«Coraggio politico?» – di Dietrich Bonhoeffer

Sul limitare del 1942, in uno scritto destinato agli amici più cari (Bilancio sulla soglia del 1943 – Dieci anni dopo, in Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, Opere, vol. VIII, Queriniana, 2002,  pp. 21-40), Bonhoeffer traccia un bilancio di dieci anni di resistenza al regime di Hitler. Sono parole pesanti, maturate a contatto con l’esperienza della sofferenza, dell’ingiustizia e della morte. Ma sono anche parole piene di speranza che solo chi ha una fede grande può dare. Ne riproponiamo alcune.

Che cosa c’è dietro l’assenza di coraggio politico, di cui tanto ci si lamenta? In questi anni abbiamo trovato molto valore e grande disponibilità al sacrificio di sé, ma quasi da nessuna parte coraggio politico, neppure tra di noi.

Faremmo della psicologia alquanto ingenua e superficiale se riconducessimo questa assenza semplicemente alla codardia delle singole persone. Le ragioni di fondo sono completamente diverse. Nel corso di una lunga storia noi tedeschi abbiamo dovuto imparare a conoscere la necessità e la forza dell’ubbidienza. Abbiamo individuato il senso e la grandezza della vita nel subordinare ogni desiderio e ogni idea personali al compito assegnatoci. I nostri sguardi erano rivolti verso l’alto, non nel timore dello schiavo, ma nella libera fiducia che il compito contenesse una missione e la missione una vocazione.

È una dose di giustificata diffidenza verso il proprio cuore quella da cui nasce la disponibilità a seguire piuttosto l’ordine proveniente dall'”alto” che il proprio arbitrio personale. Chi non riconoscerà ai tedeschi di aver raggiunto i massimi livelli di valorosità e di coinvolgimento personale nell’ubbidienza, nello svolgimento del proprio compito o nella professione? Ma i tedeschi hanno difeso la loro libertà – e dove al mondo si è parlato più appassionatamente di libertà che in Germania, partendo da Lutero per arrivare fino alla filosofia dell’idealismo? – cercando di liberarsi della propria volontà particolare nel servizio al tutto. Missione e libertà rappresentavano per loro due lati di un’unica realtà.

Ma in questo modo i tedeschi hanno commesso un errore di valutazione nei confronti del mondo: non avevano fatto i conti con la possibilità che la loro disponibilità alla subordinazione e al coinvolgimento personale nel proprio compito fosse manipolata a servizio del male. Quando questo è accaduto – e il compiere la propria missione è divenuto un fatto esso stesso problematico – tutti i concetti morali fondamentali dei tedeschi hanno cominciato necessariamente a vacillare. Divenne allora chiaro che ai tedeschi mancava una cognizione fondamentale e decisiva: quella della necessità di agire liberamente e responsabilmente anche nei confronti della propria missione, della propria professione e del proprio compito. Prese piede invece da una parte una irresponsabile mancanza di scrupoli, e dall’altra una scrupolosità lamentosa, incapace di portare all’azione.

Il coraggio politico può crescere solo sul terreno della responsabilità libera dell’uomo libero. I tedeschi stanno cominciando solo oggi a scoprire che cosa significhi libertà. Essa ha il suo fondamento in un Dio che esige che l’uomo assuma liberamente nella fede il rischio dell’azione responsabile e che promette a chi in questo modo diventa peccatore perdono e consolazione.

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