«La scrittura delle scarpe» di Paolo Rumiz

Una conferenza-racconto su viaggi fatti a piedi, in barca, in treno o a bordo di un bus, e sui disparati tipi di incontri che si fanno per terra o per mare, incontri di Russia e di Medio Oriente, nel Caucaso o sul Mediterraneo. Storie per spiegare che l’uomo che abita l’insicurezza globale ha bisogno, per conoscersi e diventare adulto nel senso patriarcale (biblico) del termine, di muoversi da nomade, nella convinzione che a farlo guarire sarà l’esplorazione del “fuori” da sé, piuttosto che del “dentro” della sua anima.
Anziché calare delle sonde dentro il suo insondabile inconscio, gli converrà insomma viaggiare per capire chi è – così propone Paolo Rumiz.
Il viaggio dunque come alternativa efficace alla psicanalisi.

Un giorno la maestra elementare mi disse che scrivevo con i piedi, oppure con le scarpe, non ricordo, e io che ero affamato di orizzonti e divoravo libri d’avventura, io mi offesi molto, per davvero, ma non per la scrittura. Per le scarpe.

Le scarpe mie di suola in gomma nera guardate con disgusto! Non capivo… Le fiabe che la nonna mi diceva erano sempre legate alle scarpe, eppure il suo racconto era magnifico. Mi par di risentire la sua voce: aveva un periodare irripetibile simile a un passo lungo di pianura, diceva di stivali e sette leghe, di monti da scalare e di vallate, e ripeteva “cammina cammina” per far entrare la storia nel vivo.

Gli anni passarono e un giorno scoprii che il verso greco si divide in piedi. “Cantami o diva di Achille il pelide” provai a dire un giorno, e camminando veniva molto meglio, era più facile. I piedi vendicati! Era magnifico! Da allora mi decisi a riscattare le scarpe denigrate ingiustamente portandole a strumento di scrittura.

Ricordo una per una le mie suole sporcate nella polvere del mondo: quelle calzate in Polonia e Turchia, le pedule leggere dell’Afghanistan, quelle che ho usato in bici fino al Bosforo. Persino un libro ho dedicati ai piedi, e a piedi sono andato a Sarajevo per la mia gialla cotogna di Istanbul.

Le strade hanno una voce, son sicuro, le scarpe sono fatte per sentirla. Io batto con il piede terraferma, “undici, undici”, e subito sento il magico polmone della terra che detta alla mia mente versi pieni. Come si sente il narrare rotondo che viene da chi ha molto camminato! Un giorno dalle parti di Verona mi accorsi per esempio che le vigne erano diventate un pentagramma con i pampini al posto delle note e mi svegliavano dentro una musica che diventava il ritmo di un racconto.

Oggi son convinto di una cosa: non è con il taccuino o con le mani ma con i piedi che credo si scriva. Un ciabattino è assai meglio di un libro. Avere scarpe buone è ciò che conta per imparare la buona scrittura. Guardate un uomo che vien da lontano in un sentiero in mezzo alle colline. Se ha un passo regolare, è garantito che anche il suo narrare sarà buono e il sacco suo ben carico di storie.

Viva le scarpe, dunque, impolverate; le scarpe di mia nonna e di mio padre e quelle mie, ingiustamente umiliate, perché mi han detto tanto della vita.

Paolo Rumiz è giornalista e scrittore, inviato speciale del Piccolo di Trieste ed editorialista di la Repubblica. Molti suoi reportage narrano viaggi compiuti, per lavoro o diletto, attraverso l’Italia e l’Europa. Tra i suoi testi pubblicati: Il leone di Lissa (Il Saggiatore, 2003); Tre uomini in bicicletta (con F. T. Altan, 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale. Un viaggio (2008), L’Italia in seconda classe (2009), La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna (2010), anche in versione audiolibro letta da Moni Ovadia, Il bene ostinato (2011), Maschere per un massacro (2011), Maledetta Cina (ebook, 2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013) per Feltrinelli. Nel 2012 è uscito per Feltrinelli il suo libro per ragazzi A piedi, racconto di un viaggio a piedi da Trieste a Capo Promontore durato sette giorni.

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