Formazione socio politica: Laicità e Democrazia. Prof. Valerio Onida – La Costituzione italiana: i soggetti, le regole e gli strumenti della democrazia italiana

da Diocesidicomo.it, il sito della Diocesi di Como.

Proponiamo e rilanciamo alcuni materiali legati alla scuola di formazione socio politica svolta in diocesi di Como negli anni passati. Nei momenti di imbarbarimento e analfabetismo sociale e politico, quando violenza, odio e fanatismo sono sulla scena occorre tornare ai fondamentali, occorre formazione.

Valerio Onida (Milano, 30 marzo 1936) è un giurista e accademico italiano, giudice costituzionale dal 1996 al 2005, Presidente della Corte costituzionale dal 22 settembre 2004 al 30 gennaio 2005 e professore emerito di Diritto Costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano. Venerdì 1 ottobre 2010 presso il centro socio-pastorale di Como il prof. Onida tenne l’incontro “La Costituzione italiana: i soggetti, le regole e gli strumenti della democrazia italiana”, di cui pubblichiamo la trascrizione non rivista dal relatore.

Mons. Angelo Riva

Ringrazio subito il professor Onida per aver accettato il nostro invito tra i suoi numerosissimi impegni: siamo desiderosi di continuare questo cammino di formazione della Scuola sociale.

Questa sera siamo anche in Valtellina, in videoconferenza con Bormio e Morbegno, e salutiamo tutti gli amici lassù; è un’esperienza pionieristica per la nostra Diocesi, e ringrazio davvero tutta l’équipe dell’Ufficio diocesano delle comunicazioni sociali, con don Aurelio Pagani e tutti i suoi collaboratori, che si sono dati veramente da fare per realizzare questo collegamento.

E’ il secondo anno del cammino di formazione socio‐politica. Abbiamo l’anno scorso fatto una parte introduttiva sulla Dottrina sociale della Chiesa, più teorica e generale, e in questo secondo e terzo anno che faremo vogliamo lentamente affrontare esperienze più specifiche, secondo una metodologia di conferenza e ripresa in gruppo.

Affronteremo ogni mese un argomento, per un totale di quattro nell’anno, e questa sera poniamo l’attenzione sulla questione laicità e democrazia, stato laico e democratico nel quale ci troviamo a vivere, partendo da quello che è la sua carta fondamentale, la Costituzione repubblicana. Un documento sicuramente perfettibile, ma che sappiamo riconosciuto essere una delle migliori espressioni della cultura giuridica a livello universale; un documento che è stato frutto di un momento della nostra storia recente che potremmo definire catartico, quando la memoria delle distruzioni della Seconda guerra mondiale e forse ancor più la memoria delle caligini delle ideologie totalitarie del ‘900 ha propiziato una fase di altissimo spessore culturale, con l’incontro delle tre grandi culture cattolica, liberale, e socialista.

Qualcuno dice che si tratta di un documento irripetibile, segnato comunque quasi da una catarsi storica che rappacificando gli animi ha reso possibile la redazione di questa carta fondamentale. Ancora, un documento che è comunque crocevia di interpretazioni oggi, anche perché è chiamato a raccogliere la sfida del multiculturalismo della nostra società, dell’intrecciarsi delle diverse confessioni religiose che proprio sull’etico e sul politico, di cui la Carta costituzionale è la massima espressione, trovano il terreno del loro confronto e spesso anche del loro scontro.

Non potevamo chiamare un relatore più competente del prof. Valerio Onida: avvocato, giudice, docente universitario, pubblicista, e basti ricordare la sua Presidenza emerita della Corte costituzionale, avendola guidata dal 2004 al 2005.

Prof. Valerio Onida

Grazie a voi, buonasera a tutti, anche a voi fortunati in montagna, in un posto, non vogliatemene, ancor più bello di qua! Chiedo innanzitutto scusa perché il livello della mia lucidità mentale in questi giorni è un po’ ridotto a causa di un impegno straordinario che mi è occorso, ma devo anche ringraziarvi, perché portarmi fuori per qualche ora dal terreno che da giorni mi impegna e ritornare a riflettere su questi che sono i temi potremmo dire della mia vita mi fa anche piacere e mi aiuta anche a rientrare.

Cercherò di fare con voi una breve riflessione su temi molto generali, sul senso della Costituzione.

La Costituzione è la ‘legge fondamentale’: ma cos’è una legge? Una legge è etimologicamente qualcosa che lega, che vincola, che obbliga, che ci dà dei limiti, ma è anche ciò che tiene insieme (‘legare’). Una comunità non sta insieme senza leggi, non esiste una comunità umana senza legge; l’individuo singolo può anche vivere senza legge esterna, dandosi come legge il suo interno, il suo cuore, la sua coscienza, ma una comunità, cioè un insieme di individui, non vive senza una legge esterna rispetto a ciascuno, una legge riconosciuta, che ‘lega’ insieme tutti.

Il problema è come si fanno queste leggi, chi le fa. Chi può imporre un determinato contenuto, imporne e controllarne l’osservanza? E’ il tema dell’autorità: dove c’è comunità e c’è legge non ci può non essere un’autorità che fa la legge, che la fa osservare e ne controlla l’osservanza. Per cui il problema si sposta sul chi esercita l’autorità, su chi ha diritto di esercitarla. Nella storia come sappiamo si parla del sovrano, che etimologicamente è colui che sta sopra e detta e impone la sua legge ai sudditi. Per millenni si è pensato che l’autorità è chi sta sopra e si legittima sulla base del fatto che c’è un rapporto verticale di autorità verso i soggetti autoritati. E per millenni si è pensato che la legge la fa il sovrano.

Però nella storia più recente, alcuni secoli di storia, la legge è vista come qualcosa che non vincola soltanto i sudditi, cioè i soggetti, ma che vincola anche il sovrano: anche l’autorità che fa la legge deve rispettarla. Si parla di ‘stato di diritto’. Chi fa la legge per primo la deve osservare, quindi la legge vincola anche l’autorità; la posizione dei singoli quindi non è solo di soggezione esterna al capriccio del principe, e potremmo dire che la sovranità tende a spostarsi dalla persona del sovrano alla regola e alla legge.

Ancor più recentemente è maturata nella storia l’idea che la legge che vincola e tiene insieme la comunità non può venire solo dal di fuori, ma è qualcosa che la stessa comunità deve concorrere a darsi: è l’idea della democrazia, in cui l’autorità, il potere non è più soltanto un potere esterno. Non è più, per usare l’espressione latina, “quod principe placuit” “quel che piacque al principe”, ma “quod populo placuit” “quel che piacque al popolo”, il popolo inteso come espressione politicamente attiva della comunità che si dà la legge. Certo poi da qui nasce il problema di come il popolo esercita questa autorità. Perché non si tratta più di un principe che sta al di sopra ed ha ricevuto l’autorità da una tradizione o da un’eredità, ma è il popolo che è sovrano, questa collettività che dà legge a se stessa. Come decide? Come fa la legge? Sappiamo che la democrazia è prima di tutto e soprattutto l’insieme delle regole sul modo in cui la comunità si dà le leggi, regole anche pratiche. Sappiamo che la regola della maggioranza è quella per cui in una collettività di tanti individui si decide discutendo, e la decisione è presa a maggioranza quando non c’è unanimità, quando non tutti sono d’accordo sulle decisioni, perché questo non è sempre possibile: questa è una regola pratica, in cui i più prevalgono sui meno, che serve ad evitare la paralisi che nascerebbe dal fatto di dover sempre raggiungere la completa unanimità. Non è di per sé una regola logica, perché c’è chi, non essendo maggioranza ma minoranza, in qualche modo subisce la decisione della maggioranza.

Le Costituzioni contemporanee da ormai più di due secoli si fondano su questa idea di democrazia, affermano questo principio secondo il quale il fondamento del potere politico, civile, sta nella stessa collettività e si esercita attraverso le regole della democrazia; però le Costituzioni nascono sì per dare potere alla collettività, ma anche per segnare i limiti del potere sovrano: prima ancora di essere quella di dettare le regole per l’esercizio della sovranità, la funzione della Costituzione è quella di segnare i limiti della sovranità, perché un sovrano senza limiti è potenzialmente un sovrano arbitrario, che può adottare decisioni che vanno contro esigenze anche essenziali dei singoli gruppi e minoranze. Quindi il Costituzionalismo ha la sua essenza e la sua origine in questo dato: si fa una Costituzione per limitare il potere, che prima, in quanto potere esterno veniva dato ed era autogiustificabile e non aveva limiti, se non quelli che di fatto esso stesso si dava, mentre in un sistema costituzionale il potere è prima di tutto limitato dalle regole costituzionali; è un potere sovrano, termine che usiamo ancora quando parliamo di sovranità popolare, (sovranità è un termine antico, che evoca appunto l’essere sopra, l’essere un potere che si esercita in termini assoluti e si impone ai sudditi) ma è usato in questa accezione nuova, di un potere che la stessa comunità esercita. Siamo quindi contemporaneamente titolari e soggetti della sovranità; quello che importa è segnare questo fatto, che con le Costituzioni il potere, anche quello supremo, è un potere limitato, non illimitato, non mai arbitrario, né frutto di una volontà che si esercita senza limiti.

La Costituzione è questo: quello che segna e scrive le regole che riguardano i rapporti tra collettività e autorità e riguardano l’organizzazione dell’autorità: diritti e doveri dei cittadini nei confronti dell’autorità e organizzazione. Anche la nostra Costituzione è organizzata così: Principi fondamentali, Diritti e doveri dei cittadini (prima parte) e Ordinamento della Repubblica (seconda parte).

La Costituzione in qualche modo esercita una funzione fondante rispetto al quotidiano esercizio dell’autorità, è una superlegge, non una legge qualsiasi, e non è solo un documento politico, una sorta di manifesto, ma è tradotto in regole legali: è appunto una superlegge che si impone come limite alla legge.

Chi fa le leggi ha un limite che è espresso nella Costituzione, è qualcosa che deve essere garantito nei confronti dello stesso potere supremo: l’ultima parte della nostra Costituzione, gli ultimi articoli, non a caso si chiamano garanzie costituzionali, cioè un meccanismo che assicura che quanto è scritto viene poi osservato, che se una regola è violata c’è una reazione, c’è qualcosa che impedisce che la violazione continui e restaura il diritto e la legge contro l’illegalità. Questo è il senso della parola ‘garanzia’.

La garanzia costituzionale significa che anche l’osservanza delle regole costituzionali è in qualche modo affidata non alla buona volontà di chi ha il potere, ma a un sistema di garanzie costituzionali. Nelle Costituzioni contemporanee, come la nostra, ci sono dei sistemi che si chiamano di giustizia costituzionale, cioè c’è un meccanismo di tipo giurisdizionale che ha il compito di garantire che quelle regole siano osservate anche dalla legge, anche da chi è titolare del potere supremo. Ecco allora che il senso del limite al potere che sta all’origine del costituzionalismo, che diventa limite al potere democratico e popolare (anche il potere popolare, se è costituzionale, non è illimitato, la sovranità popolare non può essere illimitata) e la garanzia dell’osservazione di questo limite è data dal meccanismo della giustizia costituzionale. C’è un giudice che può sindacare anche la legge, mentre fino a pochi decenni fa si pensava che questo non fosse possibile, perché la legge è manifestazione suprema della volontà politica e quindi chi può pretendere di controllare le leggi? Oggi invece, nel costituzionalismo contemporaneo, è riconosciuta la necessità dell’esistenza di questi meccanismi di garanzia; tutte le Costituzioni di oggi, in un modo o nell’altro, riconoscono l’esistenza di queste garanzie, di un giudice che può giudicare il sovrano.

Naturalmente anche la Costituzione come superlegge, che ha questa funzione di limitare la legge, è a sua volta modificabile, e le Costituzioni stesse prevedono il modo in cui esse possono essere modificate. La nostra, ad esempio, prevede nell’art. 138 il procedimento per cui si possa modificarla: si fa una legge, che però viene chiamata legge costituzionale, che si distingue dalle altre leggi perché appunto è soggetta ad un procedimento speciale, con maggioranze più ampie, con più alto numero di deliberazioni, con eventuale intervento diretto del popolo attraverso il referendum, un procedimento che i giudici chiamano procedimento aggravato: per cambiare la Costituzione ci vuole cioè un procedimento diverso, più grave, più difficile che per fare una legge qualsiasi. Questo si spiega perché mentre nella legge che è espressione quotidiana dell’esercizio del potere si applica la regola della maggioranza, la superlegge costituzionale è qualcosa di più e di diverso, appartiene a tutti, tendenzialmente non è della maggioranza, e quindi la regola della maggioranza subisce delle deroghe.

Chiediamoci se, dato che c’è la possibilità di modificare la Costituzione, si può modificare liberamente qualsiasi punto e qualsiasi regola. Davvero si può cambiare tutto? La democrazia, che mettiamo a fondamento del nostro voto per esercitare il potere, quando siamo chiamati a decidere attraverso le procedure previste, è quindi solo una procedura? Per fare una legge si deve seguire una certa procedura, per fare una superlegge costituzionale si deve seguire un altro procedimento, quindi si tratta solo di procedimenti e quindi il contenuto non importa, non è predeterminabile, non è condizionabile? Non è così in realtà, perché nessuna Costituzione vive davvero se si riduce a mera procedura.

Potete immaginare che una comunità, una collettività, uno stato si organizzi senza avere dei principi di fondo che valgano aldilà di decisioni, anche costituzionali? Quando gli Americani, i primi che hanno dato vita a documenti scritti di tipo costituzionale, alla fine del 1700 si sono riuniti in Convenzione per dichiarare l’indipendenza dello stato che avevano creato staccandosi dalla madrepatria britannica, affermando di voler porre nuove regole, hanno anche scritto nella loro Dichiarazione di Indipendenza che quando un popolo scioglie i legami che lo vincolavano e afferma la sua indipendenza deve anche dire quello in cui crede. Dicono: noi crediamo che ci siano delle realtà di per sé evidenti, e tra queste che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, e tra questi sono la vita, la libertà, la ricerca della felicità. Per garantire questi diritti sono istituiti, fra gli uomini, dei Governi, che derivano la loro giusta autorità dal consenso dei governati.

Questo ci dice che costoro, che crearono la prima Costituzione, erano consapevoli che la fondavano su principi che chiamavano di per sé evidenti. Tutti gli uomini sono creati uguali: l’uguaglianza è il grande ed il primo principio costituzionale, perché se non si credesse all’uguaglianza degli esseri umani l’organizzazione anche costituzionale della famiglia umana potrebbe fondarsi su qualsiasi principio, anche quello razziale. Diritti inalienabili: se sono inalienabili, non si possono toccare, nessun governo può toccarli, non c’è più un sovrano che può disporre dei diritti, perché ogni uomo, ogni persona umana è titolare di una dignità sua, di diritti che nessuno può toccare.

Ecco quindi che si fa luce l’idea che la Costituzione è un insieme di regole, che sono decise, anche democraticamente, che possono anche essere modificate, ma che c’è un nucleo duro, qualcosa che è inderogabile, dei principi supremi che non sono derogabili. La nostra Costituzione all’ultimo articolo dice che “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale” (art. 139): significa che nessuno, neanche con leggi costituzionali, potrebbe cambiarla.

Aldilà del principio organizzativo è oggi affermato dai giuristi e anche dalla Corte costituzionale nella sua giurisprudenza, che c’è un nucleo di principi supremi, di cui fanno parte i nuclei essenziali dei diritti inviolabili della persona, che non sono né derogabili né modificabili, neanche con leggi costituzionali: anche se un giorno una legge costituzionale approvata a grande maggioranza, verificata con referendum popolare volesse dire che ad esempio non tutti sono uguali, che ad esempio gli Ebrei sono una razza inferiore, questa sarebbe non solo sarebbe una violazione della costituzione, ma la messa in discussione della stessa esistenza della Costituzione. Ci sono dei limiti anche alla sua revisione.

Non a caso queste cose sono scritte soprattutto nelle Costituzioni dei paesi che hanno vissuto la vicenda di regimi autoritari basati anche sul consenso, attivo o passivo, della maggioranza, e che sono arrivati a prevaricare, a mettere in discussione i principi di fondo. I Tedeschi ad esempio, nella loro Costituzione, scritta nel 1949, hanno inserito quella che è nota come la clausola di eternità: cioè che ci sono principi, come la dignità dell’uomo, che sono inviolabili. Se li modificate non fate semplicemente una legge incostituzionale, ma toccate lo stesso fondamento della Costituzione, e quel giorno la Costituzione non c’è più. Quindi la Costituzione non è soltanto una legge il cui contenuto è disponibile; non c’è un concetto neutro di Costituzione, le Costituzioni non hanno un contenuto neutro; c’è un contenuto necessario, c’è qualcosa che può essere variato, ma altro che non può essere variato.

Potete pensare che si neghi l’uguaglianza fondamentale degli esseri umani o la dignità di un uomo anche in un solo caso senza che si intacchino i principi supremi? O sono principi che sono considerati inviolabili sino in fondo o non sono più principi, e quindi non reggono più una comunità.

Qui ci avviciniamo al paradosso della Costituzione e della democrazia: le nostre Costituzioni si basano sull’idea che è il popolo che si dà la Costituzione, che non c’è qualcuno dall’esterno che interviene a suggerirti come fare; la Costituzione si fonda poi sul fatto che la società è una società a cui tutti partecipano, in piena libertà di opinione, che possono esistere ed esistono diverse tendenze e culture, diversi modi di pensare le cose. Si apre quindi il paradosso della democrazia: la democrazia è la regola che la stessa comunità si dà, si costruisce per se stessa, con i suoi procedimenti, con la regola della maggioranza. Ma se se la dà da sola, se non c’è nessuno dall’esterno che gliela detta, su che cosa si fonda una democrazia, in che cosa crede? Può darsi da sé il proprio fondamento? Alcuni pensano che le democrazie abbiano bisogno di qualcuno di fuori che dica loro quali siano i loro fondamenti, una Chiesa, piuttosto che un pensiero fondante…

In realtà, se ci pensate, le Costituzioni nascono come espressione della collettività, ma il presupposto è che non si può vivere in comunità se non c’è consenso su alcuni principi; non si può vivere in comunità se non c’è consenso su alcuni principi di fondo. Se cadesse il consenso sui principi supremi cadrebbe la stessa esistenza della comunità, non ci sarebbe più una comunità e una democrazia costituzionale; torna ancora una volta il concetto di limite: la democrazia costituzionale è per definizione una democrazia limitata, la sovranità è limitata.

La democrazia che si fonda su questi principi ha anche diritto di difendere se stessa. Se c’è qualcuno che aggredisce la democrazia (terrorismo, ideologie autoritarie o negatrici della democrazia…) come si fa? Non c’è forse pluralismo e tutti hanno diritto di vivere? Certamente la democrazia può difendere se stessa ma usando solo i suoi strumenti. La Corte suprema israeliana si è trovata in questa situazione: può lo stato israeliano difendersi usando certi mezzi come la tortura o erigendo muri che dividono la popolazione? La risposta della Corte è stata che certamente lo stato può difendersi, ma non con qualsiasi mezzo. La democrazia, ha scritto il Presidente della Corte, combatte con una mano legata dietro la schiena, non può usare i mezzi dei suoi avversari: questa, che sembra una debolezza, in realtà è la forza della democrazia e alla lunga la porterà a prevalere. Una democrazia che rinunciasse alla sua anima, che ad esempio adottasse la tortura per difendersi, negherebbe se stessa. Se scendesse sul terreno dei suoi avversari affiderebbe alla forza la sua sopravvivenza, e non più al suo fondamento che sta nei principi.

Quali sono questi principi? Cosa fa stare insieme una comunità? Sono la tradizione, una cultura, una storia? Qui c’è un altro aspetto del costituzionalismo contemporaneo: questi principi non sono frutto e appannaggio di un popolo o di una cultura piuttosto che un’altra, ma sono principi tendenzialmente universali.

Quando gli Americani hanno scritto che credevano che gli uomini erano uguali non hanno scritto che lo erano solo i cittadini americani, ma che ‘tutti’ gli uomini sono uguali. Avevano quindi un respiro che andava aldilà della loro esperienza concreta. Dopo la Seconda guerra mondiale per la prima volta l’umanità ha avuto consapevolezza che su scala internazionale le sorti stesse dell’umanità e quindi della pace, e di una convivenza anche internazionale (cioè fra i popoli e non solo nell’ambito di un singolo popolo) può affermarsi soltanto sulla base del riconoscimento di certi principi comuni; non è quindi un caso che nel 1948, come primo atto delle Nazioni Unite, sia stata formulata la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: è la traduzione sul piano di una universalità di quegli stessi principi che le Costituzioni da due secoli andavano affermando, sulla base che o l’umanità riconosce questi diritti per tutti, e dappertutto, o non si potrà avere pace e convivenza. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è l’atto di fede nel fatto che ci sono leggi che riguardano non i singoli popoli, ma l’umanità. Questa è una scommessa difficile, perché sappiamo che la storia è fatta anche di tante contraddizioni; qualcuno dice che non è possibile o pensabile che ci sia una Dichiarazione universale dei diritti e che in tutto il mondo siano riconosciuti gli stessi diritti perché non tutte le culture accettano gli stessi diritti.

Invece chi ha fatto la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ha creduto e reso chiaro che non si trattava di essere tutti d’accordo sui fondamenti ultimi: diceva Maritain, il filosofo francese che era stato chiamato a riflettere su questo tema della Dichiarazione universale: siamo d’accordo, ma non chiedeteci perché, perché se ci mettiamo a discutere quale sia il fondamento di questi diritti probabilmente ci divideremo. Alla stessa conclusione pratica si arriva cioè da diverse strade, e la filosofia continua a discuterne, ma l’importante è che ad un certo punto gli uomini hanno preso atto che praticamente dovevano essere d’accordo su queste cose, indipendentemente dal fatto che il fondamento fosse trovato in strade diverse; questo accordo pratico era condizione per convivere, senza di esso non si dà la pace, non c’è convivenza. Questo aspetto pratico dell’universalismo dei diritti è fondamentale e va sottolineato, perché non significa tenere all’una o all’altra concezione, perché possono convivere concezioni diverse. Ci deve però essere un accordo pratico, altrimenti la convivenza stessa è impossibile e la comunità crolla.

Quindi il ruolo della Costituzione universale che è la Dichiarazione universale è quello di affermare la fiducia dell’umanità, la fede pratica che su quel terreno ci siamo tutti.

Se pensate al diritto elementare di ogni madre a poter nutrire e dare una casa al proprio figlio, a fruire del minimo necessario perché il bambino viva e cresca, potete immaginare che qualcuno di qualsiasi cultura, da qualsiasi parte della terra, possa negare questo? Solo se noi negassimo che c’è qualcosa che è comune all’umanità allora potremmo dire che è un’utopia, che siamo realisti e non ci crediamo; ma se crediamo che qualcosa accomuna l’intera umanità, è qui che si fonda la possibilità della convivenza e anche la speranza.

E la speranza è che nel cammino dell’umanità si segua faticosamente un cammino che porti in questa direzione e non all’autodistruzione.

Risposte ad alcuni interventi

Come si rapporta la Costituzione italiana, e le leggi che vengono promulgate in accordo con essa, con il fatto dell’essere parte della comunità europea, dove esiste un Parlamento che legifera? Può succedere che una legge, in Italia o altri paesi, possa essere giudicata costituzionale ed invece a livello europeo venga giudicata da modificare? Chi fa fede?

Il fenomeno europeo è recente e nasce da una grande intuizione di statisti, i cosiddetti ‘Padri dell’Europa’ ; il ministro degli esteri francese Schuman nella dichiarazione del 1950 diceva qual è il senso della costruzione europea cui puntavano: il nostro compito è quello di costruire un sistema per cui in questa Europa (da pochi anni uscita dalla grande guerra) una nuova guerra sia non solo impensabile ma anche impossibile. Per questo si proponeva un cammino di integrazione europea. Mettersi insieme significa costruire una comunità che poi a sua volta crea delle leggi. Il rapporto delle leggi con quelle del singolo stato è che la legge europea è prevalente su quelle dei singoli stati e ci si deve adeguare, altrimenti non si tratta più di unione. Si parla di ‘primato del diritto europeo’. Esso prevale persino sul diritto costituzionale, con un solo limite: se questo diritto europeo risultasse in contrasto con i principi immodificabili, di cui si parlava, allora il nostro stato potrebbe tenersene fuori. E’ molto astratto, perché l’unione europea nasce prendendo i principi costituzionali fissati, cioè facendoli propri.

Dal nostro punto di vista costituzionale si deve far riferimento all’art. 11, secondo il quale l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Accetta le limitazioni di sovranità necessarie per la pace e la giustizia tra le nazioni.

Proprio perché la convivenza internazionale è necessaria, e in particolare quella in Europa, noi accettiamo questa limitazione: siamo uno stato sovrano ma accettiamo di essere limitati dal fatto che ci sia una legge europea che si impone anche a noi.

Quali sono ancora oggi i valori fondamentali della Costituzione, che ha 60 anni, per esempio il valore della vita?

Sono quelli che stanno scritti nel testo, soprattutto il nucleo duro, i principi tendenzialmente universali. Il diritto alla vita è uno di questi, che già gli Americani hanno indicato quando scrissero la loro Costituzione. C’è discussione oggi su come si applica questo diritto, ci sono varie opinioni tra le varie culture, ma tutte nel riconoscimento che il valore della vita è un valore essenziale. Non facciamoci quindi deviare dal fatto che oggi accadano discussioni sui modi concreti con i quali il diritto alla vita può essere tutelato, perché ci sono conflitti di concezioni e di opinioni (sono i temi cosiddetti eticamente sensibili); al fondo sta però il riconoscimento da parte di tutti che qua c’è un valore inviolabile.

Chi deve rispettare la Costituzione? Solo i governi o anche i singoli cittadini?

Le Costituzioni nascono per porre limiti al potere, però si rivolgono ai singoli cittadini. Infatti l’art. 54 dice che tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi, e l’ultimo, l’art. 18 delle disposizioni transitorie e finali, dice che la Costituzione deve essere conosciuta da tutti i cittadini perché tutti devono osservarla: Il testo della Costituzione è depositato nella sala comunale di ciascun Comune della Repubblica per rimanervi esposto, durante tutto l’anno 1948, affinché ogni cittadino possa prenderne cognizione.

Il potere limitato e a loro volta i cittadini fedeli alla Costituzione, a questo patto fondamentale.

La nostra Costituzione è stata definita spesso vecchia negli ultimi mesi; questo argomento è stato al centro del dibattito politico italiano: cosa ne pensa e quali articoli modificherebbe?

Quello della Costituzione ‘vecchia’ secondo me è un grande equivoco, perché le Costituzioni nascono proprio per trasmettere i principi e i valori di generazione in generazione. I principi scritti duecento anni fa dagli Americani non valevano soltanto per la loro generazione: erano scritti per loro e per le generazioni future. E se è vero che ogni generazione ha diritto di autogovernarsi e di darsi le proprie leggi e tener conto di quanto cambia nel mondo, è anche vero che se si ritenesse di abbandonare e staccarsi da quei principi fondamentali si rimetterebbe in discussione lo stesso fondamento del convivere. Quei principi non possono non passare di generazione in generazione: sono principi che valgono non solo per l’oggi, ma tendenzialmente per sempre. Mentre le leggi si scrivono per le cose che oggi conosciamo, le Costituzioni si scrivono pensando al futuro, guardando lontano. Il fatto che una Costituzione è vecchia è prova che ha cercato di esprimere principi che durano nel tempo, che valgono: una Costituzione effimera non sarebbe una buona Costituzione.

Molto si può modificare ma sempre nel rispetto di questa idea. Si possono adattare singole regole ad esigenze concrete. Ad esempio, il sistema delle due Camere è proprio intangibile? La risposta è positiva, e c’è largo consenso su questo. Non è che si dice che fare le leggi dovrebbe essere reso più spedito e più facile, senza troppe procedure. No: perché fare una legge implica responsabilità, perché esse nascono da una riflessione ed è pericoloso fare le leggi sull’onda dell’urto dell’emozione. Non si tratta solo di decidere, ma è importante discutere, confrontarsi, e sapere di che cosa si sta parlando. Quindi si deve stare attenti.

Il principio per cui la decisione democratica è decisione che nasce da un confronto leale è un principio inderogabile. Poi ci possono essere modi diversi di realizzazione, ma si deve fare attenzione a non pensare che il cambiamento possa investire anche i principi.

Penso ad una concretizzazione di questi ultimi anni, rispetto al federalismo. Come questi grandi principi della nostra Costituzione e anche di quella europea si possono coniugare con quelli del federalismo non solo negli aspetti concreti, pratici e particolari, ma anche dal punto di vista dei principi?

Il federalismo ha tradizioni molto forti nelle Costituzioni. In Europa non ha avuto altrettanta tradizione come ad esempio nella Costituzione americana, che nasce appunto come federazione di stati federali. Gli stati in Europa sono nati come stati unitari, però quando si è cominciato dopo la Seconda guerra mondiale a pensare all’Europa, il pensiero europeo era federalista. L’Europa era pensata come Stati Uniti d’Europa. Calamandrei, commentando la Costituzione, scrisse che nell’art. 11 (quello che parla appunto di accettazione delle limitazioni) vedeva una finestra dalla quale si scorge qualcosa che potrebbe essere gli Stati Uniti d’Europa, o, aggiungeva, addirittura del mondo. L’idea federalista era quella di singole comunità che si mettono insieme, comunità vive con un loro pieno sviluppo che però si mettono insieme, si federano, stringono un patto per fare qualcosa in comune. L’Europa è questo. L’Unione Europea non è propriamente federale oggi, ma l’idea era quella. L’idea di Europa nasce dal mettere insieme più unità libere ed espressione di se stesse per fare qualcosa in comune.

La stessa idea si può applicare anche all’interno della stessa comunità statale: anche i grandi stati europei sono fatti di comunità diverse. L’idea federale oltre che spingere ad unirsi e a fare qualcosa in comune in Europa, spinge anche a riconoscere l’esistenza di comunità potremmo dire minori all’interno di una unità unica e a riconoscere a queste comunità un loro diritto di esistenza e a svilupparsi. Nella nostra Costituzione era presente questa idea: il regionalismo era presente ad esempio per primo nel partito popolare di don Sturzo, che riconosceva le regioni non solo come circoscrizioni amministrative, ma come espressioni politiche di comunità però unite nell’ambito dello stato nazionale. Infatti all’art. 5 si dice che la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; c’è quindi la valenza di mettersi insieme e riconoscere le unità minori e non di costringere le singole unità anche nelle loro differenze a vivere tutte secondo lo stesso schema. Il nostro stato dal punto di vista amministrativo si era formato con una tradizione fortemente centralistica, modellato sullo stato napoleonico. Invece lo sviluppo costituzionale ha riconosciuto una ricchezza che non nega l’unità, al contrario la costruisce meglio. L’unità vera è fatta anche di diversi. Questo oggi vuol dire costruire un sistema in cui alle regioni, ai comuni, alle province si riconoscono maggiori poteri, anche procurando le risorse (il cosiddetto federalismo fiscale). Però non è dividersi per lasciarsi: questo è secessionismo. È invece riconoscere la diversa identità e autonomia in un quadro dello stare insieme.

Il concetto di lavoro nella Costituzione è quello del luogo dove la persona si realizza: secondo lei questo principio rispecchia la realtà? Quale?

Sapete che l’art. 1 dice che l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Nella realtà il riconoscimento del fondamento della Repubblica sul lavoro non vuol dire che è il valore supremo della propria vita, però esso è visto proprio come la chiave per affermare il valore sociale della persona: ogni persona deve potersi realizzare anche attraverso il lavoro. E che cos’è il lavoro? E’ anche il modo in cui una persona si realizza e dà qualcosa alla comunità: infatti l’art. 4 afferma che la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Al lavoro tutti hanno diritto, ma il lavoro è anche un dovere. Si deve concorrere al benessere sociale e spirituale del paese. E’, il lavoro, un momento che valorizza l’essere società e contemporaneamente è il dovere di lavorare per la comunità e non solo per se stessi. Quindi è esatto dire che è un modo per realizzare la personalità, non solo uno strumento per guadagnare.

La nostra Costituzione nasce dalla cultura cattolica, liberale e socialista: negli ultimi anni è apparso però un concetto culturale nuovo, quello della cultura radicale, individualista, e questo si ripercuote sui contenuti della nostra Costituzione: penso all’art 32, quello del diritto alla salute e alla libertà di cura; l’altro elemento è l’efflorescenza dei diritti soggettivi.

Alle origini del costituzionalismo sta certo una visione dell’individuo come soggetto di diritti in quanto tali: quindi potremmo dire un individualismo, da un certo punto di vista, perché mentre nel passato si pensava che un individuo valesse in quanto membro di un gruppo, parte di un insieme, ma non in quanto tale, la rivoluzione liberale di fine ‘800 sostenne che l’individuo valeva in quanto tale: è quindi un momento di riconoscimento dell’individualità, ma non contrapposta all’essere insieme. Nella cultura costituzionale individuo e comunità stanno insieme. Un individuo che si separi e si tenga fuori della comunità non è nell’ottica costituzionale.

L’art. 32 dice che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Esiste quindi un nucleo della personalità, che è quello dignità dell’uomo, che nemmeno in nome della salute collettiva si può violare, che deve comunque essere rispettato.

Possono poi in alcuni momenti esserci possibili derive in un senso o nell’altro, dimenticando gli altri o la comunità, ma nella cultura del costituzionalismo gli elementi dell’individuo e della comunità stanno insieme.

L’efflorescenza di nuovi diritti: è vero, oggi si parla di diritti sempre nuovi, e moltiplicandoli si rischia di perderne il nucleo forte. Ci sono stati esempi, anche alla Corte europea dei diritti dell’Aja, in cui si avevano di fronte due pretese contrapposte. Ci sono casi cioè in cui c’è scontro di diritti, e il vero problema di oggi è come si armonizzano i diritti, come comporre diritti diversi.

Il principio di rappresentanza è pienamente attuato? L’attuale legge lo realizza?

Il principio di rappresentanza vuol dire che nelle assemblee elettive trova appunto rappresentanza la cittadinanza, il popolo. Se immaginassimo un sistema senza assemblee, in cui ad esempio si eleggesse una persona e basta, non ci fosse Parlamento, il principio rappresentativo sarebbe chiaramente contraddetto, perché una persona sola più che rappresentare se stesso non può fare. Il principio di rappresentanza è quindi fondamentale, e come si eleggono le persone è importante; la nostra Costituzione lascia libero il legislatore, lascia liberi di scegliere quale sistema elettorale avere: ci sono sistemi elettorali molto diversi tra loro, e io ritengo che quello attuale rischia di minare il principio di rappresentanza perché distanzia molto elettori ed eletti; non c’è più rapporto personale tra elettori ed eletti, perché questo vale solo per una croce sul simbolo di un partito, e chi verrà eletto viene soltanto determinato da chi fa la lista di quel partito. Il principio di rappresentanza può essere realizzato in moltissimi modi, non c’è un sistema elettorale unico e perfetto.

I principi fondamentali non rischiano di essere scritti solo sulla carta? Non si dovrebbero definire in un modo più concreto? Ad esempio, cosa significa diritto alla vita?

Questo è vero, però rimangono sulla carta perché non vengono attuati. Ed è il rischio che corrono le Costituzioni, che forse più che essere modificate devono essere applicate. Però la Costituzione è fatta non tanto di leggi, ma di pratica quotidiana. Siamo bravi nello scriverle ma non molto nell’applicarle.

Facciamo l’esempio del diritto alla vita, dei confini che gli si pone: chi lo può definire in modo più concreto? Ci sono leggi che concretano il diritto. C’è un’altra strada: non riusciamo a scrivere tutto in una legge, quindi lasciamo che sia la pratica attuazione, per esempio la giurisprudenza, i giudici, che, valutando la singola situazione, concreta, possono meglio interpretare, adattare alla singola situazione. Leggi astratte, fatte dalla maggioranza, o giudice che interpreta il principio e lo rende vivo in una situazione concreta?

Non si può abbandonare interamente alla legge il compito di specificare, perché avremmo rischi di dimenticare il concreto, né possiamo lasciare un giudice completamente libero di interpretare come vuole il diritto, quindi ci vuole e l’uno e l’altro. Ci vuole la capacità della legge di concretare nel rispetto dei diritti di tutti, e ci vuole anche l’affidarsi a chi applica nel caso concreto la legge: talvolta la miglior applicazione è quella che si attua nel caso concreto.

La proposta di La Pira che l’ultimo giorno ritirò, cioè quella di introdurre il nome di Dio nel primo articolo della Costituzione, poteva essere accettata o sarebbe apparsa una specie di fondamentalismo?

Non era fondamentalista, perché La Pira, che proponeva di premettere alla Costituzione la formula ‘in nome di Dio il popolo italiano si dà la seguente Costituzione’, considerando le obiezioni, soprattutto da parte dei giudici, sulla possibilità di una divisione, sul fatto che non tutti erano d’accordo, e così via, dato che aveva fatto questa proposta per unire, di fronte alla possibilità di una divisione, la ritirò. È una grande saggezza politica, perché quando si vuole unire questa non si usa, e a volte sembra si faccia apposta per dividere, non per unire.

Il fondamentalismo è invece affermare la propria visione, la propria fede come una sorta di possesso mio che si impone agli altri. Quello che porta dei valori per unire, non per dividere, non è fondamentalista, perché porta dei valori e li offre alla comunità. La Pira non era fondamentalista, perché offriva valori per unire aldilà delle singole confessioni e delle religioni.

Il mio pensiero è che non è secondo me giusto rivendicare che nella Costituzione europea ci sia scritto che l’Europa è cristiana, e non musulmana o ebrea, se questo significa sottolineare la divisione, non sottolineare l’unità. Altra cosa è dire invece che in Europa riconosciamo di avere una unità che nasce dalla pluralità persino delle fedi e delle religioni, che c’è una radice cristiana, una tradizione ebraica, che c’è anche l’apporto dell’Islam alla storia dell’Europa, ma per unire. Dobbiamo trovare una forma di convivenza che ci unisce.

Il famoso ‘senza oneri per lo stato’ dell’art. 33 si armonizza nell’insieme della Costituzione nel rapporto tra lo stato e gli individui o è un po’ ambiguo?

L’art. 33 dice che la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

Lo stato istituisce scuole per ogni ordine e grado, cioè è compito dello stato dare la scuola a tutti. Poi aggiunge che enti e privati hanno diritto di istituire scuole senza oneri per lo stato. L’interpretazione corretta e riconosciuta dice che nessuno può pretendere di essere finanziato per fare una scuola, però nulla vieta che lo Stato, nella misura in cui riconosce che le scuole non statali concorrono al sistema dell’istruzione complessiva, le possa finanziare. Senza oneri per lo stato dice che non c’è un diritto al finanziamento, ma non vuol dire che non si possa riconoscere un supporto finanziario. Non c’è un diritto al finanziamento, ma non c’è esclusione dai finanziamenti.

Scarica la dispensa dell’incontro del prof. Valerio Onida

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