Verità, giustizia e bellezza nel pensiero di Adriano Olivetti. Storia e attualità del progettare, a partire dal modello Ivrea

da Joimag.it, il sito dell’associazione JOI, Jewish Open Inclusive.

Parlare oggi di una figura come quella di Adriano Olivetti (scomparso sessanta anni fa), significa cercare di coglierne l’attualità del pensiero e dell’azione in campo industriale, architettonico, urbanistico, sociale, politico istituzionale e culturale. Due termini innanzi tutto sui quali riflettere oggi: quelli di “comunità” e di “città dell’uomo”. Il libro dal titolo Città dell’uomo, uscì pochi giorni prima della morte di Olivetti: contiene una summa del suo pensiero e costituisce una sorta di testamento spirituale. Vi è presentata, rielaborata, tutta la complessità del suo sogno. Pensiero e opera, due aspetti per lui inscindibili che derivano dall’eredità morale trasmessagli dal padre, Camillo; azione sostanziata da pensiero e radicata nella giustizia sociale. E’ da questo testo che prende avvio la nostra riflessione. Due termini, “comunità” e “città dell’uomo”, come vedremo, intrecciati e dal cui serrato dialogo sarà possibile scorgere una luce, un chiarimento per l’oggi e una interpretazione più puntuale sull’originalità.

In questi giorni si celebra il settantesimo anniversario della prima fase economica della futura comunità politica europea. E’ proprio l’analisi del significato che Olivetti attribuisce a “comunità”, a segnare la differenza tra il suo progetto politico e quello che allora si avviava nell’ambito europeo. La genesi dell’idea di Comunità è legata in modo indissolubile alla fabbrica fondata dal padre all’inizio del Novecento e sta a indicare la realtà umana dei lavoratori, operai, impiegati, tecnici, dirigenti. Comunità indica perciò una unità di persone responsabili di un processo produttivo, a vari livelli, che ne possono condividere i frutti, anche in termini di partecipazione agli utili. Una comunità fondata sul lavoro come principio di dignità e come garanzia per un livello di vita che permetta l’accesso al godimento dei beni essenziali: diritto all’abitare, alla città, alle relazioni sul territorio, ai servizi, alla sanità, alla scuola, alla cultura. Comunità di persone, di abitanti, di famiglie che si relazionano con altri tipi di lavoro sul territorio di riferimento. Comunità fondata sul principio di responsabilità e di appartenenza.

Appartenenza a un territorio con i suoi propri confini geografici e topografici ereditati dalla storia, dalla tradizione che l’ha trasformato e modificato. Territorio amato, teatro delle vite che si sono avvicendate, abituate a una esistenza circoscritta da profili paesaggistici ben precisi, imprescindibili punti di riferimento per lo svolgersi della vita e delle funzioni abitative. E’ su questo territorio amato, gestito con cura, affidato alle nuove generazioni che la comunità cresce con senso di armonia, ordine e con senso di responsabilità. E’ il principio di solidarietà come istanza morale che precede l’aggregazione umana. E’ tutto ciò a rendere poi vera la città, l’architettura, l’abitare. La quale città non sussiste dove non ci sia solidarietà, giustizia e verità. La città può essere bella se è vera. Il bello nell’architettura e nell’arte è in quanto valore spirituale. Parlando nel 1958 di pianificazione territoriale dice Olivetti: “Mi sia consentito ricordare parole che sono care agli architetti: “E quando l’uomo si è elevato prendendo la buona via dell’amore delle cose del mondo, sino a intendere la Bellezza, egli non è lontano dal fine. E colui che prende il giusto cammino, deve cominciare ad amare le bellezze della terra e progredire, incessantemente, verso l’idea della Bellezza stessa: dall’armonia delle forme a quella delle azioni, dalla perfezione delle azioni a quelle delle conoscenze, per pervenire infine a quell’ultima conoscenza che è la Bellezza in sé”.”

Si potrebbe dire che il processo generativo del pensiero di Olivetti sull’architettura e la città è contenuto tutto nell’andamento dinamico che si apre alla meraviglia del microcosmo della comunità di lavoro intorno alla fabbrica di oggetti metalmeccanici (macchine di calcolo elettriche e calcolatori elettronici) con le caratteristiche prima individuate; poi si espande come una fioritura dalla cellula madre fino alle esperienze e alle realtà più grandi, mantenendo intatti i caratteri primari e rendendoli sempre riconoscibili, anche se mutati. Così avviene col passaggio, l’allargamento di interesse verso la città e la sua architettura, la progettazione di spazi nuovi per la fabbrica, le strutture sociali e i servizi (biblioteca, asili nido, mense, abitazioni per operai, impiegati e dirigenti). Lo spazio abitativo di lavoro è pensato dal punto di vista dell’interiorità dell’abitante che porta con sé il bagaglio della propria memoria: la struttura prima dell’armatura visiva dell’abitare è il profilo paesaggistico, pianura – monti, che l’uomo ha sempre visto dalla nascita, quindi è elemento di riferimento spaziale indispensabile. Perciò l’architettura con facciata vetrata a tutta altezza nella fabbrica nuova di Ivrea, così diversa dagli opifici ottocenteschi, è negli Anni Trenta e poi Cinquanta, pensata per la totale trasparenza tra interno ed esterno e per il benessere spirituale di chi lì opera e vive. Non è omaggio formale all’estetica del Bauhaus in Germania, ma una scelta oculata di architetti razionalisti milanesi, Figini e Pollini, che sulla base di quella esperienza straniera, di democrazia e apertura prima della tragedia nazista, interpretano il pensiero di libertà di Olivetti. Analogo processo si verifica per la realizzazione della edilizia abitativa: principi guida sono la facilità di accesso dal luogo di lavoro alla casa, il rapporto con il paesaggio, il verde come parte integrante dell’abitare. L’architettura di Ivrea si viene perciò accrescendo con episodi urbanistici nuovi in dialogo con l’antica configurazione della città, dove il centro storico, con le sue memorie e la sua fisionomia, si rende più vero e più vivo attraverso il contatto con i nuovi innesti residenziali.

Progressivamente l’idea del bello, come verità spirituale, si espande sulla città intera attraverso gli strumenti dei piani regolatori. Gli urbanisti e gli architetti diventano i protagonisti in una sorta di comunità maieutica tra Adriano Olivetti e chi deve valutare le possibilità di attuazione delle sue intuizioni; e poi ancora questa spinta a interpretare e configurare il nuovo per l’uomo moderno e per i suoi più profondi desideri e bisogni, si concretizza nel disegno dei piani regolatori di una area più vasta della città, ma che alla città appartiene, che è il piano della comunità o delle comunità che vanno a definire il piano regionale. La comunità, come si vede, si allarga, sempre nel rispetto del codice originario. Prefigurazione, predisposizione, mai imposizione di una forma. Il bello, la forma, la disegneranno coloro che si succederanno sul territorio. C’è insieme a questa ideazione un’ammirazione per l’arte e l’urbanistica delle città d’Italia medievali, cui Olivetti guarda come esempio di civiltà che ha dato i suoi frutti attraverso la consapevolezza di essere cittadini e la coralità pubblica che sostiene gli sforzi economici. C’è in Olivetti che viaggia per l’Italia per la diffusione delle sue idee e dei suoi progetti, un rispecchiamento tra ciò che intravede per la rinascita dell’Italia e il passato di un’Italia artistica frammentata, sì, ma pur sempre capace di affermare una unitarietà di disegno urbano e di rapporto con il territorio.

Una lezione della storia come alimento per il presente. Ciò che Olivetti vede nell’Italia di ieri non è una tipologia formale da riprodurre, ma una continuità di spirito che si può inverare nel presente, nelle forme nuove che prefigura per le sue fabbriche e i suoi insediamenti. Ci riferiamo a Pozzuoli, a Matera, a Massa. Centrale rimane in Olivetti l’attenzione all’uomo che lavora, abita, vive nei nuovi edifici. Puntuale riemerge l’attenzione ai paesaggi nei quali il lavoratore è cresciuto che restano ancora come asse direzionale per la crescita della persona. Il mare, il golfo di Pozzuoli non è immagine da cartolina, ma imprescindibile punto di riferimento. Perciò, ancora una volta, la trasparenza è carattere distintivo della fabbrica affinché il lavoratore vi porti dentro la propria bussola visiva (architetto Luigi Cosenza). Così a Matera (architetti Luigi Piccinato e Ludovico Quaroni), i campi, la terra, le argille, i sassi, sono teatro di intere generazioni di contadini e devono essere assunti nel nuovo abitare. Pensiamo alla figura di Carlo Levi che lì al confino in Lucania negli anni 1935-36 vive la realtà contadina, la condivide, ne ha cura come medico e la vede con occhi prensili di pittore. Intanto la conosce con gli strumenti dell’indagine medica, in quanto la riconosce come realtà umana inscritta in quei limiti di paesaggio e di storia e li ritrae. E’ la stessa logica di Olivetti che comprende i caratteri dell’uomo, li rispetta nella loro genesi e nella loro storia; non è molto lontano l’atteggiamento di Carlo Levi, che prendendosi cura dei corpi, ne assume anche le storie, e li fissa nella pittura e nella letteratura. Adriano Olivetti ha però nella volontà di creare spazi abitativi e di lavoro per l’uomo, per il suo benessere, una estensione ancora maggiore del prendersi cura da parte del medico. Ha nel progetto il motore che avvia un meccanismo a catena di speranze per il futuro e per l’avvenire. In Olivetti prevale il sogno profetico che intravede i lineamenti di un futuro, ma non ne può godere appieno i frutti che avverranno dopo. Intanto prevale in lui l’attitudine a gettare generosamente semi, a generare. Olivetti visionario non solo in direzione del futuro, ma visionario già nel presente; cioè in ogni progetto prefigura, accarezza ciò che sta nascendo, ciò che potrà essere.

Il progetto abitativo, architettonico e urbanistico, con i criteri di cui sopra si è detto, di profondo rispetto dell’uomo e del suo abitare, è però inserito in una visione politica di comunità che estende il modello originario di piccola comunità in un sistema, “Movimento di comunità”. Insieme a queste vanno a definire unità che si collocano approssimativamente in spazi geografici corrispondenti alle provincie, in rapporto con le regioni. Ma anche questo progetto più ampio deve rispettare i principi guida della partecipazione e della responsabilità, anche sul piano amministrativo. Il movimento politico prevede figure istituzionali saldamente legate al territorio che conoscono e sono chiamate a valorizzare. Ma soprattutto sono legittimate a governare da uno stretto rapporto di fiducia con gli abitanti che li eleggono e li riconoscono. Obiettivo è sconfiggere la diffidenza fra cittadino, regione e stato che Olivetti intravede nell’ordinamento politico dell’Italia del dopoguerra, nel Parlamento e nel governo. Ancora una volta lo strumento principe è il piano urbanistico. La comunità deve essere di grandezza opportuna, “la dimensione ottima”; la grandezza esatta: un termine precisamente greco che lui prende da Aristotele. La misura, il numero; e ancora città e territorio solo nella misura esatta dei propri confini possono garantire armonia e benessere. E lì solo possono fiorire quelle virtù morali degli abitanti che fanno “grande” una città: “Secondo l’opinione prevalente –  scriveva Aristotele – la città felice dovrebbe essere grande. Ma se anche questo giudizio fosse giusto, non è proprio chiaro il criterio quale sia veramente la città grande e quale la città piccola; poiché chiamiamo grande la città che ha un numero notevole di abitanti, mentre si deve avere riguardo non alla quantità della popolazione bensì alle forze materiali e morali dell’associazione civile.

Il Movimento Comunità ispirato al concetto più pregnante di libertà ha le sue origini nella riflessione di Olivetti in clandestinità in Svizzera, in Engadina, negli anni 1943-44 e lì, con tutta l’urgenza di una situazione di drammatica oppressione dell’Italia negli ultimi anni di guerra, egli scrive la bozza del suo progetto, L’ordine politico delle Comunità. Il nome non è un caso. E il movimento che si apre alla sua pienezza negli anni successivi alla Costituzione italiana, avrà per linee guida quelle già tracciate a Ivrea negli Anni Trenta ed espresse in forma di programma politico in Engadina. Ivrea diventa quindi l’“esperimento pilota” per la realizzazione di nuove comunità e per la sua estensione sul piano nazionale. Proprio Ivrea è da qualche anno patrimonio dell’Unesco: uno dei frutti maturali dal sogno e dalla capacità di vedere di Olivetti. Il Movimento Comunità si sostanzia poi con l’attività editoriale della rivista “Comunità” che diviene una sorta di seminario pluridisciplinare coordinato da Adriano Olivetti. Lì lavorano con spirito di collaborazione e grande forza creatrice intellettuali di diversa pratica disciplinare e tutti contribuiscono alla creazione di un pensiero collettivo. Singolarmente tutte le analisi sociologiche, urbanistiche, filosofiche, architettoniche, concorrono a creare uno stile Olivetti che non per magia, ma per forza intrinseca, produce un’eccellente qualità estetica dell’oggetto prodotto (design), grafica pubblicitaria e pubblicistica che traducono in forma l’idea del bello accarezzata da Olivetti: un altro frutto. E ancora, una riflessione conclusiva, sulle radici del pensiero di Olivetti: l’idea di giustizia sociale appresa dal padre, ebreo socialista; l’idea del lavoro come etica del giusto operare, dall’ambiente protestante della madre; dalla comunità valdese, la forza delle radici identitarie di una minoranza e la cura e salvaguardia puntuale dei villaggi. Dall’ebraismo, il principio-dovere di avere cura della terra ereditata e di saperla migliorare. Infine da Sant’Agostino, La città terrena e la città celeste, al cristianesimo radicale di marca francese, di Maritain (Umanesimo integrale), Mounier (Il personalismo), la visione mistica di Simone Weil, filosofa ebrea, deriva una forza di interlocuzione con il mondo moderno e con le scienze. La formazione di ingegnere del padre e di Adriano è il connotato costante della famiglia Olivetti, quello cioè del mondo della tecnica che padroneggia i segreti della materia ed è capace di trasformarli in prodotti e in forma. Il messaggio di Olivetti oggi cade su un terreno difficile dove non sembra di poter ravvisare echi del suo pensiero. D’altra parte esso è attuale perché i problemi sono ancora lì, ingombranti come le macerie della guerra da cui è fiorito il Movimento comunità. Oggi il messaggio è attuale proprio perché c’è una urgenza di “verità, giustizia e bellezza”.

Sandra Sicoli e Pierpaolo Nicolini

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