Don Lorenzo Milani: metodi pastorali. La scuola come strumento di apostolato

Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica.

Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter far scuola.

don Lorenzo Milani

La scuola fu lo strumento principale dell’apostolato milaniano che, in linea con la tradizione pedagogica cattolica, individua nella formazione delle coscienze e delle intelligenze un elemento indispensabile all’educazione umana e cristiana, e considera l’istruzione un fondamentale momento di raccordo tra fede e vita.

Una scuola aconfessionale come strumento di apostolato

Fin dai primi tempi di attività educativa a San Donato e poi anche a Barbiana la scuola popolare di don Milani, pur comprendendo tra le materie la spiegazione della Sacra Scrittura, assume il carattere di aconfessionalità.

Questa caratteristica, in una scuola fatta in ambiente parrocchiale, potrebbe sconcertare e di fatto a suo tempo sconcertò, ma “l’assenza dalla scuola di ogni simbolo religioso”, secondo don Lorenzo, “lungi dal costituire motivo di scandalo, spingeva anzi i giovani a domandarsi come l’opera educativa del loro maestro fosse interpretabile in senso cattolico, considerata la fedeltà con cui egli viveva la sua appartenenza alla Chiesa”1; l’aconfessionalità della scuola di don Milani pare quindi una provocazione per indurre i giovani a porsi interrogativi religiosi ma, lungi dall’avere fini immediatamente apologetici, è motivata soprattutto dalla convinzione del prete-maestro che egli aveva il compito, come evangelizzatore, di togliere gli ostacoli che la Grazia avrebbe potuto incontrare, ma nello stesso tempo aveva la persuasione altrettanto forte che “il fatto di appartenere alla Chiesa costituiva una fortuna e non un obbligo e che l’accensione dell’ideale religioso nel cuore dell’uomo era frutto non di una pressione di tipo educativo ma di un intervento diretto di Dio”2.

Partendo dall’aconfessionalità, Milani dà un messaggio molto importante agli educatori di ogni tempo, quasi ripetendo con Giovanni Bosco che “l’educazione è cosa del cuore”: “Quando si vuol bene davvero ai ragazzi, bene come gliene può volere solo la mamma che li ha fatti o il maestro che li ha partoriti alla vita dello spirito o il prete che ha solo figli fatti per mezzo dei Sacramenti e della Parola, allora il problema della scuola confessionale diventa assurdo, ozioso. Quei due preti mi domandavano se il mio scopo finale nel far scuola fosse di portarli alla Chiesa o no e cosa altro mi potesse interessare al mondo nel far scuola se non questo. E io come potevo spiegare a loro così pii e così puliti che io i miei figlioli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare. Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani molto più che la Chiesa e che il Papa? E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto d’amare troppo? E chi non farà scuola così non farà mai vera scuola e è inutile che disquisisca tra scuola confessionale e non confessionale, è inutile che si preoccupi di riempire la sua scuola di immaginette sacre e di discorsi edificanti, perché la gente non crede a chi non ama; e è inutile che tenti di allontanare dalla scuola i professori atei perché anche loro non sono creduti dai ragazzi se non li adorano”3.

Suscitatore di vocazioni «civili»

Lo scopo della scuola era dunque rendere i ragazzi cittadini sovrani, farli crescere cioè per inserirsi nel mondo e portarvi una cultura e una mentalità nuove: “Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola? Siamo sovrani”4. Appunto questo fine giusto pone i ragazzi di Milani polemicamente nel mondo ma non dal mondo, qualunque scelta vocazionale specifica poi essi prendano: “Mi han detto che perfino in seminario ci sono dei ragazzi che si tormentano per trovare la loro vocazione. Se gli aveste detto fin dalle elementari che la vocazione l’abbiamo tutti eguale: fare il bene là dove siamo, non sciuperebbero gli anni migliori della loro vita a pensare a se stessi. Al massimo se volete lasciare ancora un po’ di tempo per le scelte precise si potrebbe fare due scuole. Una chiamata «Scuola di Servizio Sociale» dai 14 ai 18 anni. Ci vanno quelli che hanno deciso di spendere la vita solo per gli altri. Con gli stessi studi si farebbe il prete, il maestro (per gli otto anni dell’obbligo), il sindacalista, l’uomo politico. Magari con un anno di specializzazione. Le altre le chiameremo «Scuole di servizio dell’Io» e si potrebbe lasciare quelle che c’è ora senza ritocchi”5.

Suscitatore di vocazioni «civili» al celibato

L’opera scolastica di don Lorenzo mirava a far maturare nei ragazzi delle scelte generose di servizio al prossimo e alla società che giungessero anche a contemplare il celibato. Come dimostra Antonio Santoni Rugiu, importante pedagogista contemporaneo e professore di storia della pedagogia, su questa propensione aveva influenza la concezione milaniana di matrimonio che lo riduceva a una debolezza, una resa, a un remedium concupiscentiae; quindi “don Milani riteneva tanto importante che chi insegnava restasse celibe o nubile da proclamare quella condizione non una disgrazia ma una scelta generosa”6, con una sola eccezione: “La presenza di insegnanti coniugati sarebbe stata vantaggiosa solo se i due avessero trasformato la propria casa in una scuola, aperta senza limiti di calendario né di orario né di giorni, come a Barbiana”7.

Nonostante la ristrettezza di alcune vedute, non può non affascinare la radicalità della proposta educativa: “La Scuola di Servizio Sociale potrebbe levarsi il gusto di mirare alto. Senza voti, senza registri, senza gioco, senza vacanze, senza debolezze verso il matrimonio o la carriera. Tutti i ragazzi indirizzati alla dedizione totale. Poi per strada qualcuno può colpire un po’ meno alto. Trovare una figliola, adattarsi a amare una famiglia più ristretta. Se ha passato gli anni migliori della vita a prepararsi per la famiglia immensa, non avrà perso nulla. Anzi sarà un babbo o una mamma migliore, pieno di ideali, capace di tirar su un ragazzo che torni a quella scuola”8.

1 L. Pazzaglia, Don Milani uomo di scuola, pp. 175-176. Così scriveva su questo argomento don Milani: “Chi mi ha conosciuto cattolico in anni di così profonda convivenza intellettuale e morale quale è la scuola, se mi vede eliminare un crocifisso non mi darà mai di eretico ma si porrà piuttosto la domanda affettuosa del come questo atto debba essere cattolicissimamente interpretato cattolico, dato che da un cattolico è posto”. A Alberto Parigi – Firenze, San Donato a Calenzano, 20.5.1953, in L. Milani, Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, pp. 18-21, 19.

2 L. Pazzaglia, Don Milani uomo di scuola, p. 176.

3 A Giorgio Pecorini – Milano, Barbiana, 10.11.1959, in L. Milani, Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, p. 142.

4 Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, p. 94.

5 Ibi, pp. 112-113.

6 A. Santoni Rugiu, Il buio della libertà. Storia di don Milani, Roma, De Donato-Lerici editori, 2002, p. 68.

7 Ibidem.

8 Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, p. 113.

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