Il confine necessario

da Moked.it, il portale dell’ebraismo italiano.

Il problema non è il dire certe cose ma il dove le si dice e quante volte lo si fa. Insieme a chi le va dicendo. Poiché sono queste ultime tre variabili a fare la differenza: il contesto, la ripetizione e l’autorevolezza della fonte. Un’espressione che in questi anni ha avuto un insperato successo, «sdoganare», si rivolge, per l’appunto, non al fatto che ci possa essere qualcuno che pensi, e poi magari dichiari apertamente, qualcosa di inaccettabile. Lo sdoganamento, infatti, non consiste mai nella chiacchiera da bar o da mezzo pubblico, ma nella diffusione sistematica, quindi nella legittimazione e nella “normalizzazione” (se tutti lo dicono qualcosa di vero ci sarà pure; se poi a dirlo sono della autorità pubbliche, perché non crederci, anche dinanzi ad un iniziale scetticismo?), di ciò che altrimenti dovrebbe continuare ad essere comunemente inteso come censurabile. Dalla morale condivisa, prima ancora che dal codice penale.

Tanto per capirci, facendo un esempio: la Costituzione italiana non punisce il pensare fascista, atto in sé deprecabile quanto si vuole ma sostanzialmente inoffensivo finché rimane un esercizio individuale, bensì l’agire in accordo e in consorzio per ricostruire il «partito fascista» (XII disposizione finale e transitoria). È in fondo la differenza che intercorre tra fantasia e realtà. Ognuno di noi, in mente sua, è libero di pensare e fantasticare ciò che più gli aggrada. Anche le peggiori cose, irriferibili. Ma nel qual caso non può superare la soglia della idealizzazione. Poiché altrimenti lo scenario cambia completamente.

Tradotto in soldoni, tutto ciò implica che nessuna coscienza possa essere sanzionata a priori nelle sue determinazioni interiori (la libertà di pensiero è inviolabile) ma senz’altro vanno punite quelle espressioni pubbliche di idee che offendo o ledono la dignità altrui. Per non parlare del ricorso alle vie di fatto.

La cosa, a pensarci bene, parrebbe relativamente semplice. Diventa invece molto più complicata quando i confini vengono non solo superati ma abbattuti. Fingendo che una tale azione corrisponda ad una “liberazione”: finalmente si può dire quello che si pensava ma che, fino ad un dato momento, era stato comunemente interdetto dall’arena della pubblica opinione.

La questione del razzismo ruota intorno a questo meccanismo perverso, ad un tale dispositivo che divelle quelle paratie stagne del decoro e della reciprocità senza le quali la società si crede più libera per poi invece scoprirsi maggiormente zavorrata. Non è una questione di “buoni sentimenti”, di “galateo del pensiero”, di “politicamente corretto” bensì di coesione sociale.

Dovrebbe essere chiaro soprattutto a chi ha responsabilità di governo, a tutti i livelli. Giacché la sua azione proprio a tale coesione dovrebbe puntare. Almeno che non nutra altri propositi. Posto che il passato, anche recente, ce ne ha data ripetuta dimostrazione.

Claudio Vercelli

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