Perché bere a Purim? “Ad lo yada”: perché bere fino a non saper distinguere l’eroe dal malvagio? Forse, per ricordarci che nella vita noi siamo un po’ l’uno e un po’ l’altro

da Joimag.it, il sito dell’associazione JOI, Jewish Open Inclusive.

Per la festa di Purim ci viene comandato di bere. Non di bere giusto un bicchiere, ma proprio di ubriacarci. Ubriacarci come? In che senso? Qual è l’origine di tutto ciò? Una bella stranezza, per una religione il cui libro sacro insegna: “Il vino è schernitore, la bevanda alcolica è turbolenta, chiunque se ne lascia sopraffare non è saggio”. (Proverbi 20:1).

Sul finire del Libro di Ester ci viene detto di ricordare la nostra salvezza dal malvagio piano di Aman con giorni “di banchetti e letizia, scambiando cibo e facendo doni ai poveri” (Ester 9:22). L’ebraismo rabbinico comprese questa “letizia” come “bere”. Ma bere quanto? Secondo il Talmud (Meghillah 7b) dovremmo bere al punto da non saper più distinguere tra “Sia benedetto Mardocheo” e “Sia maledetto Aman”. Quindi, bere molto. Alcuni commentatori spiegano che si beve perché molti dei miracoli che la storia di Purim racconta accadono mentre il vino – un po’ troppo vino – è servito in tavola.

Altri rabbini spiegano i motivi per cui in realtà non dovremmo bere tanto quanto il Talmud sembra suggerire. Tutti concordano che dovremmo bere solo finché siamo in grado di farlo in sicurezza, senza danneggiare la nostra salute o quella degli altri intorno a noi.

Ma quindi, perché tutto questo alcool? Cosa c’è di buono nel non essere più capaci di distinguere tra “Benedetto sia Mardocheo” e “Maledetto sia Aman”? In fondo, dove trovare un esempio più lampante di buono e cattivo? Mardocheo orchestra la salvezza del popolo ebraico, salva la vita del sovrano, aiuta la nipote a guadagnarsi una delle posizioni più influenti nel regno. Un vero eroe! E l’arrogante Aman? Non vuole altro che potere e prestigio. Quando Mardocheo si rifiuta di prostrarglisi davanti, complotta per uccidere ogni ebreo del reame. Un vero malvagio!

Se la differenza tra Mardocheo e Aman è chiara come la luce del giorno, nella nostra vita politica e comunitaria molte differenze non sono così nette. Né bianche, né nere, esse esistono in scale di grigi e di sfumature. Una complessità che troppo spesso si disperde nel modo in cui oggi riceviamo l’informazione. Così, belli comodi nelle “camere dell’eco” dei nostri social media, diventiamo così sicuri delle nostre posizioni che ci pensiamo giusti proprio come Mardocheo. E l’altra parte? Ci convinciamo che sia malvagia proprio come Aman.

A Purim, mentre la differenza tra Mardocheo e Aman si affievolisce, ci confrontiamo con l’insicurezza delle nostre opinioni morali. Se non possiamo essere sicuri nemmeno di Aman e Mardocheo, forse dovremmo abbassare i toni della presunzione con la quale confrontiamo altre questioni. Invece di metterci da un lato o dall’altro, forse in ogni questione dovremmo cercare di trovare uno spazio nella gamma dei grigi e delle sfumature. E una volta all’interno di quello spazio ambiguo, forse troveremmo alleati dell’“altro lato”, coi quali davvero poter lavorare per risolvere la questione, invece di starcene nelle nostre torri d’avorio fatte d’orgoglio e di superiorità morale.

La regola di bere a Purim ci aiuta a ritrovare un po’ di umiltà nei nostri dibattiti politici e comunitari. Ci ricorda di riconsiderare la nostra presunzione. Così facendo, possiamo rivelare il senso morale e l’umanità nelle persone con cui siamo in disaccordo. E dopo Purim, una volta finito di bere, forse trovare insieme un modo umile di andare avanti.

Rabbi Howard Goldsmith

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