Verso il 4 marzo /2 Una mappa… cartesiana per aiutare le scelte

da Settimananews.it, la storica rivista di attualità, pastorale, teologia dei dehoniani.

«Hai presenti gli “assi cartesiani”, quelli che, secondo il matematico-filosofo francese, consentono di individuare con procedimento matematico determinati punti nello spazio? Non ti ricordi, hai studiato male?». E poi: «Cambia qualcosa se gli assi principali anziché con X e Y, o come “ascisse” e “coordinate”, vengono indicati come “meridiani” e “paralleli” e applicati su una mappa che, a quel punto, diventa carta geografica o progetto politico»?

Avevo provocato un mio amico matematico sul punto se fosse possibile inquadrare in una formula algebrica i problemi del “che fare” in politica. E il professore mi aveva impartito l’intera lezione della quale, per non offendere la sua scienza, ho trattenuto e trascrivo solo alcune libere deduzioni.

Meridiani e paralleli

Sull’asse dei “meridiani” (che in politica tradurremo con “asse delle condizioni”) collochiamo quelli che possono essere considerati come i requisiti fondamentali del comportamento di chi voglia concorrere all’edificazione del “buon governo”; e li identifichiamo nei tre comandamenti del non uccidere, non rubare, non mentire.

Sull’asse dei “paralleli” (che in politica tradurremo come “asse degli obiettivi”) sistemiamo invece quelle che possiamo considerare come le finalità di un agire politico orientato alla piena umanizzazione della vita di ogni persona e di tutte le persone. E qui, con una scelta soggettiva, ma non arbitraria, indichiamo i tre concetti di “pace, lavoro, democrazia”, riservandoci ulteriori specificazioni.

Oltre la geometria

Si dovrà successivamente inserire un terzo asse da dedicare a quella che potremo indicare come l’energia di traino del processo politico e che non appare traducibile in formule matematiche.

Per rimanere ai tempi di Cartesio, ci faremo aiutare da Pascal per assegnare all’esprit de geometrie i concetti distribuiti sui due primi assi e all’esprit de finesse quelli assegnati al secondo asse. Per il momento lasciamo in pace il terzo.

“Non uccidere”: condiviso, ma…

Andiamo a verificare ora – cioè oggi, a inizio 2018, vigilia delle elezioni generali in Italia – quale sia la condizione dei “beni” fin qui elencati e quale possa essere il destino della loro interconnessione nelle condizioni date.

Sull’asse dei meridiani, cioè delle condizioni del buon governo, la percezione soggettiva dei tre comandamenti evocati è ancora largamente diffusa, oltre che scolpita in tanti documenti dell’ordine internazionale.

Ma tra i testi delle dichiarazioni e gli atteggiamenti feriali dei cittadini (e dei responsabili) sembra intercorrere una distanza sempre maggiore.

Il comandamento del non uccidere, ad esempio, è quotidianamente trasgredito in ogni angolo della terra; ma i fatti e i misfatti che le cronache registrano si stemperano in una indifferenza che li ignora o li minimizza, o si rifugia nel recinto dell’impotenza.

Quel mosaico mostruoso

Né un comportamento esemplare viene dai livelli della responsabilità politica. Ciò vale per quella che è stata chiamata l’attuale «guerra mondiale a pezzi», fatta sia di episodi cruenti che compongono un mosaico mostruoso, sia dall’indotto, non meno crudele, di un’“economia che uccide”.

È quel che avviene quando si subordina la crescita della ricchezza all’aumento della povertà e quando a vaste porzioni di umanità si impone la legge bronzea della sopravvivenza a livelli insopportabili di miseria e di fame.

Poiché il “non uccidere” riguarda sia i singoli che le comunità, la sua trasgressione non avviene solo quando si compie fisicamente il gesto di Caino ma anche quando non si interviene per impedire che altri lo compia.

D’altra parte, l’umanità è stata messa in grado, nel corso dei secoli, e segnatamente nel ’900, di conoscere a fondo e direttamente il “flagello” degli attacchi alla vita umana; e ha persino adottato, meritoriamente, le misure di prevenzione e di contrasto che sono garantite da istituzioni basate sul consenso dei popoli.

Questa circostanza dovrebbe attenuare l’onere dell’opposizione alla guerra e ai suoi derivati, ma, nel contempo, lo aggrava quando si lasciano fuori campo o si mettono fuori uso le strutture di prevenzione e di composizione dei conflitti o delle situazioni di disordine e/o di oppressione.

I movimenti disgregatori

Tanto maggiore si fa poi la responsabilità in questo campo quando, come oggi accade, si è in presenza di attacchi diretti al ruolo delle istituzioni internazionali, a partire dall’ONU. Delle quali si dichiara il superamento o addirittura l’inutilità quando – ed è il momento peggiore – non ci si comporta come se non esistessero.

Non uccidere significa allora contrastare i movimenti disgregatori che in varia forma – comprese le manifestazioni di sovranismo nazionalista – mettono in discussione i livelli pur minimi di collaborazione fin qui raggiunti, a partire dall’Europa.

L’espansione del “rubare”

Sempre sull’asse dei “meridiani” il comandamento del “non rubare” presenta il suo vasto campionario di inadempienze.

Ma l’atto tipico del “rubare” – la sottrazione fisica di un bene a chi lo detiene legittimamente e l’impossessamento di esso da parte di chi non ne ha titolo – appare sempre di più come un’entità minimale rispetto all’espandersi di altre dimensioni. Cresce infatti la mole dei fenomeni di scardinamento delle regole dell’economia e dello stesso diritto di proprietà che ne è il cardine.

Il vizio endemico moltiplicato

Le violazioni tradizionali – corruzione, concussione, appropriazione indebita ecc. – impallidiscono di fronte al proliferare di altre forme di speculazione e di intermediazione dolosa.

Queste si avvalgono sempre di più anche delle imponenti risorse offerte dalla possibilità di elaborazione e di trasmissione delle informazioni in tempo reale.

Per quanto il rubare sia un vizio endemico di impianto secolare, si direbbe che la tendenza odierna registra un rubare di più, un rubare più facile e più rapido.

Ne segue un effetto dimostrativo assolutamente inedito con il coinvolgimento di masse sempre più vaste di cittadini, indotti ad adottare come virtuosi i comportamenti rappresentati come “vincenti”, salvo dolersi poi degli infortuni subiti per malriposta fiducia.

Il tema del lavoro

Nel capitolo del “non rubare” va anche inclusa la cosiddetta “infedeltà fiscale”, alla quale tuttavia – per la sua importanza e attualità – converrà dedicare una specifica trattazione.

Lo stesso dicasi per il “non mentire”, di cui si parlerà nel prossimo articolo.

Quanto ai beni sistemati nella categoria degli obiettivi, come entità desiderabili ai fini della realizzazione secondo giustizia dello sviluppo integrale delle persone, un cenno particolare va fatto sulla questione del lavoro. Il tema della pace è stato infatti appena trattato, mentre a quello della democrazia diffusa è stato dato un certo spazio nel precedente articolo.

Guardando le cose in retrospettiva, si può constatare che, nel tempo, il problema-lavoro è stato per così dire declassato da materia con dignità autonoma a sottosezione dell’economia. E analoga sorte è toccata alle agenzie di tutela e di promozione del lavoro, in primo luogo i sindacati.

Tutto questo è avvenuto nel corso del mezzo secolo che va dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio del terzo millennio e rappresenta, più che un cambio politico, un mutamento culturale significativo.

Parlavamo il “keynesiano”

Subito dopo la conclusione del conflitto, sulle due sponde dell’Atlantico si parlava il “keynesiano”, quell’idioma economico in base al quale, dovendosi realizzare come bene primario il pieno impiego di tutti i lavoratori (gente che prende il salario e lo spende e così alimenta l’economia) tutti gli sforzi andavano orientati a tale obiettivo.

Per stare in Italia, su tale linea era attestata la CGIL di Di Vittorio – 1949 – in dissenso con la casa-madre del PCI, e altrettanto dicasi di quelle tendenze cattoliche, impersonate da La Pira, dalle quali veniva una sollecitazione per «un governo con un solo obiettivo: il lavoro».

Nello stesso tempo (1952), le Acli reclamavano «una grande politica del lavoro», ritenendo possibile realizzare e mantenere, nel tempo e con l’opportuna strumentazione, «un alto e stabile livello di occupazione».

Occupazione e Costituzione

Il fatto è che, allora, per “piena occupazione” non si intendeva qualcosa di diverso da quanto scritto nell’art. 4 della Costituzione e cioè che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto»; che era logicamente correlato con il dovere di ciascuno di «svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società».

Da Keynes a Friedman

Questa nota universalistica si mantiene successivamente anche quando, con lo “schema Vanoni” (1954), il traguardo del pieno impiego si procrastina nel tempo (un decennio) e si condiziona al mantenimento di alcune condizioni economiche, come la crescita del reddito nazionale al 5% che, per motivi vari, non si sarebbero realizzate.

I governi di centrosinistra ripresero poi l’idea del “piano” (1965) nel quale il pieno impiego era il risultato di uno sviluppo complessivo trainato soprattutto dall’ espansione dei consumi pubblici.

La scelta di approvare il piano per legge – come una sorta di gigantesca “finanziaria” – irrigidì la logica del piano che non giunse mai a piena realizzazione (se non per alcuni capitoli come la sanità). E il destino del lavoro rimase sempre più appeso alle fluttuazioni congiunturali.

La “massima occupazione”

Fu in questa fase che l’espressione “pieno impiego” venne sostituita da “massima occupazione”.

Non era una variante formale; quel “massima” stava ad indicare il livello consentito dagli equilibri complessivi del sistema.

La dottrina economica continuava a parlare keynesiano ma la sostanza delle scelte era sempre più vicina agli schemi neoliberisti di Milton Friedman. Che sarebbero… andati al potere con Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Il resto è cronaca.

La nuova riconversione

La notazione storica resta importante, perché invita a rintracciare i momenti genetici della svolta liberista, che poi si è coniugata con la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia.

Occorre accettare l’onere di una simile operazione, che comporta più di un’autocritica, per rendersi conto non solo della portata del cambiamento intervenuto ma anche del numero e dell’importanza delle forze che, anche a sinistra, lo hanno sostenuto.

Vale per la valutazione del passato ma vale anche per le sfide da affrontare a partire da oggi o, se si vuole, in Italia dal 4 marzo.

L’analisi dell’evoluzione intervenuta, abbozzata qui liberamente nel riferimento alle condizioni e agli obiettivi collocati sugli “assi cartesiani”, pare indispensabile per un approccio realistico e non ingannevole all’esigenza di una nuova riconversione. Che è necessaria per riportare il lavoro al posto che la dignità umana reclama e che la Costituzione ha stabilito fin dal suo incipit.

Ma che ascolto si può dare alle voci che si sovrappongono nella grande arena della contesa elettorale?

Domenico Rosati

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