Razzismo negli stadi, l’Italia non ne guarirà

da Riforma.it, il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.

Nel momento in cui, di fronte al foglio bianco, c’è il tentativo di organizzare le idee per provare a parlare di razzismo negli stadi di calcio gli episodi si accavallano a decine, centinaia, così come i “mai più”, i “tolleranza zero” proclamati dai governanti di turno del mondo del pallone. Giornate di sensibilizzazione, squalifiche delle curve e dei campi, iniziative nelle scuole. Ma c’è un grande non detto che sta a monte di tutto e che condiziona ogni ragionamento successivo: buona parte degli italiani non considera tutto ciò razzismo.

Ne è plastica e incredibile prova la lettera scritta dagli ultras dell’Inter a uno dei loro nuovi idoli, l’attaccante belga di origine congolese Romelu Lukaku, vittima di ululati di chiaro stampo razzista alla sua prima partita in trasferta nel campionato di serie A: invece di difendere il giocatore, che tramite i social aveva espresso il proprio profondo disagio per l’episodio, i suoi stessi tifosi gli hanno scritto una lettera aperta per difendere però i colleghi ultras della squadra avversaria: «Devi capire che in tutti gli stadi italiani gente è abituata a tifare contro gli avversari non per razzismo ma per aiutare le proprie squadre. Devi capire che l’Italia non è come molti altri paesi europei dove il razzismo è un vero problema». Quindi il calcio come specchio del paese probabilmente, con un imbarbarimento del linguaggio e dei gesti, che però non vengono percepiti nella loro gravità.

Se poi chi governa il ricchissimo mondo del calcio viene eletto, da presidenti e addetti ai lavori, a pochi giorni dall’aver pronunciato frasi inusitate sui calciatori di colore e la loro fame di frutti esotici, e chi ne ha preso il posto considera più grave una simulazione di fallo di un calciatore rispetto ai cori razzisti, allora abbiamo chiaro il contesto in cui ci muoviamo.

Vero, come dicono gli ultras dell’Inter, che il razzismo non è “gioia” solo nostrana, ma altrove il fenomeno è stato preso di petto, anche se non mancano problemi e distinguo, e oggi dall’estero guardano a quanto accade da noi con stupore. Perché altrove sono pressoché sempre le società i cui tifosi si sono resi responsabili di atti di discriminazione a individuare i responsabili e a vietar loro ogni futuro ingresso sugli spalti, in attesa che la giustizia faccia il suo corso. Da noi la denuncia della società Juventus sta sollevando il coperchio su un mondo di ricatti e malavita che ruota attorno ai denari del pallone; l’auspicio è che tutte le altre facciano altrettanto.

Come dicevamo, anche attorno a noi non mancano casi eclatanti.

Joel Mannix è un ex celebre arbitro britannico che ha recentemente raccontato di quella volta in cui un presidente si pulì istintivamente la mano sui pantaloni dopo aver stretto la sua di uomo di colore.

In Irlanda poi si arriva alla follia di mischiare religione e sport. Neil Lennon, cattolico nordirlandese all’età di 31 anni ha dovuto chiudere con la Nazionale dopo una telefonata anonima che ne annunciava la morte per quella sera se fosse sceso in campo. Erano le formazioni paramilitari unioniste. Ora che allena in Scozia stessa solfa, sono i protestanti del Glasgow Rangers a far sì che Lennon debba vivere con la scorta.

In Francia da tempo le partite vengono sospese in caso di cori razzisti, come quest’anno ha fatto nella nostra serie A con coraggio un arbitro non a caso di lunga esperienza e personalità, Daniele Orsato, durante Atalanta-Fiorentina lo scorso 22 settembre. Questa volta, come quasi tutte le altre, nessuno fra gli addetti ai lavori preposti ha sentito nulla, mostrando un’omertà preventiva che ha radici profonde.

Molti stadi ora anche in Italia sono dotate di telecamere, ma se manca la volontà di colpire o peggio la percezione che qualcosa di grave stia accadendo la tecnologia serve a poco. Le curve sono una terra di nessuno, abbandonate da tempo da bambini e famiglie.

Si potrebbero spendere paginate sulle ricette per porre rimedio a tutto ciò: l’educazione a scuola e nelle società sportive, gli esempi che devono diventare coloro i quali sono idoli di milioni di persone, una vigilanza seria all’interno degli stadi, la volontà politica di attaccare un settore redditizio come pochi, la gestione, vera, del mondo dei social media, veicolo di tutto un nuovo pericolosissimo razzismo da tastiera. Tutto valido, tutto rimasto sulla carta. Fiona May, ex-stella dell’atletica azzurra, intervistata la settimana scorsa dal quotidiano spagnolo El Paìsha raccontato la frustrazione dell’esperienza in un progetto della Federcalcio contro il razzismo: «Ho lasciato perché non facevamo nulla, non era una priorità. È stata una delusione».

Forse la risposta migliore rimane quella dal brasiliano Dani Alves durante il match tra Villarreal e Barcellona nell’aprile 2014, quando, pronto a battere un calcio d’angolo, viene raggiunto da una banana scagliata dagli spalti. Il calciatore la raccoglie, la sbuccia, ne da un morso e riprende il gioco come nulla fosse. Un gesto di grande potenza visiva. Razzisti, una risata vi seppellirà.

Claudio Geymonat

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