Frode (lettura popolare della Bibbia)

da Profeziaeliberazione.blogspot.com, Profezia e Liberazione “L’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà” (GS 17).

Ci sono situazioni in cui promuovere il bene comune diventa un peso opprimente, ad esempio quando viene il momento di pagare le tasse. Da sempre infatti il contributo economico alla collettività, reso attraverso il sistema fiscale o in obbedienza a prescrizioni etiche, magari motivate religiosamente, che impongono ai più abbienti di soccorrere i più indigenti (è il caso del dovere di elemosina che accomuna tante religioni), è avvertito come un’ingerenza, come una mano altrui indebitamente infilata nel proprio portafogli. Perché condividere con estranei un guadagno frutto del proprio lavoro, del proprio commercio, della propria attività artigianale, professionale, imprenditoriale? Perché ci deve essere una collettività, civile o religiosa, che impone in qualche modo di contribuire a un bene comune che si finisce per percepire sempre per l’altrui vantaggio e mai per il proprio? Per questo da sempre si studia come “evadere” tale “obbligo”.

Siamo soliti definire questo tentativo con la categoria della frode, che è utilizzata anche per l’inganno ai danni della propria controparte in affari: ad esempio quando si consegna all’acquirente una cosa diversa, per qualità o quantità, da quella pattuita, o si dichiara il falso rispetto all’origine e alla qualità di ciò che si vuol vendere. Il tutto con un solo scopo: guadagnare, avere di più, naturalmente a spese di qualcun altro.

Così, condanniamo senz’altro la disonestà di questi comportamenti, ma tendiamo talvolta a giustificarne le motivazioni. Per evitare questa ambivalenza, l’ebraico medioevale propone le parole geneivat da’at per indicare la “frode”. Tale interessante espressione può essere tradotta con latrocinio della mente, della conoscenza. Non nel senso di furto di quella che oggi chiameremmo proprietà intellettuale, ma di raggiro della buona fede e della conoscenza reciproca. Nel parlare di frode si fa cioè riferimento alla manipolazione della relazione interpersonale a proprio vantaggio: per questo la geneivat da’at è considerata dai rabbini il peggior caso di furto possibile, perché afferisce alla persona più che ai beni. Il valore alla base dell’interpretazione e della condanna della frode è quello relazionale (in senso sociale e religioso) ben più che il riferimento al rispetto della norma. Questa visione trova le sue radici nella Bibbia.

Il profeta Amos

Amos è il primo profeta di cui ci siano pervenuti i testi. La sua predicazione ha luogo nel regno di Israele durante l’VIII sec. a.C., immediatamente prima dell’invasione assira: il momento forse più ricco e florido del regno (il cui territorio comprendeva l’area centro-settentrionale dell’attuale Israele, parte del Libano e della Giordania), tanto da far immaginare ai suoi governanti di poter tenere testa all’Assiria in piena espansione territoriale. Questo costerà la distruzione del regno e la deportazione del suo popolo, quando gli assiri, scendendo verso sud, ne conquisteranno completamente il territorio.

L’imminente distruzione della capitale, Samaria, e l’esilio dell’intera popolazione sono evocati dal profeta in un momento storico di prosperità e di sviluppo dell’economia e delle relazioni commerciali e politiche. La reazione alle infauste profezie è evidentemente di derisione e incredulità: come poteva voltare le spalle al popolo un Dio che si stava mostrando così benevolo? La ricchezza e il benessere non sono forse segno della benedizione di Dio? Chi avesse visitato il regno di Israele avrebbe senz’altro ammirato la ricchezza delle città e le loro raffinate architetture, in modo particolare nella capitale: gli scavi archeologici ci mostrano oggi che nuove abitazioni lussuose erano state costruite poco prima dell’invasione assira. Inoltre l’aspetto della campagna dava l’impressione di fertilità e di ordine, con scambi commerciali facili e abbondanti, favoriti dalla rete stradale nazionale e internazionale. Così il turista dell’epoca di Amos avrebbe senz’altro apprezzato il lusso delle grandi famiglie, i movimenti di capitale e la varietà delle proposte culturali.

Amos 8, 1-8

1Ecco ciò che mi fece vedere il Signore Dio: era un canestro di frutta matura. Egli domandò: «Che cosa vedi, Amos?». Io risposi: «Un canestro di frutta matura». Il Signore mi disse: «È maturata la fine per il mio popolo, Israele; non gli perdonerò più. In quel giorno i canti del tempio diventeranno lamenti. Oracolo del Signore Dio. Numerosi i cadaveri, gettati dovunque. Silenzio! Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: «Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l’efa e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano». Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: certo non dimenticherò mai tutte le loro opere. Non trema forse per questo la terra, sono in lutto tutti i suoi abitanti, si solleva tutta come il Nilo, si agita e si riabbassa come il Nilo d’Egitto?

Ma il profeta, nel brano proposto nel riquadro, suggerisce di leggere questo benessere sulla base dell’immagine del canestro di frutta matura. Un’immagine forte e ricca di suggestione: sappiamo bene quanto rapidamente e rovinosamente un canestro di frutta matura, invitante e succulenta, possa trasformarsi in un maleodorante cesto di frutta marcia.

Amos offre una visione non “turistica”, ma “profetica” del suo tempo. Vede “con lo sguardo di Dio” e, da questa prospettiva, riconosce e mette in risalto la povertà della maggioranza del popolo rispetto alla bellezza artistica, al lusso e alla ricchezza culturale delle dimore degli “operatori finanziari” (come li chiameremmo oggi). Due sono gli ambiti della sua critica: l’infedeltà religiosa alla relazione con il Dio della storia del popolo per una miriade di “devozioni” cultuali a divinità familiari o per derive di religiosità sincretistiche e popolari nei santuari, e il sempre maggiore divario tra ricchi e poveri, particolarmente evidente in ambito urbano. In particolare, smaschera la ricchezza come il risultato di un commercio basato sulla frode.

Il comportamento fraudolento non è condannato in quanto violazione di una norma, ma nei suoi due versanti relazionali. La relazione con Dio, che si concretizza nelle feste religiose, è vista dagli operatori economici come perdita di tempo per gli affari. Il sabato e la festività agricola del novilunio, in cui si offrivano le primizie dei frutti della terra e del bestiame per ricordare il carattere di dono che caratterizza ogni ricchezza, non sono visti come il tempo dell’equilibrio, della pace e dell’armonia con Dio, con il mondo e con i propri simili, ma come il divieto di fare affari e di guadagnare. Se ne aspetta con ansia la fine per poter vendere grano smerciare frumento. Ma di più: l’opportunità di guadagnare conduce a calpestare anche le regole universali di equità commerciale: diminuendo le misure usando bilance false. Persino ciò che andrebbe buttato diventa oggetto di commercio per un maggiore guadagno, dato che il grido è: venderemo anche lo scarto del grano. A farne le spese sono i poveri e gli ultimi.

La situazione descritta da Amos è l’antitesi alla corretta relazione del popolo con Dio e tra i membri del popolo. La frode in questo brano è un dimenticarsi dell’opera di Dio e della solidarietà tra gli uomini. Ecco perché evoca l’immagine di un Dio che non si dimentica dell’opera del regno del Nord e ne saprà tirare le conseguenze. Il profeta reagisce alla mentalità di chi ritiene il proprio benessere un dato acquisito e il segno di una benedizione di Dio, che lo pone in qualche modo al di sopra delle regole, sia in campo più propriamente religioso e cultuale, sia in quello civile e politico (ad esempio nell’uso del potere). Quella di ritenersi esonerato dal rispetto delle regole che valgono per i più, e dunque legittimato a utilizzare per il proprio tornaconto posizioni di potere e risorse pubbliche, è una tentazione antica di chi ha successo, ma la cronaca ci mostra quanto sia ancora attuale.

Dunque nel testo biblico la valutazione della frode commerciale non riposa su criteri deontologici, ma sull’impatto che essa ha sulla condizione dei poveri. L’economia e i comportamenti economici “giusti” o “malvagi” – si ricordi che nella Bibbia ebraica il contrario della giustizia non è l’ingiustizia ma la malvagità! – non si misurano con criteri elaborati dagli operatori economici (com’è il caso dei nostri codici di condotta), ma dall’andamento delle relazioni con Dio e tra le persone.

L’amministratore disonesto

Luca 12, 16-21; già analizzata in Aggiornamenti Sociali, 9/10 [2012] 706-710), o alle riflessioni di Gesù conseguenti al rifiuto della sequela da parte dell’uomo ricco (Marco 10, 17-31), o alla positiva valutazione della ricchezza di Giuseppe di Arimatea (Matteo 27, 57-61) o di Barnaba (Atti 4, 36-37), o a tutti i passi dedicati alla condivisione della ricchezza all’interno della comunità o tramite l’elemosina.

Luca 16, 1-9

Diceva anche ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. 3L’amministratore disse tra sé: “Che farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. 5Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.

Sul tema della ricchezza, anzi più specificamente della frode, c’è nel Vangelo anche un passo che spesso suscita qualche imbarazzo: la parabola dell’amministratore disonesto. Si ha quasi l’impressione che la frode sia oggetto di lode: Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza (v. 8). La traduzione italiana purtroppo favorisce un travisamento del senso del testo: infatti, la connotazione comunemente negativa del termine scaltrezza non rende ragione della parola greca usata nell’originale, che andrebbe tradotta piuttosto con saggezza, avvedutezzacorretto discernimento. In effetti lo stesso termine greco è tradotto diversamente in altre occorrenze: saggio per l’uomo che costruisce la sua casa sulla roccia (Matteo 7, 24), sagge per le vergini che portano con sé una scorta di olio per le loro lampade (Matteo 25, 2.4.8.9), prudente per il buon amministratore dei beni del padrone (Luca 12, 42).

Tuttavia, anche dopo questa considerazione, rimane una sensazione di sconcerto dinanzi a questa parabola. Collocarla nella realtà economica e sociale dell’epoca di Gesù aiuta a comprenderla meglio. Siamo di fronte a un fattore che non svolge onestamente il proprio incarico di gestire una tenuta agricola. Ora, al tempo di Gesù, gli amministratori delle proprietà agrarie non ricevevano una retribuzione, ma lecitamente trattenevano parte del guadagno prodotto dai campi: non è in fondo una situazione molto diversa da quella dei manager e degli amministratori delegati delle grandi imprese, il cui reddito è legato alla performance delle società che amministrano. Quando gli amministratori trattenevano una cifra spropositata, per la trascuratezza di un padrone che viveva lontano (la letteratura antica è ricchissima di esempi), oppure per il tentativo di derubarlo, come pare nella parabola, si poteva parlare di disonestà. Quindi, una volta scoperta la sua mala gestione, lo stratagemma di questo manager è diminuire l’ammontare dei crediti vantati dall’azienda. In realtà, altro non fa che “investire” la parte di guadagno che gli sarebbe spettata per “comprarsi” l’amicizia dei debitori; in altre parole, mette le relazioni al di sopra delle ricchezze: altrimenti avrebbe potuto riscuotere l’intero importo dovuto e poi “sparire con la cassa”! Tuttavia, anche senza conoscere il funzionamento del sistema economico che pone in una luce meno negativa questo comportamento, è chiaro che la parabola spinge all’estremo limite ermeneutico l’importanza delle giuste relazioni, senza le quali ogni ricchezza è definita come disonesta dal versetto finale. Persino la disonestà dell’amministratore passa in secondo piano di fronte alla sua capacità di trasformare i beni in strumenti di costruzione di relazioni di amicizia.

È dunque questa la priorità proposta dal messaggio evangelico: non è mai lecito – e non è mai “buono”, nel senso che non fa bene – fare del proprio io e del proprio interesse il fine assoluto dell’agire; è questa la radice che porta a concepire, mettere in atto e magari cercare di giustificare inganni e comportamenti fraudolenti, nei confronti di altri, della collettività o dello Stato; oppure a far prevalere la brama di guadagno sulla correttezza dei rapporti con i dipendenti (si pensi ai tanti casi di sfruttamento, dal lavoro nero all’abuso del precariato) o su una gestione del tempo che lasci adeguato spazio al riposo e alla gratuità delle relazioni (si pensi a un commercio indirizzato verso orari di apertura sempre più lunghi e l’abolizione dei giorni di chiusura).

La Bibbia propone sempre una dinamica che dà priorità alla realizzazione della giustizia relazionale: ogni frode, truffa, inganno o evasione fiscale ne è una lesione. L’Antico Testamento colloca il riferimento alla giustizia nel contesto dell’appartenenza al popolo di Dio, di cui ogni israelita aveva un’esperienza concreta e forte anche a livello identitario. Oggi questo senso di popolo si può probabilmente tradurre con il riferimento al bene comune, anche se questo introduce un elevato livello di mediazione e di astrazione. Come dunque rendere nuovamente percepibile la dinamica relazionale così presente nel testo biblico? Forse – lo proponiamo almeno come suggestione – lavorare sulla categoria di responsabilità sociale delle azioni economiche nei confronti della comunità concreta di riferimento (in particolare dei più disagiati e vulnerabili) potrebbe condurci ad apprezzarne meglio la valenza sociale.

da aggiornamentisociali.it

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