiamo espresso dei dogmi nel senso di pronunciamenti irrefutabili, per esempio i primi concilii cristologici. E’ una questione molto complessa che investe il problema dell’obbedienza. Basta pensare, per dirne uno, a Milani. Lui era ecclesiasticamente rigorosissimo, ma questo non gli impediva di essere molto indipendente; le due cose in lui andavano assieme. In Milani non c’era nulla del modernista, nel senso del modernismo dei primi del secolo scorso, però questo non vuol dire che non sia stato profondamente e autenticamente moderno.

Nel campo dei laici, basta citare il gruppo di Franco Rodano: lui proveniva dall’Azione Cattolica e fondò il Movimento dei cattolici comunisti, ai quali io sono stato molto vicino, con i quali ho molto lavorato in un rapporto di parità assoluta. Ecco, erano tutt’altro che modernisti dal punto di vista ecclesiologico, eppure perfettamente aggiornati e liberi nelle cose del mondo, nelle cose del secolo, direbbe un ecclesiastico.

Michele Ranchetti, il nostro comune amico, è un altro esempio di rapporto dialettico fra laico credente e sacerdoti su un piano di parità. Ora io non so se Ranchetti si ritenga ancora cattolico, ma in quel rapporto è stato esemplare. Non a caso anche lui collaborava alla Rivista Trimestrale, l’organo di Rodano e Napoleoni. E’ difficile incontrare dei fedeli che non siano in ginocchio davanti a un prete. Succede anche a preti nostri amici. Alla fine, loro malgrado, hanno attorno una cerchia di devoti. Io sono un esemplare forse unico. Ho molti amici, ma non ho attorno una cerchia di devoti. Non è stato così per Davide, per Balducci, per Milani, per Mazzolari, per Dossetti.

Il rapporto fra obbedienza e libertà. Qual è in merito la tua opinione?

Non credo che siano in contrasto, perché l’obbedienza è una libera scelta. L’ho anche scritto. A parte il fatto che la pratica dell’obbedienza, vista dal punto di vista pedagogico, serve anche per educare alla libertà. Dalla pratica dell’obbedienza si esce più liberi, perché la Chiesa accoglie per restituire.
Insomma, bisogna imparare a essere insieme ubbidienti e liberi. Lo dico anche nei discorsi fatti in giro un po’ in tutta Italia, per commemorare Davide. Il rapporto fra obbedienza e libertà non è definibile in astratto; tutte le volte che entrano in conflitto bisogna considerare in quella occasione tutti gli aspetti che lo determinano.

A questo proposito quale fu la scelta di don Milani?

Come ho già detto Milani come prete era rigorosamente tradizionale, come maestro rigorosamente laico. Nel suo insegnamento innovativo non c’era religione. Predicava in chiesa il messaggio evangelico, insegnava a scuola come stare al mondo. Teneva distinti il sacro dal profano. A meno che si pensi che insegnare un impegno nella società ispirato ad alti valori morali da perseguire anche personalmente sia assimilabile alla religione, ma non è così. Il problema semmai è di comprendere come mai ha tenuto distinti, come ha fatto a tenere distinti, la predicazione dall’insegnamento. Probabilmente Milani scelse di perseverare in un’ortodossia ecclesiale assoluta per difendersi dalla gerarchia e poter liberamente insegnare in modo assolutamente laico, moderno e progressista. Si è servito dell’istituzione per difendersi dai suoi chierici. Che poi lo abbiano isolato è un fatto contingente (Ranchetti sostiene perché nella rigorosa osservanza dei precetti ha dato scandalo), conta il fatto che non sia stato condannato. In Milani era assolutamente assente l’ipotesi di una cultura laica subalterna a quella religiosa, per non parlare di quella clericale; piuttosto c’era in lui la convinzione della necessità della cultura per introdurre alla religione.

Ma quand’è che un prete, o anche un semplice fedele, può “disobbedire”?

Intanto bisogna sempre ricordarsi che il papa è il pastore di un gregge che non gli appartiene e pertanto deve ubbidire anche lui al supremo pastore che è Dio stesso. La Chiesa non appartiene ai preti, né ai vescovi e nemmeno al papa. Mi chiedete quando si può dire: “Obbedisco a Dio e non alla Chiesa”. Questa questione, che è stata fondamentale durante il Concilio, è stata animatamente dibattuta durante la prima Sessione, ma non ha avuto un esito compiuto. Siamo ancora lontani dalla conclusione del discorso. Tuttavia, dopo un grande dibattito, all’inizio della Costituzione sulla Chiesa, Lumen Gentium, è stata posta in primo piano la Chiesa come Popolo di Dio, mentre nei documenti preparatori della Curia veniva prima la gerarchia, l’episcopato, e poi i fedeli. La Chiesa allora è innanzitutto il popolo in unione con Dio, tutto il resto viene dopo e il papa è citato dopo i vescovi, successori degli Apostoli, tutti allo stesso grado pastori. Il papa, preposto ai vescovi, è indicato come principio e fondamento dell’unità della fede. Pertanto non è sbagliato sostenere che il papa dovrebbe svolgere una funzione di sussidiarietà. Nella Lumen Gentium, fin dalle prime righe, è specificato che la Chiesa è strumento dell’intima unione di tutto il genere umano con Dio, in latino instrumentum intimae cum Deo unionis tutiusque generis humani unitatis; più avanti si definisce il Popolo di Dio come tutti coloro che credono in Cristo; tutto il resto, l’organizzazione della Chiesa, segue. E’ diffusa invece l’opinione che la Chiesa si identifichi con la gerarchia ecclesiastica a cui i fedeli devono sottostare. E’ sbagliato. Come ho detto, si dovrebbe applicare anche alla Chiesa il principio di sussidiarietà, di cui da qualche tempo si parla tanto in politica, che è un concetto di derivazione cattolica. I vescovi sussidiari del popolo di cui sono pastori, il papa sussidiario dei vescovi. E’ un principio così caro alla gerarchia ecclesiastica quando si parla di politica! Scrivetelo questo, ci tengo: bisogna applicare anche alla Chiesa il principio della sussidiarietà.

Durante il Concilio, Giovanni XXIII ha dato un esempio straordinario della funzione sussidiaria del papa quando, in occasione del dibattito sulle Fonti della Rivelazione, è intervenuto autoritariamente a favore della libertà dell’assemblea contro l’autoritarismo dell’alta gerarchia vaticana.

Cosa pensi della questione del crocifisso nelle scuole pubbliche?

Non sono d’accordo con quello che dice Michele Ranchetti nell’intervista a Una Città (n.116, Ndr). Riduce la religione cristiana a se stessa, mentre è parte della nostra tradizione. Il crocifisso è un simbolo che trascende il significato religioso e non ha senso ridurlo a segno distintivo della lotta fra laici e clericali. La cultura moderna, meglio post-moderna, rivaluta la tradizione. Io contesto l’accoppiamento di questo simbolo alla sola Chiesa perché è andato ben oltre.

Non c’entra la questione delle radici cristiane dell’Europa, che lascia perplesso anche me: non capisco l’insistenza a volerle dichiarare uniche, come non capisco i contrari a citarle. Perché non seguire l’esempio dei Padri, San Girolamo e gli altri, che accoglievano le tradizioni di culture e religioni diverse che già allora confluivano in quella che sarà la nostra cultura? E poi pensiamo a cosa ha fatto il monachesimo che ha salvato le origini classiche del nostro sapere.

Tornando al crocifisso, anche il discorso di Ranchetti sulla sua esposizione sui toraci dei bellinbusti e delle dive, è un discorso da prete; sotto sotto è una confessione integrista proprio come quella che è al fondo di Comunione e Liberazione. L’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche non lede la laicità dello Stato. E’ anche simbolo della cultura contemporanea occidentale, che è secolarizzata e lo deve al cristianesimo. Come ho già detto è una religione che ha un Dio che fin dall’origine della Creazione ha distinto il sacro dal profano. Lo stesso comunismo non sarebbe stato concepibile senza un cristianesimo che ha accelerato il processo di secolarizzazione della società permettendo lo sviluppo indipendente del sapere laico (questo lo sapevano bene Felice Balbo e i cattolici comunisti). La tentazione temporalistica è sempre presente nella Chiesa, ma questo non fa che confermare come nel nostro mondo sia presente, radicata, una dimensione laica, che non c’è in nessuna altra cultura, specie nell’islamismo.

Bisogna prescindere da quello che dice e fa l’attuale papa, che santifica l’Opus Dei e favorisce le pretese temporalistiche di certa gerarchia, appoggiando l’integralismo di Comunione e Liberazione, e riferirsi alla recente teologia, ai Mounier, ai Maritain, a Henri de Lubac, a Bonhoeffer, dove si comprende come la modernità debba al cristianesimo il suo essere quella che è.

Poi in quella stessa intervista Ranchetti se la prende con Ciampi. Ma Ciampi, da un lato, cerca di vivificare il sentimento nazionale sempre deficiente in Italia, in un frangente in cui la Lega sta minando in Parlamento, con alleanze nefaste, le fondamenta dello Stato; dall’altro non vuole che quel sentimento, che pure esiste, possa essere monopolizzato dall’eversione di destra, cosa pericolosa dati i precedenti.

Sono invece perfettamente d’accordo con Ranchetti nel criticare la partecipazione dei massimi vertici della gerarchia vaticana a funerali di Stato come quelli ai quali abbiamo assistito per i carabinieri uccisi a Nassirija. Il discorso del cardinale Ruini era al di fuori di ogni tradizionale prudenza ecclesiastica. Una commistione di Stato e potere temporale della Chiesa che ricorda, anche nelle immagini, una lunga, infausta collusione nel passato fascista. Un’invadenza ecclesiastica nel campo politico gravissima.

Ranchetti ha ragione anche quando dice che non si batte l’islamismo impugnando il crocifisso ed esponendo ritratti del papa. Ci ridurremmo, noi cristiani, alla fede religiosa – chiusa, bigotta – mentre proprio la nostra fede ci consente spazi culturali del tutto autonomi; verremmo islamizzati, ridotti a una cultura che non conosce la differenza del sacro dal profano. Il cristianesimo ha permesso virtù che prescindono dalla fede, addirittura la trascendono. Per l’islamismo il fatto che Dio si sia fatto uomo è il massimo della bestemmia; mentre per il cristiano è l’avvenimento centrale della sua fede, un convincimento che ha permesso il progressivo ampliamento della dimensione laica della cultura. Ranchetti ha ragione nel chiedersi perché combattere l’Islam; occorre infatti trovare un terreno d’intesa per trarre delle conclusioni positive dal contrasto.

Ranchetti però è radicale nel suo anti-istituzionalismo. Sbaglia. Le istituzioni sono caratteristiche dell’umanità. Servono per proteggerci dalla violenza di tutti su tutti e dal potere dei più forti sugli altri. L’istituzione ecclesiastica ci difende dalle prevaricazioni dello Stato, impedisce la deriva di fanatismi religiosi, fondamentalisti. La Chiesa, una forte istituzione autonoma, è un fatto positivo. Il papato è il segno visibile e concreto dell’universalità del cristianesimo non legato a una nazione, o a uno Stato. Altra cosa è la pulsione sempre latente, e purtroppo spesso operante, della gerarchia centrale di volere sconfinare oltre i limiti che la Chiesa stessa si è posta, sia in campo religioso, prevaricando sulle chiese locali, sia in quello secolare immischiandosi in operazioni politiche.
Inoltre, Ranchetti dovrebbe distinguere nel papa attuale il messaggio evangelico dalla sua posizione ecclesiologica, che è criticabile.

Egli avverte come durante questo papato si tenda a sostituire la Chiesa con l’istituzione ecclesiastica, a identificare la verità coll’istituzione anziché con Dio. Ma questo papato passerà e Ranchetti dovrebbe chiedersi cosa sarebbe la religiosità senza un’istituzione che la indirizzi: gruppi fondamentalisti, oppure associazioni caritatevoli. L’istituzione è necessaria alla religiosità, al di fuori dell’istituzione cattolica avrebbero libero corso i fondamentalismi. La religiosità infatti può diventare pericolosa perché è esplosiva e deve essere regolamentata. C’è certamente il pericolo di mettere l’istituzione clericale al posto di Dio, ma c’è anche il pericolo di coloro che vogliono mettere Dio nella loro setta fanatica.

Il pericolo del propagarsi delle sette, che sono appunto settarie non solo in religione, si avverte anche qui in Valtellina col diffondersi di religiosità sciolte da ogni controllo. La Chiesa – il Popolo di Dio e l’istituzione – fatta di caratterizzate comunità locali aperte su di un orizzonte ampio come la Terra, deve essere il luogo di mediazione delle vocazioni religiose, delle esperienze mistiche, delle tensioni messianiche. La Chiesa uscirà vincente dal “degrado verso forme primitive di feticismo”, per dirla con Ranchetti, come uscì vincente alle sue origini quando s’impose alle sette dilaganti nel corpo dell’Impero romano, assorbendone le aspirazioni mistiche e millenaristiche.

Per il resto sono del tutto d’accordo sull’attuale riduzione visibile, televisiva, della Chiesa al papa. Questo rapporto diretto della folla col capo carismatico era chiamato da Karl Rahner “papolatria”. E anche questo è un rischio di settarismo. E lo sta correndo la Chiesa.

Il modernismo pose il problema del ruolo dei laici?

Sì, il modernismo fu il tentativo di allora di preti e di non preti di ridurre la differenza fra chierici e fedeli, di riconoscere ai laici la facoltà di occuparsi di teologia. Pio X non era un teologo e ritenne il modernismo un attacco all’istituzione. Di quella condanna la cosa più terribile furono le conseguenze.

Davvero spietate! Quel monsignor Benigni, Umberto di nome, organizzò il Sodalitium pianum, un’organizzazione segreta patrocinata da Pio X, strumento di spionaggio del Santo Uffizio, occupato nella delazione di chiunque fosse sospettato del minimo favore per innovazioni teologiche, o nella pratica religiosa. I malcapitati venivano denigrati, perseguitati, esclusi. Uno strumento così pervasivo da denunciare anche il successivo papa Benedetto XV, con il quale, poi, la persecuzione ebbe fine. Benedetto XV fu un grande papa, definì la Grande guerra “un’inutile strage” e si adoperò per mettervi fine. Purtroppo è poco conosciuto, andrebbe ristudiato. Ci volle Pio XI per scomunicare Buonaiuti e ottenere dal fascismo che fosse destituito dalla cattedra universitaria di Storia della Chiesa; di quelle persecuzioni abbiamo avvertito le conseguenze anche noi quando all’Università Cattolica fummo costretti a pronunciare il “giuramento antimodernista”. Tutti, professori e studenti. Benigni collaborerà poi con il fascismo. A proposito dell’Università Cattolica, padre Agostino Gemelli vi introdusse la cattedra di Dottrina della razza. Tanto per parlare di collusioni fra gerarchia e potere.

La memoria scomoda

“Incontro con Camillo De Piaz” di Federico Bario

da Federicobario.it

Incontriamo padre Camillo De Piaz nella sua abitazione di Madonna di Tirano. Ci fa accomodare in biblioteca; su una parete è appeso un grande ritratto dell’amico e compagno scomparso, Padre David Maria Turoldo; sopra un grande tavolo sono ordinate carte, libri e le fotografie raffiguranti alcune delle opere che ho realizzato negli ultimi due anni sulla Shoah, lo sterminio degli ebrei perpetrato dai nazisti nel corso del secondo conflitto mondiale, e le istantanee in cui Marilinda ha ritratto i campi di Auschwitz-Birkenau nell’estate di quest’anno, quando è stata ospite del Museo di Auschwitz per mettere a punto i dettagli della nostra collaborazione con il museo stesso. Un’intesa che si è concretizzata nella realizzazione della mostra “La memoria” e che ci condurrà, l’estate prossima, alla pubblicazione del volume The Auschwitz Poems nella prima edizione italiana. Camillo De Piaz osserva attentamente le foto e scuote la testa.

La svastica, dice, ogni volta che la rivedo non posso fare a meno di sentire un senso di disagio, di disgusto…

Parliamo di memoria?

La memoria è scomoda.

Perché è scomoda?

La gente non ama essere disturbata circa la memoria, anche una parte di quelli che hanno vissuto in prima persona la guerra o la deportazione mostrano fatica nel ricordare quegli eventi. Difficile trovare delle persone anziane che vogliano raccontare senza reticenza le vicende che le hanno coinvolte. Purtroppo è così. Io ho vissuto qualcosa di simile che non riguarda l’Europa ma il Sudamerica: ho conosciuto, e sono stato molto amico di quel gruppo di sacerdoti, di giovani frati domenicani messi in carcere in Brasile perché sospettati di essere dei rivoluzionari… furono tutti orrendamente torturati. Uno in particolare, di origine veneziana, Padre Caligari – padre Camillo ci conduce nella sua camera e ci mostra una foto in cui è ritratto in compagnia di due giovani religiosi, e ne indica uno – ecco, è lui Padre Caligari… quando si portava il discorso sulla tortura, entrava in uno stato di tale agitazione che bisognava smettere di rievocare. Un altro poi si è suicidato. La memoria è scomoda per chi vuole rimuovere o negare ciò che è accaduto ma anche per le vittime risulta essere un peso insopportabile di cui non si parla volentieri perché è sovente evocatrice di dolore e di lutto.

Questo è vero, ma per ciò che concerne gli Ebrei e la Shoah esiste la necessità di testimoniare. Essi hanno rischiato di essere totalmente sterminati…

A livello di coscienza collettiva il popolo ebraico non può dimenticare, ne va della sua stessa identità; ma a livello individuale la memoria risulta comunque straziante.

Primo Levi scrive che si sente un testimone indiretto in quanto non ha toccato il fondo: coloro che l’hanno fatto o sono morti oppure non parlano.

Alla fine anche lui si è tolto la vita.

Come ci di deve comportare nei confronti di con quelle persone che cercano manipolare la storia, di offendere la memoria?

A questi bisogna opporsi, resistere… soprattutto ora che stiamo assistendo a un tentativo di cancellazione totale. Non mancano gli strumenti per la ricerca e per tener vivo il ricordo, non solo di “quella” memoria ma della memoria in generale. Il tentativo in atto è quello di ridurre le persone a una pura dimensione acquisitiva, oggi quello che conta sembra essere solo il comprare e il consumare. Lo sterminio è l’esempio più terrificante di un fenomeno generale che si ripropone nel tempo sotto forme e latitudini diverse: l’uomo senza memoria è uno schiavo, una sorta di oggetto manipolabile, senza identità.

Secondo Lei ci può essere perdono per chi ha commesso o condiviso crimini tanto orrendi? E se sì, quale tipo di perdono è possibile?

A questa domanda un cristiano non può che rispondere che sì. Ma il perdono non significa che il colpevole non debba pagare. Non sono d’accordo con un perdono di tipo “politico”: quello è inaccettabile. Lo condivido a livello interiore, personale.

Durante e dopo la guerra molti Ebrei hanno fatto ritorno in Palestina. Non era infatti possibile per loro ritornare nei posti dove non esistevano più casa, parenti e lavoro: in questo senso, Hitler ha perso la guerra ma è riuscito a vincere la sua battaglia contro gli Ebrei cancellandoli dall’Europa. E poco dopo il ritorno dei sopravvissuti in Palestina, nasce lo stato di Israele.

Sono stato amico intimo di Wolfgang Hildesheimer, un Ebreo che non era d’accordo con la creazione dello stato d’Israele, voluto soprattutto dai Sionisti. Suo nonno era stato il rabbino capo della comunità ebraica di Berlino. Con la sua famiglia, si salvò in tempo dal grande macello, e il suo esodo si giocò tra Palestina, ancora sotto mandato inglese, e Gran Bretagna. Si onorava di molte amicizie arabe di cui serbò vivo il ricordo e che amava rievocare con quella libertà e indipendenza di giudizio che non lo abbandonò nemmeno nei momenti più bui e tormentosi della vicenda israeliana, e di cui ho trovato pochi altri esempi fra gli altri Ebrei da me conosciuti. Tornò con le truppe inglesi nella Germania in rovina e qui visse l’esperienza, in veste d’interprete, di quello scoperchiamento pubblico degli orrori che fu il processo di Norimberga, un’esperienza che lasciò tracce indelebili nella sua anima e nel modo di guardare la storia degli uomini, alla quale tuttavia non cessò mai di essere attento e di sentirsi coinvolto Con la nuova generazione di scrittori tedeschi postbellici come Heinrich Böll e Günther Grass, aveva condiviso la speranza di un patto ideale con una società rinnovata, che però fu via via delusa; e così, con la moglie, lasciò la Germania e si ritirò in Svizzera, a Poschiavo.

Torniamo brevemente alla “scomodità” della memoria. Da quando abbiamo intrapreso questo lavoro non smettiamo mai di chiederci che effetto suscita sulle persone sentir rievocare gli orrori accaduti sessant’anni fa; infatti, abbiamo sovente avuto l’impressione che per alcuni fosse fastidioso insistere sul passato, anche considerando quel che sta avvenendo ora, soprattutto in Medio Oriente…

Non avrete intenzione di tirarvi indietro! Senza la coscienza di quel che è avvenuto nella storia, non è possibile, nel bene e nel male, comprendere il presente e adoperarsi per costruire il futuro; qualcuno ha detto, forse Eli Wiesel, che colui che nega ciò che è accaduto ad Auschwitz sarebbe pronto a rifarlo. Questa volontà di negazione, alimentata da aberranti convenienze revisionistiche, diviene comunque possibile poiché si regge su quella grande maggioranza che vuole dimenticare o rimuovere i milioni di innocenti sterminati nelle camere a gas. Questo è inaccettabile. Io sono dell’idea che è bene ricordare tutto, ricordarsi di tutto. Per vederci chiaro, non è possibile partire da zero ma da una storia.

Da “Il nome dello sterminio”, ottobre 1981. Padre Camillo De Piaz scrive, dopo due anni, il resoconto di una settimana trascorsa in Polonia e lo pubblica sulla rivista “Società Valtellinese”. Ci ha gentilmente concesso di utilizzarne una parte poiché si tratta del suo incontro con uno dei luoghi dello sterminio nazista.

(…) Ma su tutto domina la visita al campo di sterminio di Majdanek, nella campagna un po’ ondulata che circonda Lublino. Sconvolgente: le camere a gas col basso soffitto grattato dalle unghie delle vittime nei pochi minuti precedenti l’Olocausto, i forni crematori, le scarpe e i copricapo dei prigionieri e delle prigioniere raccolti e ordinati dopo la fine, come un tragico “usato” dietro il quale si indovinavano vite che hanno avuto i loro sogni, i loro amori, i loro progetti, e le loro vicende quotidiane, mentre camminavano verso un avvenire che fu loro tolto in quel modo. Non ho potuto trattenere i singhiozzi. La mia generazione – e il nostro secolo – rimangono à jamais segnati da questo orrore, che tra l’altro è esattamente come me lo immaginavo. Questi sono luoghi, nonostante tutto, di grandiosa, e terrificante, pietosa identificazione per noi. Io stesso avrei potuto finirvi, come tanti altri compagni di lotta, noti e cari o sconosciuti, in quegli anni, dal ’45 al ’45, in cui si formava nella Resistenza, la mia, la nostra educazione politica. Nella storia non s’è mai dato o visto nulla di simile. Non so se adesso, dovendo parlare di un fenomeno come lo sterminio organizzato, scriverei allo stesso modo, voglio dire coniugando i verbi e guardando soltanto al passato come qualcosa di fissato nel tempo e irripetibile. Dico adesso, che il fantasma di uno sterminio e di un genocidio altrettanto, se non più, scientemente organizzato aleggia di nuovo, con un rombo via via crescente, sul nostro capo, e il suo nome, la sua idea, addirittura il suo progetto torna ad avere cittadinanza e – proprio così – ha “far cultura”. Su questo suo fare e farsi cultura, di cui una premessa e un fattore essenziale è la sensazione di trovarsi di fronte a un processo inarrestabile – e questo è il primo livello sul quale bisogna rimobilitarsi e portare la lotta – ci sarà da ritornare senza tregua. Altro che riflusso nel privato e sua – sospetta – teorizzazione. Il privato si difende in pubblico.

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