Don Renzo Scapolo: un documentario, un ricordo, un’intervista in cui racconta la sua vita

Ad un anno dalla morte di don Renzo Scapolo, sacerdote della diocesi di Como da sempre impegnato accanto agli ultimi, proponiamo alcuni video e testi che lo riguardano: un inedito documentario con immagini realizzate da don Renzo stesso durante gli anni in Bosnia, un servizio di Teleunica trasmesso un anno fa con un’intervista a Giorgio Nana, volontario in ex Jugoslavia, che ricorda don Renzo e i suoi tanti viaggi ed iniziative, che hanno coinvolto anche tanti valtellinesi, infine un’intervista realizzata da Francesco Papafava, Stefano Mainoni e pubblicata sul sito Unacitta.it ad inizio 2004 in cui don Renzo racconta la propria vita dall’infanzia. 

«Don Renzo Scapolo». Il documentario con i video rimasterizzati dagli amici di Sprofondo

da Settimanalediocesidicomo.it, Il Settimanale della diocesi di Como online.

A un anno dalla morte di don Renzo Scapolo, pubblichiamo un video inedito, che raccoglie una serie di immagini rimasterizzate a cura dell’Associazione Sprofondo. Nella seconda parte di questo interessante mini-documentario ci sono due interviste di don Renzo su Rai3 e con la Televisione della Svizzera Italiana. Nella prima parte, invece, tutte immagini realizzate e girate in prima persona da don Renzo, con la sua voce narrante.

«Ricordando don Renzo Scapolo». Il servizio di Teleunica del 3 maggio 2017

«In latino si dice “intercedere”». L’intervista a don Renzo Scapolo realizzata da Francesco Papafava e Stefano Mainoni

da Unacitta.it, il mensile di interviste e foto “Una città. Le domande vengono prima delle risposte”.

La mia famiglia era immigrata nel comune di Montano Lucino alle propaggini delle Prealpi, tra Como e Varese, arrivando con un vecchio camion partito dalla pianura a nord di Padova – Veneto, Terronia dell’est – che trasportava due nidiate di bambini e ragazzi, quella di mio padre e quella di suo fratello Luigi. Era una casa abbandonata già da alcuni anni, c’erano rovi dappertutto, il tetto in disfacimento.

L’anno dopo il nostro arrivo, mio fratello partì per il fronte; aveva 18 anni, dopo l’8 settembre, fu tra quelli che i tedeschi portarono in Germania per non lasciarli nella tentazione di schierarsi con il re. Ricordo che il postino dava a noi, in classe, alle elementari, la posta da portare a casa e con che gioia recapitavo le rarissime lettere di mio fratello che arrivavano dalla Germania.

Io non volevo andare a scuola, ero abituato a vivere in mezzo ai boschi, così la mia maestra mi bocciò in prima, che feci due volte, e poi mi bocciò anche in seconda. Mia mamma diceva che facevo così perché mi ero innamorato della maestra e volevo sposarla. In realtà, dopo la seconda elementare capii che studiare mi rendeva più capace di capire e di farmi capire e mi misi a studiare come un dannato.

Avrei voluto continuare, ma la mia famiglia non poteva permetterselo. Mi ricordo ancora come fosse oggi quando, seduto fuori dalla porta della scuola, sentii la maestra dare i compiti per le vacanze a tre dei miei compagni privilegiati, quelli che potevano andare a studiare alle commerciali. Credo che molte delle cose che ho fatto, soprattutto a livello di scuole, siano derivate dalla rabbia che mi venne quel pomeriggio in cui mi sentii condannato alla quinta elementare.

Dopo aver passato un paio d’anni ad aiutare mio padre nel lavoro dei campi, andai a fare il fabbro. A 17 anni dissi ai miei che andavo a farmi prete. Mi preparai per l’ammissione alla terza media, ma mi bocciarono di nuovo, perché il mio parroco, che credeva di sapere il latino, e certamente lo sapeva, certo non lo sapeva insegnare: tradussi tutti gli infiniti con il supino … Così, quando finalmente entrai in seminario mi ritrovai, io diciassettenne, a fare la chioccia con dei ragazzini di 12 anni.

Allora il seminario era zeppo, strapieno. La nostra classe aveva 32 alunni, adesso è tutto il seminario che ne ha 32… Infatti, a quei tempi, ci si permetteva anche il lusso di potare abbondantemente i candidati al sacerdozio. Per esempio, quelli un po’ troppo svegli, che rischiavano di essere disobbedienti, potevano essere definiti facilmente privi di vocazione religiosa …

Sono diventato prete a 28 anni, nel ’65, nel pieno del Concilio Ecumenico Vaticano II, con Giovanni XXIII, e le grandi speranze, il grande sogno, la Chiesa nuova, poi Paolo VI. Ho risentito molto di quel clima, si era appena prima del ’68.

Uno dei miei incontri più decisivi fu senz’altro quello con un prete stranissimo, di Albenga, don Vittorio Cambiato, un prete confezionato nel modo più tradizionalista, con sottana, l’unico che ho trovato che avesse una sola sottana come diceva Gesù nel Vangelo: “Non abbiate due abiti …”. (Già, anche mio padre, da buon contadino povero del Veneto, aveva un solo abito della festa, ricordo come lo spazzolava quando andava alla messa la domenica, e poi lo appendeva subito, l’abito è una cosa seria).

Don Vittorio Cambiato era venuto lì nel ’67 per una ricostruzione dell’evoluzione spirituale di Guido Gozzano, nel cinquantesimo della morte (si diceva fosse stato plagiato da un frate benedettino approfittando dei terrori che dà la tubercolosi). Don Vittorio aveva con sé una lettera che Guido Gozzano aveva scritto al suo fratello di latte (Gozzano era stato affidato a una nutrice) che s’era fatto prete, un certo don Graziani, che, morendo, gliel’aveva lasciata; sei pagine scritte fitte, in cui si manifestava una tremenda ansia religiosa. Tutto questo era poi stato pubblicato su Il Corriere della Sera, nelle pagine letterarie, suscitando un discreto scandalo anche perché dicevano che nell’opera omnia ci si era permessi di scrivere “dio” con la d minuscola, mentre Gozzano lo scriveva con la d maiuscola e i fogli di don Vittorio lo testimoniavano.

Ricordo ancora quando, di fronte alle mie lamentele sul fatto che, nonostante fossero già passati due anni dalla fine del Concilio, non stava cambiando niente, rispondeva: “Tu non hai il senso degli archi e della storia, tu misuri le cose con i tuoi brevissimi secondi, facciamo parte di un universo immenso che ha dei tempi grandi, lunghi. Cosa sono due anni? La Chiesa ha duemila anni, la razza umana ha due milioni di anni; tra due milioni a duemila la proporzione è di un millesimo. Mia mamma è morta a 95 anni, aveva mille mesi. Quindi la razza umana sta alla chiesa come mille mesi di una donna di 95 anni stanno a una bambina di un mese. Questa Chiesa cattolica, che tu dici che non combina niente, che non si sveglia, che non mette in pratica il progetto della Chiesa nuova, del Concilio, ha un mese…”.

Tanti anni dopo mi ritrovai a raccontare queste cose in un convegno importante, il primo convegno di coordinamento per la pace, dopo essere tornato da Sarajevo. Era venuto a mancare un pezzo grosso, un senatore, che doveva fare la prolusione del convegno e io avevo protestato: “Cosa volete che io sostituisca un senatore?”… Ma poi cedetti e tirai fuori questa storia della Chiesa a un mese, per dire che la costruzione del ponte della pace è lunga, bisogna impegnarsi totalmente, come se tutto dipendesse da noi, ma, come dice Sant’Agostino, con fiducia, serenità, come se tutto dipendesse da Dio e dai tempi di Dio. Allora la Chiesa ha un mese, come una bambina di un mese, mangia e mangia, perché per crescere bisogna mangiare, ma bisogna anche espellere, e quindi era normale che anche la Chiesa facesse le sue belle cagate. Vabbè, mi arrivò una lavata di capo notevole dai capi della Curia.

Dal ’65 al ’71, sono stato prete a Camerlata, provincia di Como. Dovevo fare un po’ il supplente perché il vecchio parroco era piuttosto micidiale, come lo erano i preti di una volta. Era capace di darmi 81 mila lire di stipendio in tre mesi, quando dovevano essere 680: mi toglieva i soldi della luce del torneo di calcio, perché diceva che dovevo pagarla io, cose così … Era un sant’uomo, ma, per dire, durante la predica mi spegneva il microfono: “La messa è sempre uguale, cosa vuoi che la gente stia lì a sentire le cose che dici tutte le domeniche”. Poi io mandavo ad accenderlo ma lui lo spegneva ancora, per cui la mia voce andava e veniva … Meno male che ero stagionato, perché un pretino novello in quell’ambiente avrebbe rischiato di scappare.

Un giorno venne a casa dall’Argentina un mio amico, un prete di Como, dicendo che era là, da solo, in una parrocchia di 200 chilometri per 50. Domandai al vescovo di mandarmi a dare una mano. Era nel nord dell’Argentina, appena sotto il Paraguay; ci sono rimasto otto anni. I primi tre anni andavamo a celebrare sacramenti. Là ci sono solo due sacramenti: il battesimo e la veglia funebre, a cui, in certi posti, se ne aggiunge un terzo, la processione; non è neanche poco: se vediamo la processione come cammino, abbiamo l’inizio, il cammino e la morte. Il centro era la cittadina di Fernandez, che è a 30-40 chilometri prima di Santiago del Estero. Estero sono i fiumi che s’insabbiano.

Mentre mi trovavo là accadde, per disgrazia o per fortuna, che in una zona dove prima piovevano 500 millimetri all’anno, in una settimana ne caddero 1.100 millimetri, che vuole dire un metro e dieci centimetri di acqua. Alla fine in questa pianura infinita, piatta piatta, senza un rilievo, senza un punto di riferimento, era tutto alluvionato. Per me, che venivo dalle Prealpi, voleva dire sentirsi schiacciato dal cielo sulla terra come tra due piastre. In molti posti c’era un metro d’acqua e con il sole terribile dell’estate era come un pentolone che bolliva; l’acqua evaporava, e poi continuava a ricadere per mesi. La gente, che non era abituata all’acqua, era terrorizzata. Le capanne poi erano fatte di mattoni non cotti, con finestrelle piccolissime triangolari, ricavate da un mattone orizzontale sotto e da due mattoni appoggiati sopra a triangolo; erano state costruite come difesa contro il sole (la temperatura all’ombra arrivava anche a 45 gradi) non contro la pioggia. Quel diluvio fece perdere ogni punto di riferimento, provocò un grande disorientamento. Tra l’altro poiché il terreno era diventato come burro, e il tetto delle capanne era fatto di mezzo metro di terra, un enorme, pesantissimo materasso inzuppato, c’era il rischio che i pali di sostegno delle capanne sprofondassero. Ci furono diversi morti.

In campagna la gente si era tutta ammucchiata soprattutto nelle scuole che erano state costruite scegliendo dei rialzi, un po’ come nei campi profughi in Bosnia. Ho iniziato a girare con due trattori, perché quando ne sprofondava uno, l’altro, con una fune metallica lo tirava fuori – è un terreno totalmente privo di sassi e di fondo ha un limo di antiche glaciazioni, di fiumi che scendevano dalle Ande.

E’ stato lì che abbiamo avuto l’intuizione dei gruppi di famiglie, i “Gruppi di collaborazione”, lo stesso nome che poi abbiamo dato in Bosnia, dove però l’alluvione era di bombe. In sostanza se uno veniva a domandarmi una cosa, io gli chiedevo se solo lui avesse bisogno di questa cosa e lui rispondeva, in genere, anche i suoi, allora gli dicevo: “Lei raduni dieci capifamiglia come lei, firmate due righe in cui vi impegnate a costruire le vostre capanne insieme e formate un gruppo di collaborazione”. Dopodiché io arrivavo con i due trattori e facevamo una riunione. Andavo in una grande ditta alla periferia di Buenos Aires, a San Giusto, a comprare tutte le lamiere rotte, 12 onde di eternit (che allora era importante per dare flessibilità alla lamiera, adesso sappiamo cos’è l’amianto). Le pagavamo neanche la metà – con i soldi che riuscivo a farmi mandare dall’Italia – le vendevamo alle famiglie, le quali, poi, dovevano restituire i soldi nel giro di un anno o due. Con l’inflazione di quegli anni coi soldi che mi ritornavano da 100 lamiere ne compravo 10. Nel tempo che sono stato là io, dal ’71 al ’79, il pesos argentino ha perso 13 zeri. 13 zeri in otto anni! Anni terribili.

L’altro campo in cui io mi sono impegnato è la scuola, con l’Apefa, Asociación para la Promoción de Escuelas de la Familia Agrícola. Occorreva trovare una soluzione al problema dell’enorme percentuale di ragazzi che non finivano le elementari, frase gentile per dire dei ragazzi che in prima e seconda elementare (un po’ come è capitato a me) venivano umiliati e schifati dalla scuola e così restavano a casa a curare i bambini più piccoli o, addirittura, ad aiutare i genitori soprattutto nella raccolta del cotone. Questa, infatti, la può fare anche un bambino di tre anni, che raccoglie i ciuffi di cotone più bassi mentre il fratello più grande gli altri, ognuno col proprio secchiello, delle latte da 5 litri appese con un pezzo di corda attorno ai fianchi.

La nostra idea fondamentale era di rendere la famiglia protagonista dell’educazione, per questo si chiamano “scuole della famiglia agricola”. Sono scuole gestite direttamente dalle famiglie, che si avvalgono dei professori come tecnici, non come responsabili dell’educazione, perché questo lo sono loro. I genitori sono i proprietari della scuola e ne dirigono il consiglio di amministrazione; ogni genitore ha un voto, eleggono il consiglio, formato da sette, nove, undici persone, dipende un po’ dalla zona. E il consiglio di amministrazione diventa responsabile di tutto quello che avviene nella scuola.

L’altro principio dell’educazione è che la vita educa e insegna, quindi i ragazzi passano quindici giorni a scuola e poi – gli altri quindici – vanno a casa, con un piano di ricerca però. Gli argomenti – nove temi per i nove mesi della scuola – vengono scelti d’accordo con i genitori. Un tema è specifico della produzione, quindi un prodotto da studiare a fondo; poi, per analogia, si applicano gli stessi criteri allo studio delle piantagioni della zona geografica dove si vive. In certe zone, purtroppo, c’è una sola piantagione principale, quasi una monocoltura imposta dai colonizzatori, come può essere la canna da zucchero; in questo caso si studia come trattarla, come piantarla, come raccoglierla e come valorizzarla e commercializzarla. La nostra coltura principale era il cotone, ma c’era anche la coltivazione del pomodoro. Insomma dopo i quindici giorni di scuola i genitori si vedevano arrivare a casa il ragazzo con un quaderno dove c’erano scritte 30 domande in cui venivano coinvolti la famiglia, la cooperativa, il comune, il municipio, se poi c’era qualche tecnico in giro …

Il metodo, a mio avviso, è fantastico; è un’impostazione di scuola avveniristica. La scuola normalmente – lo diceva Ivan Illich – è il più raffinato strumento di mantenimento dello status quo: ogni scuola mette in piedi un impianto educativo teso a giustificare il gruppo che in quel momento è al potere. Io ho assistito alla distruzione dei libri di storia e di educazione civica quando sono arrivati i militari, nel ’76. Era il 24 marzo, lo ricordo benissimo, abbiamo sentito per radio: “Comunicato numero due, è sospesa l’attività del parlamento; comunicato numero tre, sono sospese le attività del sindacato …”, poi una marcetta di due o tre minuti, e via a demolire e smontare tutte le strutture democratiche. Ivan Illich diceva che invece bisognerebbe “scolarizzare” la società.

Sì, sono scuole private. Ma i soldi vengono dallo Stato. I nostri vescovi sono riusciti a fare approvare dal parlamento dell’Argentina, appena prima che cadesse Peron – pare in un pomeriggio umidissimo, con 110% di umidità a Buenos Aires – come ultimo punto, l’equivalenza dei due sistemi scolastici. Hanno subito alzato tutti la mano perché erano d’accordo, perché era troppo caldo e la fame si faceva sentire. E’ una tecnica interessante, da tenere presente: quando vuoi fare approvare qualcosa devi tenerla per ultima così la gente ha fame, ha caldo, e approva tutto.

Questo sistema scolastico veniva quindi finanziato dallo Stato all’80%; la gestione però era di tipo familiare e i problemi si cercava di risolverli non arrivando mai allo sciopero. Gli insegnanti a turno vivevano nella scuola, c’era proprio la casa dei professori dove potevano stare nei periodi in cui risiedevano giorno e notte nella scuola.

Dopo i primi tre anni i nostri ragazzi uscivano con un diploma di frequenza di questa scuola; per proseguire dovevano sottoporsi a un esame di ammissione. Il quarto era un anno terribile, una sofferenza, perché, abituati a una scuola dove imparavano a ricercare, a documentarsi, a scavare, entravano in una scuola mnemonica che pretendeva un elenco di nozioni, di nomi e di date. Comunque al quinto anno i nostri ragazzi avevano recuperato lo svantaggio e moltissimi di loro nel sesto erano tra quelli incaricati di portare la bandiera – solo i tre migliori ragazzi nella scuola portavano la bandiera.

Questo per dire che l’addestramento al documentarsi, all’esprimersi, a cercare, alla fine vince. Io sono stato lì, ho anche la cassetta, quando è venuto il ministro della regione, quattro anni fa, nel ’99, perché abbiamo fatto una grande festa per il venticinquesimo della scuola. Ha detto testualmente: “Stiamo studiando il vostro sistema educativo perché pensiamo di applicarlo a tutti i collegi agrotecnici a livello nazionale. Questo per l’efficacia dell’educazione, per l’incredibile percentuale di genitori coinvolti nell’educazione dei figli e, non ultimo, per il fatto che il vostro istituto costa il 20% di quelli che costano gli istituti nazionali”. In questo momento di crisi in Argentina, ovviamente, poter mantenere cinque istituti al costo di uno statale sarebbe una cosa enorme. E pensate che quando eravamo partiti con la scuola, il commissario della regione, un generale ovviamente, non aveva voluto neanche entrare in una scuola col tetto di lamiera. E’ in quell’occasione che dissi una frase divenuta famosa nell’ambiente: “Mi meraviglio che lei, generale, che è nato in questa provincia, che è cresciuto in una capanna, si meravigli che questi ragazzi vadano in una scuola che ha il tetto di lamiera.
Otto su dieci di questi ragazzi vivono in case col tetto di paglia, primo. Secondo, le ripeterò, generale, quello che ha detto uno dei nostri maestri di questa scuola: l’edificio scolastico è la buccia dell’educazione, quindi non si fermi alla buccia, generale, guardi la polpa”. Poi ricordo che gli dissi di mettersi vicino a noi per fare una foto, e il suo segretario a sussurrargli: “Attenzione generale, la foto va a finire sui giornali comunisti”.
Già, in quel momento tutti quelli che si occupavano dei poveri, dei problemi sociali… tutte le parole che cominciavano con “co” erano sospette. Mi dicevano: “Lei padre, non è a capo di una comunità, ma di una comunistà”. Misero quasi subito un membro del Servizio di Intelligenza dello Stato a 50 metri da casa mia, fisso là, aveva anche affittato una casa.

Alla fine, il governo provinciale promosse un piano di sradicamento delle capanne, non tanto per problemi climatici, ma perché nella paglia del tetto, nelle fascine delle capanne e anche nei fori provocati dalle formiche, si annidava un tremendo insetto, una mosca a forma triangolare, chiamata Chagas, dallo scopritore di questo tripanosoma, che durante la notte esce dal suo nascondiglio, si getta sul malcapitato dormiente, lo punge nelle parti tenere della faccia, normalmente sulle palpebre, e dopo averlo punto, dopo averne succhiato il sangue si fa una cacatina; il malcapitato sente il prurito, strofina la parte, fa entrare feci nel circuito sanguigno, e con esse entra il tripanosoma che va ad annidarsi nel cervello, o nel muscolo cardiaco, praticamente disintegrandolo. C’era una tremenda frequenza di infarti a 18, a 20 anni. L’ultimo anno che ero lì, il ’79, quasi il 50% dei coscritti a cui si prendeva il sangue e si facevano le analisi erano affetti da questa malattia.

Per questo è stata disposta la sostituzione delle capanne fatte di canne, fascine e fango, con altre di block e di lamiere pesanti di eternit. Solo che in un ambiente dove le temperature arrivano a 48-50 gradi voleva dire fare dei forni. Infatti, praticamente, quelle case le tenevano per l’inverno o per avere un locale chiuso con la porta – le capanne non hanno porte – un magazzino sicuro con porta e lucchetto, loro però continuavano a dormire nella capanna.

Sì, nel ’79 rientro in Italia … Io avevo i genitori anziani. Certo, c’era mio fratello, ma non poteva continuare così. I nostri genitori poi erano preoccupati perché non riuscivano a trovargli la morosa. Del resto, è difficile trovare una donna che sposi un Roberto Scapolo con genitori ottantenni a carico. Per cui ho ripreso a carico mio i miei genitori, che più che essere a carico mio ero io a carico loro, perché mi tenevano a pensione e hanno lavorato fino a novant’anni, quindi sono stati anche un grosso aiuto materiale ed economico.

Qui in Italia praticamente ho fatto 40 mesi di quarantena. No, non per quella mosca, la Chagas, ma perché girava voce che fossi affetto da un virus chiamato “teologia della liberazione”. Così, malgrado già mancassero i preti, ci hanno messo un sacco di tempo a trovarmi un posto. Ricordo di aver chiesto al prete dei drogati della mia diocesi, don Aldo Fortunato, se aveva del lavoro e lui: “Sì, qui c’è del lavoro” e allora sono andato; io curavo la pastorale e lui seguiva le famiglie dei drogati; mi sono fermato lì tre anni. Dopodiché è stata trovata una parrocchia proprio all’estrema periferia della diocesi, tra Milano e la Svizzera, Valmorea, dove sono andato nel 1983.

Nell’89 era arrivata la tremenda ondata di profughi dal Libano; Valmorea è a due chilometri dalla frontiera svizzera; questi libanesi tentavano di andare in Svizzera richiamati dall’esperienza di un gruppetto di 60 di loro che erano stati accettati a lavorare lì; la notizia si era diffusa nel Libano, che è piccolissimo, quindi in un momento terribile della guerra a Beirut e dintorni s’è innescata una processione, proprio come le grandi immigrazioni di zebù in Africa. Un’enorme carovana di gente che scappava dal Libano, arrivava con un permesso di turismo in Italia e poi filtrava in Svizzera. Dal settembre ’89 all’agosto ’91 sono passati 2000 libanesi. Il paese poi aveva 1000 abitanti. Questo vuol dire che c’erano libanesi dappertutto, nella casa parrocchiale, in sacrestia, nel seminterrato, nel centro giovanile … Grazie alla nostra esperienza con i tupamaros, siamo riusciti a dar da dormire a 40 libanesi in chiesa senza fare arrabbiare il vescovo, che pure era l’attuale mons. Maggiolini. Il trucco sta nel non mettere letti in chiesa. Un gruppo di frati di Torino aveva fatto arrabbiare il vescovo di Torino, proprio per via dei letti in chiesa. Noi, invece, mettemmo i banchi a due a due abbinati, coi sedili combacianti. Erano esattamente 80 centimetri per 2 metri, proprio le dimensioni dei materassini della protezione civile, dopodiché le coperte erano nei tre confessionali, ne restava uno libero per confessare, che bastava ampiamente. Così gli 80 banchi sono diventati 40 letti, con il vantaggio che dove si appoggiano i gomiti si mettevano i vestiti, dove ci s’inginocchia si mettevano le borse, le scarpe …

Il fatto è che, secondo le norme del Prefetto, condivise anche dalla Curia, potevamo tenere 40 profughi. Ma noi ne avevamo 140, così è arrivato l’ordine, appunto, di licenziarne un centinaio. Allora noi abbiamo preso questo centinaio di profughi, li abbiamo messi su un pullman e su delle auto e li abbiamo portati la maggior parte dal prefetto e l’altra parte dal vescovo: che li mandassero via loro. Dopodiché siamo tornati a casa con i nostri profughi. Non hanno insistito tanto. Era anche la vigilia di Natale, non era molto entusiasmante per un vescovo mandare via decine di famiglie di Gesù, Giuseppe e Maria.

Devo dire che formidabile è stato anche il lavoro delle parrocchie della diocesi di Milano confinanti con noi. Abbiamo esportato profughi anche in altre parti della Lombardia e un po’ in Liguria e Piemonte. E’ stata un’esperienza notevole perché anche i sindaci si sono lasciati coinvolgere fortemente: una dozzina di sindaci della zona, federandosi, sono riusciti a espropriare sette aree e a costruire una ventina di chalet con 4-5 posti letto ciascuno; chalet di tipo altoatesino, che tuttora funzionano come centri di prima accoglienza. C’è stata poi la fortissima collaborazione della Croce Rossa della zona. Insomma, una combinazione straordinaria tra comunità cristiane, comuni e Croce Rossa, che ha permesso l’insediamento con casa e lavoro di 600 profughi dal Libano senza mai alcun incidente.

In un momento di pazzia fraterna, avevo anche cominciato a portare in Svizzera questi fratelli, facevo il passatore, naturalmente gratis; entravo in Svizzera, poi tiravo una corda, tipo lazo argentino, li aiutavo a traghettare il fiume, gli davo i vestiti asciutti, li portavo alla stazione di Urago e poi quelli prendevano il treno per l’interno della Svizzera. Quando erano nella Svizzera tedesca non li ributtavano più in Italia, li mettevano nei campi profughi. Il numero che posso dire … diciamo sette, sapendo che il numero sette nella Bibbia ha diversi significati. Non mi faccia dire di più. Però mi hanno preso i gendarmi svizzeri e mi hanno anche messo in galera.

Nel ’91, scoppia la guerra in Croazia; nel ’92 in Bosnia; ci mobilitiamo di nuovo. Eravamo allenati. Mantenendo per un anno e mezzo 2000 libanesi avevamo creato una rete di solidarietà un po’ in tutta Italia che, quando abbiamo cominciato a mandare aiuti, ci faceva arrivare soldi, cibo e altri articoli di prima necessità. Così, a partire dal ’92, per due anni, siamo riusciti a mandare un tir da 25-30 tonnellate ogni dieci giorni. Raccoglievamo 3000 chili di aiuti al giorno, un quintale all’ora di alimentari. Destinazione profughi nell’arcipelago a sud di Spalato.

Quando è scoppiata la guerra in tutta la Bosnia, abbiamo fatto quella marcia alla fine del ’92 e abbiamo cominciato a bazzicare per Sarajevo. Lasciavamo i furgoni fuori, andavano poi a prenderli le persone con la carta blu (cioè l’autorizzazione per percorrere la pista militare) accompagnati forse dall’Onu. Insomma, i nostri furgoni entravano con un giornalista o con una suora che aveva l’autorizzazione; noi invece potevamo entrare solo attraverso il tunnel. Era un budello alto al massimo un metro e settanta; io sono piuttosto basso, riuscivo a stare in piedi, anche se davo delle tremende testate quando c’era un travetto più basso …

A quel punto scrivo al vescovo che mi dia un anno sabbatico; mi sollecita a rientrare per discutere la cosa; rientro e mi dice che non può darmi il permesso, ma non può neanche proibirmelo. Io prendo la frase al volo e le do la massima pubblicità: ero a Sarajevo con la non proibizione del vescovo, che è una forma giuridica nuova che abbiamo …

Siamo vissuti per un anno sotto la plastica, in inverno a temperature siberiane. Quando siamo andati lì era già il ’97. Abbiamo lavorato con le famiglie dei profughi, sempre in gruppi, procurando aiuti umanitari, quindi alimentari, vestiti, materiale igienico-sanitario, ma anche l’occorrente per rabberciare gli appartamenti provvisori in cui i profughi erano stati sistemati, appartamenti lasciati dai serbi … Le famiglie ricevevano gli aiuti in cambio di ore di lavoro, che loro prestavano per svuotare le case, le scuole dalle macerie. Siamo anche riusciti a ripulire l’ex seminario dei frati francescani. Tre anni di lavoro con una media di 30-40 persone impegnate a turno.

Con la nostra associazione abbiamo anche mandato una dozzina di trattori, con tutto il corredo di motofalciatrici, erpici, frese, rimorchi, spazzaneve, motoseghe, motozappe. Il tutto su un treno offerto dalle Ferrovie. Insomma, un grosso colpo, anche se insperato, che è costato un anno di lavoro, soprattutto per rastrellare i mezzi (ne avevamo raccolti quasi 250, ma 150 sono stati rottamati). Abbiamo lasciato la Lombardia pulita da ogni scoria di mezzi abbandonati, un lavoro di bonifica a costo zero per la Regione.

Nel 1994 abbiamo fondato l’associazione “Sprofondo”, che nel tempo è aumentata come capacità organizzativa e come adesioni: tra l’anno scorso e quest’anno abbiamo avuto almeno 200 giovani nuovi che sono entrati. Uno dei miei orgogli è di aver messo in piedi una scuola in Argentina, che prossimamente compirà 30 anni, senza bisogno che lo Scapolo sia lì a fiatargli sopra; lo stesso in Bosnia: l’associazione adesso ha il suo consiglio direttivo, anche se economicamente continua a dipendere dall’aiuto che viene dall’Italia.

Tutto questo ha senso? Davanti alle situazioni che spingono solo al pessimismo io tiro sempre fuori la storia che tocca a me fare qualcosa, e che quindi devo mettermi dentro nella mischia, come ha fatto questo nostro amico, Moreno Locatelli, che s’è messo in mezzo ai contendenti, tra i due litiganti. Il cristiano, come Cristo, si mette in mezzo, in latino si dice “intercedere”.

Noi dobbiamo impegnarci a fondo, ma sapendo che i tempi sono lunghissimi. Io ho calcolato che nel 720.000 la Chiesa avrà 30 anni, ed è l’età in cui un universitario comincia a portare a casa uno stipendio. Forse allora riusciremo ad avere un’umanità un po’ più umana.

Ai giovani che ho conosciuto a Sarajevo e che arrivano qui su questa collina a passare il sabato pomeriggio e la domenica, a riattizzare il fuocherello della speranza di un mondo più umano, più cristiano, per poi partire e ributtarsi nella mischia, ogni tanto, per non farli sentire troppo a disagio, dico: “Non cercate di essere più cristiani di Cristo”.

Quando lui ha predicato la pace, questo mondo nuovo forse aveva qualche morto ammazzato, qualche omicidio. Oggi le persone ammazzate dalla fame o dalla guerra sono 100 volte di più. Cristo è il Salvatore e certamente lui toglie i peccati del mondo. Il mondo tuttavia è sempre più pieno di spazzatura, per cui mi viene voglia di licenziarlo questo spazzino dei peccati del mondo. L’agnello di Dio che toglie la spazzatura del mondo, i peccati … C’è un grande mistero su questa questione del Salvatore. L’unica scappatoia è pensare che siamo solo all’inizio della storia della salvezza, siamo all’inizio dell’inizio. Quindi tempi lunghi, quindi impegnarsi come se tutto dipendesse da me, ma senza l’isteria di pensare che il ponte della pace lo vedrò durante la mia vita. Durante la mia legislatura io metterò una pietra, e possibilmente sulla linea marcata da Cristo che per me è il sommo costruttore di ponti, il sommo pontefice. E poi morirò tranquillo sapendo che dopo di me, si spera, ci sarà un altro che metterà un’altra pietra all’arco della storia, al grande e lungo ponte della pace.

Come sono attualmente i rapporti col vescovo? Sono buoni. Mi ha chiesto l’ultima volta: “Come va?”, “Sto imparando a fare il buon parroco”, “Mi dicono che ci stai quasi riuscendo”… Ormai svenivo, un complimento così non mi era mai capitato. Io là ho visto tutti quei feriti, mi sono fermato ad aiutare, però ho lasciato sguarnita la messa, la gente che mi aspettava per la messa… E però io sono un prete e lui poteva benissimo mandarmi a quel paese, invece ha aspettato pazientemente che tornassi. Gliene sono grato.

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