Alexander di Monaco, il santo della Rosa Bianca

da Settimananews.it, la storica rivista di attualità, pastorale, teologia dei dehoniani.

Dal 5 febbraio 2012 è venerato martire dalla Chiesa ortodossa tedesca come sant’Alexander di Monaco, al secolo Alexander Schmorell, uno dei “ragazzi” della Rosa Bianca, i giovani che si ispiravano a Romano Guardini. E da quel momento in Germania sono in molti ad aspettarsi che anche la Chiesa cattolica – in clima di dialogo ecumenico – a 75 anni dalla morte segua la medesima strada per Willi Graf, l’unico cattolico del gruppo.

Ghigliottinato dai nazisti a 26 anni il 13 luglio 1943 nel carcere di Stadelheim a Monaco, Schmorell è uno dei tanti martiri della follia del Novecento la cui figura di oppositore al nazionalsocialismo, ad oltre tre quarti di secolo dalla morte, fatica ancora ad essere conosciuta da noi (nelle aule scolastiche come nei gruppi giovanili). Non è diverso per i suoi compagni Willi Graf, i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst…

E chi si ricorda di padre Max Josef Metzger, il prete giornalista giustiziato nel carcere di Brandeburg nel 1944, accusato di parole di opposizione ad un regime e ad una Chiesa incapace di “vedere”? (nel 1917 aveva inviato al papa la proposta di un piano di pace e di un concilio ecumenico ad Assisi e scriverà nel suo giornale: «Una cosa deve precedere tutto il resto: non possiamo vendere il Vangelo per salvarci la vita! Sono e rimango un uomo libero, mi si possa anche incatenare. La verità continua a sventolare ed io continuerò ad annunciarla coraggiosamente. E se mi verrà tagliata la lingua, allora parlerò col mio silenzio. Fin quando arderà in me ancora la vita, mi batterò contro questa stupidità»).

«Dare testimonianza è la nostra unica arma, la più potente» scriveva il beato Josef Mayr-Nusser, sudtirolese presidente dell’AC di Trento e Bolzano (allora parte tedesca della diocesi tridentina) che, nel 1945, pagò con la vita la sua obiezione di coscienza, come un altro beato sudtirolese Franz Jägerstätter.

Un giovane tedesco in epoca nazista

Alexander era nato in Russia, a Orenburg, agli estremi confini siberiani, poco più di 100 anni fa, il 16 settembre 1917 (il padre Hugo, un medico tedesco, e la madre russa, Natalija Petrovna Vedenskaja, figlia di un pope) e battezzato con rito ortodosso. Rimasto vedovo con il bimbo di soli 2 anni, il dott. Schmorell fa ritorno nella sua Baviera insieme ad una baby sitter russa, Fedodosija Lapshina, che educherà il piccolo Alex alla fede oltre che insegnargli la lingua materna.

Il giovane Schmorell cresce come in ogni famiglia borghese, una vera passione per l’arte, e in particolare la scultura di Rodin, e lo sport (equitazione e scherma): alto, biondo e sportivo, amante della compagnia, e del fumo della pipa. Quasi per inerzia, alla stregua della stragrande maggioranza dei tedeschi di allora (come anche Joseph e Georg Ratzinger), a 15 anni entra nella Hitlerjugend, la Gioventù hitleriana. Al termine del diploma superiore e l’anno di lavoro di prassi, nel 1937 sceglie il servizio militare in cavalleria ed è parte attiva al momento dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, e quindi della Cecoslovacchia.

L’incontro con i ragazzi della Weisse Rose

Nel 1940 si iscrive all’università nell’intenzione di seguire le orme paterne con lo studio di medicina, non immaginando neppure lontanamente che quella scelta avrebbe finito per cambiare completamente la sua vita. L’incontro con i fratelli Hans e Sophie Scholl e Willi Graf – che avevano dato vita al gruppo della Weisse Rose/Rosa Bianca – lo induce ad una profonda riflessione su quanto stava accadendo in quegli anni in Germania. Con loro partecipa alla pubblicazione e alla diffusione dei primi “volantini” che denunciavano il regime del Führer.

«Per un popolo civile non vi è nulla di più vergognoso che lasciarsi “governare”, senza opporre resistenza, da una cricca di capi privi di scrupoli e dominati da torbidi istinti». E una lapidaria conclusione: «Non dimenticate che ogni popolo merita il governo che tollera!» si legge nel primo della serie.

Grazie alla sua conoscenza della lingua e della cultura russa, nel 1942 i ragazzi si spingono fino al fronte russo come tirocinanti di medicina (a Varsavia durante il viaggio furono testimoni dei rastrellamenti nel ghetto ebraico).

Al loro rientro gli eventi precipitano: una volta pubblicati e diffusi il quinto e sesto volantino, i fratelli Scholl vengono arrestati dalla Gestapo il 18 febbraio 1943 e il 22 sono condannati a morte per alto tradimento insieme a Christoph Probst (sentenza eseguita in giornata).

La Croce e la testimonianza

Alexander, appresa la notizia del loro arresto, tenta una fuga prima in treno e poi a piedi per riparare in Svizzera sotto falso nome, ma le abbondanti nevicate gli impediscono di attraversare il confine. Trova rifugio presso un suo vecchio docente di liceo, ma il 24 febbraio in un bunker dove si era rifugiato per scampare ad un bombardamento viene riconosciuto e denunciato da una compagna d’università.

Il 19 aprile è processato e condannato a morte – nei tribunali nazisti la sentenza era sempre già scritta – insieme a Willi Graf e al professor Kurt Huber. Nell’interrogatorio della Gestapo aveva confessato: «Quando, nel 1937, mi sono arruolato ho fatto giuramento di fedeltà. Dichiaro apertamente che già allora avevo scrupoli interiori. E dopo pochissimo tempo sono entrato in conflitti di coscienza, quando riflettevo che, da una parte, portavo la divisa del soldato tedesco e, dall’altra, simpatizzavo per la Russia» (la Russia zarista non quella bolscevica ndr).

Il 13 luglio verrà giustiziato insieme a Huber, mentre il 12 ottobre è la volta di Willi Graf che, da liceale, aveva portato con fierezza l’uniforme degli scout così diversa dalle camicie brune dei nazisti.

A differenza dei fratelli Scholl, Alexander in carcere ebbe il tempo di scrivere parole di addio per amici e familiari, parole di rassegnazione senza odio, parole di accettazione della morte alla sequela della croce di Cristo.

«La tua pazienza ha stupito gli angeli» dichiarava nel 2012 l’arciprete nel corso della liturgia del 5 febbraio nella Salvatorkirche, la cattedrale metropolitana ortodossa di Monaco, riconoscendo le sue virtù eroiche.

Nikolaj Artemov aggiungeva un’ipotetica ricostruzione riguardo alla scelta del nome del Gruppo: in un passo dei Fratelli Karamazov Dostoevskij scrive di una rosa bianca unico ornamento della bara di una giovane, segno di un destino di risurrezione. Quel fiore è raffigurato anche nell’icona del martire sant’Alexander che indossa il camice medico, nella mano destra la croce e una rosa bianca.

«La testimonianza di chi si batte per la verità non andrà mai persa, anche quando sembra apparentemente affondare nel fallimento»: è la convinzione che, da 70 anni, guida l’impegno di Hildegard Goss-Mayr, viennese di nascita, classe 1930, già candidata al Premio Nobel per la pace nel 1979, 1987 e 2001 (su proposta, fra gli altri, di Thomas Merton e di Helder Camara), presidente onoraria del Mir, il Movimento internazionale per la riconciliazione, e vincitrice del Premio Bruno Kreiskj per la difesa dei diritti umani. Aveva 12 anni nel 1942, quando veniva quasi travolta dalla folla che, nelle strade di Vienna, osannavano Hitler e la sua coscienza le impose: “Tu non puoi salutare il Führer!” e da quel giorno la sua vita cambiò. Con il marito Jean, morto nel 1991, ha viaggiato in tutto il mondo per testimoniare il valore della pace e, durante il Concilio, unì a Roma le forze insieme a quelle di Dorothy Day e di altri coraggiosi.

«Il fantasma di un’economia autarchica deve scomparire dall’Europa. Ogni popolo, ogni individuo hanno diritto ai beni della terra. Libertà di parola, libertà di fede, difesa dei singoli cittadini dall’arbitrio degli Stati criminali che si fondano sulla violenza sono le basi della nuova Europa», scrivevano nel loro 5° volantino del gennaio 1943.

«Quando riascolterai l’aria del Messiah di Handel – scriverà il cattolico Willi alla sorella Anneliese Knoop-Graf nell’ultima lettera (nel testamento indicherà il Salmo 90 “Signore, tu sei stato per noi un rifugio”) – pensa che quelle parole “So che il mio Redentore vive”, sono per me la fede che mi sostiene e mi dà la forza». «E il racconto appartiene anche a quelli che non sono stati testimoni diretti», ha ripetuto Anneliese fino alla sua morte nel 2009.

Maria Teresa Pontara Pederiva

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