Il lavoro come imitatio Dei secondo la tradizione ebraica

da Joimag.it, il sito dell’associazione JOI, Jewish Open Inclusive.

Ci sono voluti secoli, nella cultura occidentale, per riconciliarsi con l’idea e la prassi del lavoro. Se oggi siamo un po’ tutti ‘workaholic’ (neologismo inglese per dire ‘ossessivamente dipendenti dal lavoro’, sebbene di lavoro raramente estenuante), all’inizio non fu così: greci e latini esaltavano l’otium e non il negotium, termine che indicava sia le diverse attività manuali e professionali sia la fatica e il fastidio del lavorare. Il cristianesimo delle origini risentì di questa radice culturale, e aggravò l’idea del lavoro con un’interpretazione letterale di Bereshit/Genesi 3: il lavoro (come il parto per la donna) è un castigo divino per il peccato originale, e tanto più tale peccato era grave e universale, tanto più lavoro e parto – detti entrambi ‘travagli’ – apparivano dolorosi e pericolosi. Una condanna metafisica, più che una punizione storica. Come è noto, solo con Benedetto da Norcia, nel VI secolo, si avviò un progressivo riscatto del lavoro manuale.

Nel giudaismo quest’atteggiamento negativo verso il lavoro non è (quasi) mai esistito. E non avendo la dottrina del peccato originale, o almeno una sua versione dogmatica come la sviluppò Agostino di Ippona per la cristianità, il mondo ebraico non interpretò il lavorare e il partorire come esperienze negative, appunto una condanna storico-metafisica.

Al contrario, prevalse nel tempo l’idea che il primo lavoro cosmico fosse la stessa creazione divina; che se Dio lavorò sei giorni e si riposò il settimo, altrettanto deve fare l’essere umano ‘ad imitazione di Dio’; che lavorare costituisce una forma di joint-venture divino-umana per il mantenimento e persino il miglioramento del mondo, della natura e della società. In questa nobile impresa di “coltivare il giardino” da sempre – fino a pochi decenni fa – erano associati anche molti animali, che aiutavano l’essere umano nelle fatiche dei campi. La Torà comanda il riposo del settimo giorno anche per loro, e non soltanto per gli umani.

Non è affatto paradossale che l’idea di lavoro si sia affinata, nel giudaismo, a partire dal suo opposto: quel riposo sabbatico che costituisce il coronamento della fatica settimanale, lo shabbat come ‘spazio temporale’ (quasi un ossimoro) dal quale i sei giorni lavorativi prendono senso, ossia si illuminano alla luce di una trascendenza che riporta il lavoratore/la lavoratrice nella sfera della col-laborazione con il Creatore per la sviluppo delle potenzialità del creato.

In questa prospettiva un autorevole maestro come Rabban Gamliel, figlio di Yehudà ha-Nassì, insegnava: “E’ bello lo studio della Torà se accompagnato da un’attività produttiva, perché l’impegno in entrambi fa dimenticare il peccato” (Avot II,2), aforisma che ricorda l’antico adagio per cui l’ozio è padre dei vizi; e aggiungeva quel maestro: “Ogni studio che non sia affiancato da una melakhà – termine rabbinico per ‘lavoro’ e ‘occupazione concreta’ – finisce per annullarsi e porta con sé la trasgressione”. I rabbini osarono pensare Dio in termini di un Datore di lavoro: “Fedele è il tuo Datore di lavoro, che ti pagherà la ricompensa della tua opera” (Avot, II,14 e VI,4: un insegnamento riportato due volte!). Nella cultura ebraica lavorare era ed è un dato antropologico naturale e positivo: “Vivrai della fatica delle tue mani e sarai felice” (Tehillim/Salmi 128). Dunque disprezzare il lavoro, soprattutto in nome dello studio, non è una virtù ebraica. Questa è l’opinione dei maestri di Israele, i quali furono in generale coerenti con quest’etica: anche i più grandi tra loro vivevano per la Torà ma non vivevano di Torà – “Non usare la Torà come una vanga con cui scavare [per arricchirti]”, ammonisce Rabbi Tzaddok (Avot IV,7) – e avevano un’occupazione mondana, per così dire, per guadagnarsi da vivere e mantenere la famiglia. Se non bastessero i loro insegnamenti, valgano i loro esempi di cui v’è abbondanza nelle fonti.

Sempre nei Pirqé Avot il tannaita Rabbi Yochanan [ben Peroqà] è chiamato ha-sandelar ossia il calzolaio. Yose ben Chalaftà, che fu maestro di Yehudà ha-Nassì, lavorava a Tzipporì come conciatore di pelli, non proprio un lavoro leggero o nobile. Mentre di Yehoshua ben Chananià, che pure era un levita, si racconta che si mantenesse come fabbro e/o come carbonaio, e ciò non gli impediva di sedere tra i più grandi maestri sui contemporanei, come Rabbi ‘Aqivà (che era stato a lungo un pastore), Rabbi Eliezer (che era ricco di famiglia… ci sono anche i ‘fortunati’) e Rabban Gamliel, presidente dell’accademia di Yavne. Anzi, rabbi Yehoshua arrivò persino ad esserne vice-presidente. Un diverbio halakhico – anzi un vero litigio – tra presidente e vice è riportrato nel Talmud, in Berakhot 27b-28a, dove leggiamo che Rabban Gamliel, pentitosi di aver umiliato il suo vice (e sapendo quanto questi fosse stimato da tutti) decise di andare a casa di lui per riconciliarsi. Appena entrò in quella umile dimora, si accorse che le pareti erano nere di fumo; al ché Gamliel disse: “Vedo che sei un carbonaio [pechamì attà]!”. La risposta di Yehoshua fu dura: “Guai alla generazione di cui sei guida, dal momento che ignori le sofferenze [tza’aran] degli studiosi della Torà…” ossia le fatiche con cui essi si guadagnano da vivere!

Delle vite degli amoraim sappiamo anche di più. Di Resh Laqish, in eretz Israel, sappiamo che in gioventù fece ‘lavori disonorevoli’ (fu ladro e brigante, forse anche gladiatore) ma poi fece teshuvà e divenne un grande maestro. A Babilonia Shmuel era, come il Noach post-diluviano, un viticultore, mentre suo padre era stato un importante commerciante di seta e tessuti, e per stare nel ramo e in diaspora, Rabbi Asì faceva il sarto. Rashbà viveva di lavori agricoli, mentre Rabbi Chisdà commerciava in birra (da datteri, probabilmente); Rav Pappà e Rav Hunà erano professionalmente soci e commerciavano in semi di papavero e datteri, e anche Rav Safrà – che viaggiava spesso tra eretz Israel e Bavel – era commerciante.

La questione della compatibilità tra studio della Torà e lavoro nei campi è oggetto di discussione sempre nel trattato Berakhot 35b, dove chi sostiene che sia compatibile – anzi doveroso – lavorare e studiare è Rabbi Yishmael, al quale si contrapppone Rabbi Shimon bar Yochai, che diceva: “Se l’uomo deve arare al momento dell’aratura, seminare al momento della semina, trebbiare al momento della trebbiatura e setacciare al momento del vento, cosa ne sarà della Torà?”. Nessuno più studierà! Tale storia ispirata a un ascetismo anti-mondano e anti-lavorativo, con protagonisti lo stesso Shimon bar Yochai e suo figlio Eliezer (all’epoca della seconda rivolta giudaica), è narrata anche nel trattato Shabbat 33b – il trattato sull’astensione dal lavoro – e in quel caso fu addirittura una Voce divina a rimproverarli: “Siete forse usciti dalla caverna [dov’erano nascosti a motivo della persecuzione] per distruggete il mio mondo?”. In Berakhot la discussione fu idealmente chiusa da Abbayè con questo commento: “Molti hanno seguito la tesi di Rabbi Yishmael e hanno avuto successo, mentre chi ha seguito le idee di Rabbi Shimon bar Yochai non ha avuto successo”.

Massimo Giuliani

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