Commento alla liturgia ortodossa: Diciannovesima Domenica dopo Pentecoste

da Santa-rus.com, La Santa Rus’. Grazia e bellezza nell’incontro con la Santa Rus’.

18 ottobre / 5 ottobre 2020 – Domenica

Domenica 19a dopo Pentecoste. Non c’è digiuno. Tono 2°.

Della mart. Caritina di Amiso (del Ponto) (304). Degli ierarchi Pietro, Teognosto, Alessio, Cipriano, Fozio, Giona, Geronzio, Gioasàf, Macario, Filippo, Giobbe, Ermogene, Tichone, Pietro, Filarete, Innocenzo e Macario di Mosca, taumaturgi di tutta la Russia 1 . Dei venn. Damiano presbitero, guaritore (1071), Geremia (c. 1070) e Matteo (c. 1085) chiaroveggenti, delle Grotte, nelle Grotte vicine. Della ven. Caritina, principessa della Lituania, che visse asceticamente a Novgorod, igùmena (1281). Dello ieromart. Dionisio Alessandrino, vescovo (264-265). Del mart. Mamelkhva della Persia (c. 344). Del ven. Gregorio di Khandzta, archimandrita (861) (Georg.). Del ven. Gabriele (Igoshkin), conf., archimandrita di Melekes (1959).

Apostolo: 2Cor § 194 = 11:31-12:9 e degli ierarchi: Ebr. § 335 = 13:17-21.

Vangelo: Lc § 26 = 6:31-36 e degli ierarchi: Mt § 11 = 5:14-19.

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Disse il Signore:

“Come volete che gli uomini facciano a voi, così fate loro. Se amate chi vi ama, che grazia è per voi? Infatti, anche i peccatori amano chi li ama.

Infatti, se fate del bene a chi fa del bene a voi, che grazia è per voi? Anche i peccatori fanno lo stesso.

E se prestate a coloro dai quali sperate di ricevere, che grazia è per voi? Anche i peccatori prestano ai peccatori per ricevere cose uguali.

Piuttosto amate i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperare niente in contraccambio e la vostra ricompensa sarà grande; e sarete figli dell’Altissimo perché egli è buono sugli ingrati e i malvagi.

Siate misericordiosi come è misericordioso il vostro Padre

Luca 6, 31-36

Duemila anni or sono il Salvatore consegnò queste parole potenti alla folla che lo stava ad ascoltare. Erano parole nuove, mai udite prima d’ora che stridevano fortemente con quelle pronunciate fino ad allora. L’uditorio del Signore era abituato ad ascoltare parole di vendetta e rivalsa, aveva ascoltato “occhio per occhio e dente per dente”, la legge del taglione che dal Codice di Hammurabi regola i rapporti tra gli uomini e invece quel giorno ascoltò parole diverse. Ascoltò innanzi tutto un invito: “Siate misericordiosi come è misericordioso il vostro Padre (Lc 6,36) dal quale discendeva un invito a un comportamento inusuale e differente che consisteva nell’amare i propri nemici, a prestare senza sperare il contraccambio a fare il bene sempre e comunque.

Ancora oggi queste parole suonano ai nostri orecchi come una provocazione, perché siamo ancora quegli ingrati e malvagi sui quali si riversa la bontà di Dio e l’invito pressante a cambiare le coordinate della nostra vita per diventare “figli dell’Altissimo” (Lc 6,35).

Il cristianesimo è tutto qui, in questo fare in maniera diversa rispetto a quella che ci hanno insegnato e che noi ostinatamente abbiamo praticato. Sta nell’accogliere questa differenza cristiana, questa parola diversa incarnata nella figura stessa di Cristo.

Il Vangelo non ci invita a fare semplicemente del bene ma, come dice l’Apostolo, ad avere in noi “gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù” (Fil 2,5). Ci invita ad uno sforzo incomprensibile per il mondo, quello di tendere al supremo ideale di Cristo traboccando di bene, spingendo il bene oltre ogni limite imposto dalle convenzioni, dagli interessi e dalle sicurezze che il mondo ha dettato e detta ancora oggi.

Non si tratta di un percorso facile, anzi è uno sforzo straordinario che l’uomo può compiere solo se mosso dallo Spirito, solo se c’è un’unione, una tensione totale verso Cristo e in Cristo. Questa adesione totale, questa cristificazione dell’uomo, del suo atteggiamento e dei suoi comportamenti la colse perfettamente Fëdor Dostoevskij che nei Pensieri sulla morte e sull’immortalità, una serie di appunti presi durante la veglia del cadavere della sua prima moglie, Marija Dmitr’evna (Maša), il 16 aprile 1864, scrisse:

Amare l’uomo come se stessi, secondo il comandamento di Cristo, non è possibile. Sulla terra la legge della personalità è d’impaccio. L’io è di ostacolo. Cristo soltanto poteva farlo, ma Cristo era l’ideale eterno sin dall’inizio dei tempi, quell’ideale a cui l’uomo tende, e deve tendere, per legge di natura. Tuttavia, dopo la comparsa di Cristo come ideale dell’uomo incarnato, è diventato chiaro come il giorno che l’evoluzione ultima e suprema della personalità individuale (e questo proprio al culmine dell’evoluzione, anzi nel momento stesso in cui il fine dell’evoluzione sarà raggiunto) in cui l’uomo riconosca, si renda conto e si convinca con tutta la forza della sua natura che l’impiego più alto che egli possa fare della sua individualità, nel momento in cui il suo io abbia raggiunto la pienezza dello sviluppo, consiste nel distruggere questo stesso io, nel donarlo interamente a tutti e a ciascuno indivisibilmente e senza riserve. E in ciò consiste la felicità più sublime… E appunto questo è il paradiso di Cristo. […] 

Dostoevskij fissando il Cristo come fine ultimo dell’umanità comprende che la vocazione dell’uomo è la relazione, il dono, è l’essere traboccanti di amore. Se fino a Cristo il massimo della moralità era il non fare agli altri quello che non vogliamo per noi, adesso la prospettiva cambia perché Cristo ci invita a fare agli altri quello che desideriamo per ciascuno di noi: l’essere amati, compresi, protetti. Perché la grazia della vita nuova in Cristo sta in questo amore smisurato, in questa abolizione dell’egoismo e dell’avidità.

La ricompensa grande annunciata dal Cristo e conseguenza di questo cambiamento, di questa conversione è l’essere figli dell’Altissimo e cioè entrare in quell’autentica comunione d’amore che è la Santissima Trinità.

 

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