Nucleare: cose da pazzi in vista

da Settimananews.it, la storica rivista di attualità, pastorale, teologia dei dehoniani.

“Una guerra da un milione di morti”: un titolo di giornale rende così l’idea di quel che ci aspetta se tra Corea del Nord e Stati Uniti si scatena il conflitto nucleare. Naturalmente la stima riguarda il primo giorno. Del secondo e dei successivi giorni di guerra non si parla neppure. Perché non si sa se ci saranno.

Sono mesi ormai che si prolunga l’escalation, verbale e muscolare, tra i due contendenti: gli insulti e le contumelie si alternano alle dimostrazioni sul campo. Da una parte, lanci di missili a sempre più lunga gittata, dall’altra, sanzioni e manovre militari ravvicinate.

Quella volta al largo di Cuba

Tutti gli ingredienti militari e psicologici sono dislocati in modo da far ritenere il disastro come un’eventualità altamente probabile e persino desiderabile per liquidare un impiccio.

Possibile? Ancora? Ma è proprio in situazioni come queste che la memoria si mette a frugare nella polvere degli archivi per rintracciare un episodio, una situazione, un fatto da cui trarre un barlume di speranza.

Anche se non è stata ancora scritta una storia delle guerre evitate, l’analogia più evidente si propone con quanto avvenne (e non avvenne) nelle acque di Cuba nell’autunno 1962. I sovietici avevano piazzato le loro rampe di lancio sul territorio dell’isola che Castro aveva affiliato al comunismo e si apprestavano ad armarle con le loro testate nucleari che viaggiavano su una flotta in navigazione nei Caraibi.

Diplomazia e preghiere

Tra il presidente USA, Kennedy, e il capo sovietico Crusciov, la tensione, animata da reciproci ultimatum, arrivò alle stelle.

La storia del… disinnesco della minaccia è stata raccontata in tante versioni che resta difficile individuare quella giusta. Diplomazia e preghiere trovarono il modo di congiungersi e il mondo poté rallegrarsi dello scampato pericolo.

Pochi mesi più tardi, a Pasqua 1963, papa Giovanni XXIII, che aveva avuto un ruolo non secondario nella vicenda, promulgò l’enciclica Pacem in terris, dove definì la guerra nucleare come qualcosa di alienum a ratione: non “irrazionale” o “irragionevole” – come lessero alcuni traduttori – ma più precisamente “roba da matti”. Solo esseri umani privi di senno avrebbero infatti potuto scatenare un conflitto che nessuno avrebbe potuto vincere.

Il tempo degli “euromissili”

L’episodio cubano va ricordato perché ad esso ci si è più volte richiamati nel corso dei decenni successivi tutte le volte che, durante la guerra fredda, le forze dell’Est e quelle dell’Ovest hanno rischiato di… venire alle mani.

La narrazione corrente illustra in genere i… benefici della deterrenza nucleare, nel senso che le due grandi potenze detentrici della bomba atomica, avrebbero avuto entrambe tanta paura di soccombere che avrebbero deciso di brandire l’arma letale solo come strumento di propaganda.

Personalmente ho qualche dubbio sul punto. Non credo fosse soltanto propaganda la decisione delle due grandi potenze di fronteggiarsi in Europa con le testate nucleari installate sui così detti missili a medio raggio, o “euromissili”. Un modo per ridurre la minaccia sulle città degli Stati Uniti e (in parte) su quelle dell’URSS, ma riducendo a cimiteri quelle del vecchio continente.

Ragionando con Pio La Torre

Disinnescare la minaccia non fu facile. In tutta l’Europa occidentale presero vita movimenti di opposizione all’installazione degli euromissili americani.

In Italia l’epicentro delle manifestazioni fu Comiso, in Sicilia, dove sarebbero state impiantate le rampe di lancio. Ho ancora vivo il ricordo delle sfilate e degli incontri davanti all’aeroporto Magliocco. E soprattutto mi torna in mente un dialogo con l’esponente comunista Pio La Torre (poi ucciso dalla mafia) avvenuto durante uno dei tanti cortei di popolo in quella contrada.

Ragionammo su questo: che efficacia potevano avere sulle decisioni politiche le manifestazioni come quelle che stavamo animando? Dopotutto, in Occidente, la nostra critica si rivolgeva solo ai nostri governi che avevano accettato le richieste degli americani; e questo ci tirava addosso l’accusa di unilateralismo. Ci si rimproverava di lasciare in pace l’Unione Sovietica. Come uscirne?

Andare a Ginevra …

Venne così l’idea di una iniziativa popolare che trovasse il modo di rivolgersi con un’identica richiesta (smantellare e non installare) ad entrambe le parti. Le quali avevano soltanto un punto di contatto fisico: a Ginevra dove si svolgevano, appunto, le trattative sugli euromissili.

Lanciai l’dea nel comizio finale a Comiso; e poi ci vollero tempo e saggezza per costruire l’incontro e per prepararlo. Cosa che facemmo organizzando una marcia da Palermo a Ginevra che si svolse nella primavera del 1983.

Nella città svizzera ci presentammo ai due interlocutori con una “delegazione italiana” davvero rappresentativa, che, a parte le Acli che guidavano il tutto, andava da “Comunione e Liberazione” al Pci. E si caratterizzava su un testo che vigorosamente sosteneva il diritto/dovere dei popoli di reclamare la pace e dunque di chiedere che l’Europa venisse liberata dall’incubo degli euromissili.

La perla del generale

Nell’incontro con i sovietici ci impressionò l’imbarazzo del loro capo-delegazione quando dovette rispondere alla domanda come mai dall’URSS non venissero notizie di manifestazioni analoghe a quelle in atto in Occidente. Ci somministrò la risposta canonica per cui in URSS l’intero partito è per la pace e dunque non c’è bisogno che il popolo si mobiliti; ma sapeva di non essere convincente.

Dall’incontro con gli americani portammo via un’autentica perla. Al generale Burns, che sostituiva il diplomatico Nitze capo delegazione, rivolgemmo un quesito intrigante: «Secondo lei, una guerra nucleare limitata è possibile?». E la risposta fu: «Certamente è possibile. Ma in quella guerra io non vorrei esserci».

Anni dopo, nel 1988, mi accadde di incontrare nuovamente il generale Burns, in occasione di un’indagine conoscitiva del Senato sull’avvenuta risoluzione del problema degli euromissili, con l’accordo di Rejkiawik tra Reagan e Gorbaciov. Convenimmo sul fatto che lo sviluppo logico di quell’ affermazione comportava l’abolizione totale e definitiva degli armamenti nucleari.

conflitto nucleare

Quel frammento sul tavolo…

Per intanto c’era un promettente primo passo: la distruzione dei vettori incriminati, di cui mi è toccato un frammento che tengo sul tavolo: è un pezzo di SS22 sovietico distrutto in Kazakistan il 1° agosto 1988. Pareva in quei giorni che il processo di disarmo dovesse essere irreversibile. Pareva…

Invece, a trent’anni di distanza, siamo nuovamente alle prese con l’incubo nucleare. La spiegazione meno sofisticata è che c’è stata una progressiva disattenzione sul problema, con un conseguente sostanziale disimpegno e un crescente scarto tra enunciati etico-politici e comportamenti pratici.

Di fatto, il numero delle potenze nucleari è cresciuto ed è stato così vanificato l’impegno di contenere l’area dei detentori di testate nucleari come fattore di controllo del rischio.

Domanda senza risposta

In più, oggi, l’avvento al potere di figure portatrici di dottrine imperniate sui rapporti di forza, ha depotenziato l’influenza di quanti valorizzavano le esperienze accumulate come argomenti per edificare e rendere stabile la pace.

Certamente, vi sono oggi ambienti militari, e non solo, che considerano come fisiologica un’opzione nucleare. E non arretrano – lo si deve presumere – neppure di fronte alla prospettiva di un milione di morti, che occultano con il clamore del grido di battaglia.

A dire il vero, qualche sintomo preoccupante era nell’aria anche in tempi di apparente bonaccia. Sul finire degli anni ’80 trovai su un giornale la notizia di un’esercitazione militare della NATO in cui veniva simulato l’impiego di armi nucleari. Mi venne spontaneo di rivolgere un’interrogazione parlamentare al Ministro della Difesa (mi pare fosse Zanone) per conoscere se fosse stata fatta al riguardo una stima delle perdite militari e civili. Non ebbi risposta formale. Mi fu solo ricordato che si trattava di arcana imperii.

Francesco: la sfida dello sviluppo

E oggi? C’è una contraddizione profonda tra le risoluzione dell’ONU che dichiarano immorali le armi nucleari e le considerano un «illegittimo strumento di guerra» e i comportamenti dei governi delle nazioni detentrici del potenziale atomico. Il tutto si aggrava quando la loro rappresentanza è affidata a soggetti che si qualificano per una palese mancanza di senno.

Ecco perché, nel clima di incertezza e di paura che incombe sul destino dell’uomo, il significato delle parole di papa Francesco (discorso del 10 novembre ad un convegno sul tema) non può essere attenuato o eluso.

«È da condannare con fermezza – ha detto Francesco a proposito delle armi nucleari – la minaccia del loro uso, nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale ad una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto ma l’intero genere umano». Ed ha rilanciato il concetto dello sviluppo come fattore di pace sostenendo che «un progresso effettivo e inclusivo può rendere attuabile l’utopia di un mondo privo di micidiali strumenti di offesa». Come dire: cominciamo a promuovere lo sviluppo, il resto seguirà. Non è certo? Ma per saperlo bisogna provarci.

Domenico Rosati

 

 

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