I diamanti della Torah II: il Talled, tutti i precetti ebraici dentro un solo vestito

Dopo il successo della prima edizione, torna on line la web series I Diamanti della Torah. Nella seconda stagione il Rabbino Shalom Hazan con Fabio Perugia scaverà nell’anima dei precetti ebraici. Puntata dedicata al precetto del tallìt detto anche tallèd. Perché e come lo si indossa? Per approfondire ulteriormente clicca: http://chabadroma.org//3381428

da Chabadroma.org, il sito dei centri romani del movimento ebraico Chabad-Lubavitch.

Frange rituali

a cura di J. Immanuel Schochet

I nostri Saggi riferiscono al precetto degli tzitzìt come ad una semplice e facile mitzvà. Ed è davvero uno dei comandamenti più facili da osservare. Ma semplice e facile come è, questa mitzvà è così ricca di simbolismo e così potente come efficacia, che equivale a tutti gli altri precetti della Torà. Perché certamente una costante osservanza di questa mitzvà degli tzitzìt deve portare ad una più adeguata e completa osservanza di tutti i comandamenti.

Quando siamo immersi nelle tumultuose acque delle tentazioni della vita quotidiana, gli tzitzìt sono la nostra linea di vita, la fune a cui possiamo attaccarci per impedire di annegare e, così i nostri Saggi riferiscono dettagliatamente nel Talmud, come la vista degli tzitzìt fermò un uomo dal commettere un grave peccato e lo aiutò a riconquistare il controllo sul suo corpo ed a ristabilire il suo equilibrio spirituale.

Le frange

Il fatto unico del comandamento degli tzitzìt è che esso si riferisce direttamente all’abbigliamento; gli tzitzìt non vanno indossati per conto proprio, come alcuni segni distinti, come ad esempio i tefillin. Sembrerebbe, quindi, che ci sia qualche rapporto tra gli tzitzìt e l’abbigliamento umano. Questo rapporto diviene evidente quando consíderiamo l’origine e il significato dell’abbigliamento umano stesso.

Secondo la Torà, i vestiti hanno la loro origine nel peccato di Adam ed Eva. L’uomo fu creato buono, senza nulla di male in se stesso. Non aveva tendenze malvage, e non conosceva alcuna attrazione per il piacere fisico. In questa purezza di spirito, il sentimento della vergogna gli era estraneo. Tutti gli organi e le parti del corpo erano uguali per lui, e ciascuna di esse doveva rappresentare la sua parte nello svolgimento della Divina missione dell’uomo sulla terra. In ogni atto, sia che si trattasse di un esercizio spirituale o di un’azione fisica, valeva una sola considerazione, l’adempimento del Volere Divino.

Dopo il peccato di aver mangiato il frutto dell’Albero della Conoscenza l’uomo sviluppò la cognizione del piacere fisico che prima ignorava quando il suo io spirituale era totalmente predominante. Nel suo spirito ormai contaminato, il bene non era più bene puro: egli sì accorse che alcune parti del corpo erano associate più direttamente al senso di piacere fisico. Esporre la sua nudità gli cagionò ora vergogna sotto due aspetti: prima di tutto, perché quelle parti del corpo erano il ricordo dell’umiliante caduta dell’uomo in potere della lussuria; e in secondo luogo, perché erano una fonte di tentazione. Per queste ragioni, l’uomo volle coprire il suo corpo.

Dopo il loro peccato, Adam ed Eva divenuti coscienti della loro nudità si prepararono essi stessi delle vesti per coprire i propri corpi. Così gli abiti ricordano all’uomo la sua caduta da uno stato di assoluta purezza in uno suscettibile alle tentazioni, ed una intima lotta fra le aspirazioni dell’anima Divina e le passioni del corpo fisico. Ma noi ci siamo così abituati ad essere vestiti, che lo consideriamo come un semplice mezzo di protezione contro gli elementi o un mezzo di abbellimento. Pochi si fermano a considerare l’origine dell’abbigliamento umano e le sue serie implicazioni. Forse per questa ragione (per servire come ricordo di un ricordo) noi siamo obbligati ad attaccare le insolite nappine degli tzitzìt ai nostri indumenti. Perché gli tzitzìt non costituiscono una parte integrante dell’abito e non hanno utilità materiale. Così gli tzitzìt e gli abiti servono entrambi essenzialmente allo stesso scopo: gli tzitzìt ci ammoniscono di stare in guardia contro le inclinazioni del cuore e degli occhi (le due sollecitazioni al peccato) e gli abiti, come un vivo memento della prima caduta dell’uomo nel peccato.

Gli tzitzìt debbono quindi essere apposti su un regolare capo di vestiario (a quattro angoli) e non essere limitati al tallìt (scialle di preghiera) che si indossa nel momento della preghiera. Perché, come scrive Ibn Ezra nel suo commentario “è più importante essere ornati degli tzitzìt nelle altre ore all’infuori di quelle della preghiera al fine di ricordarsene in ogni momento e non distrarsi e commettere peccato; perché nel momento in cui si prega non si pecca”.

E benché la Torà richieda gli tzitzìt solo per un indumento a quattro angoli, suggerendo così che in mancanza di questo indumento si è esonerati da tale obbligo, Rabbi Isaac Abarbenel osserva nel suo commento: “essi debbono farsi gli tzitzìt… attraverso le generazioni, … per insegnarvi che anche nel corso delle generazioni, quando gli Israeliti non sono più abituati a indossare gli indumenti con quattro angoli, essi dovrebbero farsi ancora indumenti a quattro angoli ed attaccarvi gli tzitzìt. Di qui si vede chiaramente l’errore concettuale di coloro i quali arguiscono che se non si vuole indossare l’indumento a quattro angoli non si è obbligati alla mitzvà degli tzitzìt”.

Il vostro cuore e i vostri occhi

“Saranno i vostri tzitzìt, e voi li vedrete e ricorderete tutti i Comandamenti di D-o, e non devierete seguendo il vostro cuore e i vostri occhi che vi guidano all’immoralità” (Numeri).

Il cuore è la sede delle emozioni dell’uomo, dei sentimenti personali dell’uomo. Gli occhi, nella terminologia della Torà, sono l’epiteto della saggezza, dell’intelletto. La Torà, nel contesto della mitzvà degli tzitzìt, ci ammonisce quindi di non seguire il vostro cuore (le vostre emozioni, i vostri sentimenti) e i vostri occhi (il vostro intelletto) che vi farebbero deviare. “Non è la nostra opinione (le nostre idee e ideali personali) per quanto elevati e nobili possano sembrarci, che dobbiamo seguire, ma i comandamenti di D-o, in quanto comandamenti di D-o”. Anche quando il nostro cuore e la nostra mente concordano con gli argomenti della Torà per un richiamo intellettuale o per un’attrazione sentimentale, noi dobbiamo osservare i precetti e le istruzioni della Torà come comandamenti di D-o. E soltanto la natura sovra-razionale e sovra-sentimentale dei comandamenti come leggi Divine che dà loro il carattere di verità assoluta e di assoluta, immortale importanza. Il razionalismo e l’emotività come criteri unici e indipendenti sono vie essenzialmente pericolose e generalmente sbagliate che vi farebbero deviare.

In ogni società umana, dalla più primitiva alla più progressiva, gli abiti sono il mezzo principale per rivelare come vediamo noi stessi e come vogliamo che gli altri ci vedano.

Gli uomini ebrei possono passare da una civiltà ad un’altra, ciascuna con le sue mode e abitudini nel vestire. Alcuni indossano i caffetani di seta dell’Oriente, altri i blue jeans dell’America suburbana. Alcuni indossano il nero gabardine dell’Europa, altri la flanella grigia di Madison Avenue.

Ma l’unica cosa che i nostri abiti abbiano in comune sono gli tzitzìt. Le quattro frange che pendono del tallìt che mettiamo durante le nostre preghiere del mattino e dalla sottoveste a quattro angoli, conosciuta come tallìt katan che portiamo durante il giorno.

Ci è ordinato di vedere gli tzitzìt e di far sì che quelli che ci circondano li vedano anche loro. Veniamo così richiamati al fatto che siamo Ebrei, che abbiamo la Torà che dobbiamo apprendere, i comandamenti che dobbiamo adempiere e i comportamenti che dobbiamo evitare.

Come è il caso di tutte le mitzvòt, sono stati scritti volumi sugli aspetti halachichi, simbolici ed esoterici degli tzitzìt. Un’eccellente guida a questa mitzvà è «Tzitzìt, a Thread of Light» (Tzitzìt, un Filo di Luce) di Rabbi Aryeh Kaplan, pubblicato della NCSY/Orthodox Union.

Ma non occorre essere un rabbino o uno studioso per offrire al mondo i profondi significati della Torà e delle mitzvòt. Ognuno di noi si avvicina alla Torà con una serie unica di qualità e di capacità di approfondimento datici da D-o. Se scegliamo di applicare il nostro talento alla Torà, ognuno di noi può portare nuova luce e nuova saggezza nel mondo.

Il dott. Immanuel Schochet era professore di filosofia e di religione nell’Humber College di Toronto, Canada. E anche un rabbino ortodosso, un’autorità nel campo dell’Etica Ebraica e autore di numerosi libri, tra cui Who is A Jew? (Chi è Ebreo?).

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