Il peccato e l’eresia del separatismo razziale

da Ortodossiatorino.net, il sito della parrocchia ortodossa del Patriarcato di Mosca a Torino dedicata a San Massimo.

Ci sono diversi gradi di pregiudizio razziale ed etnico. Per molti, è una cosa molto inconsapevole, ma che si manifesta con il desiderio di stare vicino a quelli del tuo stesso tipo e di escludere gli altri… almeno in certi contesti. Ci sono tuttavia alcuni nella Chiesa ortodossa che sono apertamente razzisti e antisemiti e che hanno ragioni ideologiche per le proprie opinioni. Tali persone sono fortunatamente una piccola minoranza, ma anche se non dovremmo esagerare la loro importanza, spingendo il problema al di fuori di ogni proporzione, non dobbiamo sottovalutarli. Come per ogni peccato, dobbiamo dire chiaramente ciò che dice la Chiesa. Inoltre, dobbiamo combattere anche le forme inconsce di razzismo e di etnocentrismo, perché queste cose sono barriere che impediscono alla gente di entrare nella Chiesa ortodossa.

Anche i più imperturbabili razzisti che affermano in generale di essere cristiani hanno abbastanza senso da sapere che non possono ammettere di odiare qualcuno e ancora fare una simile affermazione a viso aperto, perché la Bibbia è molto chiara sul tema (ad esempio, Levitico 19:17 ; Luca 6: 27-28; 1 ​​Giovanni 2: 9-11). Tuttavia, spesso sostengono che anche se non odiano le altre razze, il loro amore per la propria razza è quello che li motiva e che vogliono ciò che è meglio per loro – e vedono una qualche forma di separatismo razziale come parte necessaria per il loro amore. Ma una tale visione è coerente con le Scritture e con gli insegnamenti della Chiesa?

La Bibbia chiarisce che tutti gli uomini hanno un’origine comune in Adamo ed Eva, e quindi siamo tutti parte della stessa famiglia umana. Gli israeliti hanno certamente mantenuto una certa separazione dai gentili, ma non per ragioni razziali, bensì per la loro fede nell’unico vero Dio, che i loro vicini in genere non condividevano – e anche per la depravazione dei pagani da un lato, e dall’altro per la debolezza degli Israeliti nel resistere alle cadute nei loro peccati. I separatisti razziali fanno notare che Esdra vieta agli israeliti di avere mogli straniere (Esdra10), ma il problema era che queste donne erano pagane. Tuttavia, i gentili potevano diventare parte di Israele, se abbracciavano la fede, e questo accadeva spesso. C’è il caso in cui il profeta Mosè sposò, per esempio, una donna etiopica. La nonna di re Davide, Rut, era una gentile che aveva abbracciato la fede di Israele e un intero libro della Bibbia è dedicato a raccontare la sua storia, che la mostra come una donna virtuosa, la cui conversione era completamente sincera. E non fu solo un’antenata di Davide, ma anche di Cristo stesso. Quella stessa genealogia (sia di Davide che di Cristo) include anche Raab la prostituta, che era una cananea.

L’idea moderna della razza non si trova nemmeno nella Bibbia. In alcuni casi vi si trovano riferimenti a caratteristiche razziali, e c’è certamente una consapevolezza che la razza umana è divisa in nazioni che parlano lingue diverse, ma questo è un risultato del peccato. Alla torre di Babele, Dio ha confuso le lingue degli uomini e li ha divisi, per limitare la diffusione del peccato (Genesi 11). Ma queste divisioni sono annullate in Cristo, come ci insegna il Contacio della festa della Pentecoste:

“Quando discese a confondere le lingue, l’Altissimo divise le genti; quando distribuì le lingue di fuoco, convocò tutti all’unità. E noi glorifichiamo ad una sola voce lo Spirito tutto santo”.

In Cristo non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Galati 3:28).

Se la Chiesa primitiva avesse funzionato sulla base del fatto che il separatismo razziale fosse accettabile, gli ebrei non si sarebbero mai mescolati con i gentili e probabilmente non ci sarebbe una Chiesa dei gentili di cui parlare. Tuttavia, il racconto della Scrittura e della storia mostra che non era questo a essere incoraggiato o addirittura permesso dagli apostoli. Sorsero sicuramente numerosi problemi a questo proposito, perché gli ebrei avevano una lunga tradizione di mantenere le loro distanze dai gentili, ma san Paolo continuava ad ammonire continuamente i credenti ebrei e gentili di mettere da parte le loro differenze e di avere comunione reciproca. Entro un paio di generazioni cessò ogni distinzione tra i cristiani provenienti da questi diversi ambiti.

Uno dei grandi padri del deserto nella Chiesa è san Mosè l’Etiope. Fu chiamato “l’Etiope” per la stessa ragione per cui san Giovanni il Russo fu chiamato “il Russo” e san Massimo il Greco fu chiamato “il Greco” – era un estraneo per la gente tra cui viveva, e san Mosè era notevolmente diverso da quelli intorno a lui perché era nero. Ma non solo gli fu permesso di vivere tra gli altri monaci che non erano neri: alla fine fu fatto prete e fu uno dei padri spirituali più rispettati del suo tempo. Le storie su di lui, insieme ai suoi detti, sono conservate nel testo “Le parole dei padri del deserto”, uno dei più importanti classici spirituali della Chiesa ortodossa.

Non c’è nulla nella tradizione della Chiesa che sostenga una visione razzista o separatista. Ci sono, per esempio, canoni che vietano a un cristiano ortodosso di sposare un pagano o un ebreo non cristiano, ma nessuno che consideri in alcun modo la questione della razza. Un matrimonio misto nella Chiesa ortodossa è quando a un cristiano non ortodosso è consentito di sposare un cristiano ortodosso.

Nel 1872, un sinodo a Costantinopoli condannava specificamente come eresia il “filetismo”, che era l’idea che la Chiesa dovrebbe essere divisa per linee etniche:

“Denunciamo, censuriamo e condanniamo il filetismo, vale a dire, la discriminazione razziale e le dispute, rivalità, e dissensi su basi nazionali nella Chiesa di Cristo, come antitetico agli insegnamenti del Vangelo e ai sacri Canoni dei nostri beati Padri, che sostennero la santa Chiesa e, ordinando l’intera ecumene cristiana, guidandola alla pietà divina” (Τὰ Δογματικὰ καὶ Συμβολικὰ Μνημεῖα τῆς Ὀρθοδόξου Καθολικῆς Ἐκκλησίας, Vol. II, pp. 1014-1015, citato in The Œcumenical Synods of the Orthodox Church, A Concise History, di p. James Thornton, (Etna, CA: Center for Traditionalist Orthodox Studies, 2012), p 152).

La posizione della Chiesa ortodossa russa su questo argomento è chiaramente indicata nel documento “I fondamenti della concezione sociale della Chiesa ortodossa russa”:

Il popolo di Israele dell’Antico Testamento è stato il prototipo del popolo di Dio, della Chiesa di Cristo nel Nuovo Testamento. L’opera redentrice di Gesù Cristo ha dato inizio all’esistenza della Chiesa come umanità nuova, discendenza spirituale del patriarca Abramo. Con il suo sangue, Cristo ha riscattato per Dio “uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione” (Ap 5,9). La Chiesa per sua stessa natura ha un carattere universale e, di conseguenza, sovranazionale. Nella Chiesa “non c’è distinzione fra Giudeo e Greco” (Rm 10,12). Come Dio non è il Dio solo dei giudei, ma anche di coloro che provengono dai popoli pagani (Rm 3,29), così anche la Chiesa non opera divisioni di nazionalità o di classe sociale fra gli uomini : in essa “non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3,11).

(…) Essendo per sua natura universale, la Chiesa nello stesso tempo è un organismo unitario, un corpo (1Cor 12,12). Essa è la comunità dei figli di Dio, “la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato… un tempo non-popolo, ora invece il popolo di Dio” (1Pt 2,9-10). L’unità di questo nuovo popolo è data non dall’unità nazionale, culturale o linguistica, ma dalla fede in Cristo e nel Battesimo. Il nuovo popolo di Dio “non ha quaggiù una città stabile, ma cerca quella futura” (Eb 13,14). La patria spirituale di tutti i cristiani non è la Gerusalemme terrena, ma quella “di lassù” (Gal 4,26). Il vangelo di Cristo viene predicato non in una lingua sacra, comprensibile a un solo popolo, ma in tutte le lingue (At 2,3-11). Il vangelo viene proclamato perché non il solo popolo eletto custodisca la vera fede, ma perché “nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2,10-11).

Noi abbiamo chiese nazionali? Sì… e no. Abbiamo chiese locali. I confini di queste Chiese locali spesso corrispondevano a confini nazionali, ma non necessariamente. Nell’Impero Romano, c’erano diverse Chiese locali all’interno di una nazione e molte di queste chiese locali si estendevano oltre i confini dell’Impero Romano. Ma mentre una Chiesa locale può avere un carattere etnico predominante, non esclude quelli che non fanno parte dell’etnia della maggioranza. In Russia, per esempio, c’è un gran numero di gruppi etnici tutti ortodossi e tutti benvenuti alla comunione e alla vita comune in ogni parrocchia.

Oltre al fatto che il separatismo razziale è contrario sia alla Scrittura che alla Tradizione, ha anche un problema molto pratico, cioè l’effetto di escludere la gente dalla Chiesa. La nostra grande responsabilità di cristiani è quella di compiere il grande mandato di Cristo:

“Andate, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e del santo Spirito, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato; ed ecco, io sono con voi, in ogni tempo, fino alla fine del mondo. Amen “(Matteo 28: 19-20).

La parola qui tradotta con “nazioni”, in greco, è una forma plurale della parola “ethnos”, da cui abbiamo le parole “etnico” ed “etnicità”. Come possiamo fare discepoli di ogni gruppo etnico e insegnare loro a osservare tutte le cose che Cristo ci ha comandato se ci separiamo da loro a causa della loro etnia? Non è possibile. E poiché non è possibile, non è neppure cristiano.

p. John Whiteford

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