Il merito è dono non un contratto

da Agendadomani.it, per un laicato nuovo, coraggioso e responsabile – Rivista on line di area cattolico-democratica.

Ma se il “merito” viene contrattualizzato e pagato che merito è? Il dizionario lo definisce come “il diritto che con le proprie opere o qualità si acquisisce all’onore, alla lode o a una ricompensa (materiale o morale) in relazione al bene compiuto in base a principi etici universali (libertà del dovere e doverosità dell’agire morale)”. Il merito è quindi connesso alla morale e alla responsabilità libera e gratuita.

Si perché nel “merito” vi è un di più che sta nel fare il meglio possibile per la propria dignità e per senso di un “dono” in spirito di servizio al di là di qualsiasi convenienza. Un atto in più, libero persino dal pensiero che possa venire riconosciuto e pertanto straordinario; certo se la comunità degli uomini se ne accorge e lo riconosce porta umano compiacimento. E’ storia antica, ispiratrice delle migliori qualità umane, culturali e sociali.

Il merito figlio del ben pensare e agire istruisce quindi la migliore espressività in tutti i campi a partire dal lavoro che è il nostro primaria grembo di dignità. E non per nulla il 1° maggio “festa del lavoro”, la Repubblica riconosce e onora i lavoratori che si sono particolarmente distinti per le qualità della loro operosità. Ma se questo viene oggi tradotto in “meritocrazia”, pattuita a contratto con lauti “bonus” quale riconoscimento nel raggiungimento di obiettivi prestabiliti, performance di produttività magari con riduzione di costi (spesso del personale) per favorire il conseguimento di maggiori utili e dividendi, possiamo ancora parlare di “merito”? Se togliamo quel di più riveniente da liberi e responsabili atti di gratuità e generosità, favoriamo la crescita della cultura del merito o la distorciamo ad uso e consumo del mercato, del business?

L’economista Luigino Bruni da tempo denuncia il rischio del camuffamento culturale che esasperando il culto meritocratico imperniato sulla competizione, tende invece a ristabilire la gerarchia delle disuguaglianze tipica del mercato capitalistico. Il merito non è un fatto “contabile”, implica molti fattori non solo misurabili da criteri pianificati e materiali. Non è deprecabile che esso possa essere ricompensato ma sarebbe grave se questo divenisse il primo metro di misura.

Occorre quindi recuperare il senso originale del merito perché è il prezioso valore del primo capitale delle società, quello umano. Che poi sia premiato o meno, che venga chiamato su un palco o che rimanga nel silenzio, l’importante è che ciascuna persona abbia la consapevolezza che dare il meglio di sé costituisce il solido terreno su cui costruirà la dignità della sua esistenza che tramanderà alla sua stirpe e grande tesoro che accumulerà nel regno dei cieli.

Alberto Mattioli

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