Achille Grandi, un uomo di fede. 1913-1926 La C.I.L., il Partito Popolare e l’antifascismo

Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa ‘brutta’! No: l’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico – è un impegno di umanità e di santità: è un impegno che deve potere convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità.

Giorgio La Pira

Il trasferimento a Monza e il lavoro sindacale e politico

Nel gennaio 1914, dopo l’amara conclusione dell’incarico alla Direzione Diocesana a Como, Achille Grandi si trasferisce a Monza, chiamato dagli amici del movimento cattolico locale a dirigere, nel ruolo di segretario, la Lega Cattolica del Lavoro di quella città.

Monza, posta al centro della industriosa Brianza, nei primi decenni del ‘900 ospita i più antichi e laboriosi cappellifici d’Italia, numerosissime aziende tessili e alcune metalmeccaniche, oltre a un fiorente artigianato del legno. Nel 1893 era nata la Camera del Lavoro, aperta a tutte le forze politiche ma monopolizzata ben presto dai socialisti, che si erano saldamente affermati nelle fabbriche e nelle campagne del monzese. La Lega Cattolica del Lavoro della città, nata nel 1894, nonostante i ripetuti tentativi di attivazione e riorganizzazione, aveva mostrato una certa impreparazione, riportando scarsi successi.

Nel 1918 Grandi fa parte del gruppo promotore che costituisce la C.I.L. (Confederazione Italiana Lavoratori) a cui aderiscono in breve tempo tutti i sindacati bianchi. Nel 1922 ne diventerà il segretario nazionale.

1919 A Grandi deputato

Il 18 gennaio 1919, lo stesso giorno dell’apertura della Conferenza di pace di Parigi, nasce il Partito Popolare. Achille Grandi è tra i firmatari del documento costitutivo. Pochi mesi dopo, nelle elezioni del 16 novembre 1919, viene eletto deputato. Verrà rieletto sia nel 1921 che nel 1924.

Fede e servizio nell’azione sindacale e politica di Achille Grandi

Anche nello svolgimento della sua professione sindacale, quando rivendicava per i lavoratori la piena attuazione dei loro diritti, nelle assemblee o nelle piazze, faceva appello, tra i suoi collaboratori, a quello “spirito d’amore” che, diceva, doveva sempre animare le loro iniziative di cattolici impegnati nel movimento sindacale cristiano:

E’ questo spirito d’amore che compie le opere più meravigliose di cui gli avversari non sanno rendersi conto, ed è su questo spirito d’amore che dobbiamo edificare la nostra opera e di esso permeare la nostra vita.

Assai significative sono pure le parole da lui pronunciate in un discorso agli aclisti della Brianza, pochi mesi prima della morte, quasi volesse, in poche battute, suggellare tutto il senso del suo operato e dell’intera sua vita:

Ognuno deve sentire che non è né per la politica, né per l’economia, ma solo per la propria fede che si affronta il martirio.

Esemplari erano la fermezza e il rispetto per gli altri nella lotta sindacale e politica. Grandi, anche sotto l’incalzare degli avvenimenti e la pressione della lotta sindacale, non sacrificava la sua fede e sapeva difendere il suo cristianesimo. Tipica è la risposta data – con semplicità e ironia ma anche con fermezza – sulle pagine del settimanale cattolico monzese “Il Cittadino”, all’esplicito invito di alcuni sindacalisti socialisti, che lo incitano a partecipare con loro ad una manifestazione del primo Maggio 1914, che avrebbero voluto degenerasse in un moto carico di odio e di ferocia:

Nel calendimaggio, salutiamo la simpatica festa del lavoro e rinnoviamo il proposito nostro di adoperarci con ogni sacrificio ad impedire che l’odio travolga le generose anime del popolo; la nostra azione sociale gioverà, unita a quella maggiore di tutte le anime buone, a ritornare a Cristo tanti cuori esulcerati dalle sofferenze.

Un giorno – verso il periodo del definitivo avvento del fascismo – quando sembrava che tutto quello che aveva pazientemente creato in anni di lotte e rinunce stesse per crollare, un amico gli chiese accorato cosa avrebbe fatto, e lo incitò a reagire drasticamente alle violenze ed ai soprusi degli avversari. Grandi rispose:

Rifarò tutto da capo e Dio mi darà la forza necessaria, ma i metodi degli altri non possiamo usarli.

Tale era il carattere e la fede che gli permetteva, nei più importanti discorsi, di citare con naturalezza ed efficacia il Vangelo. Non è possibile dimenticare che egli è l’uomo che, dinanzi ad una affollata assemblea costituente, per oltre mezz’ora ha illustrato la figura del Cristo falegname, del Cristo umile, del Cristo fratello di colui che soffre e lavora, terminando così il suo applauditissimo intervento:

Il discorso della montagna ripete e ripeterà nei secoli la sua eco benefica ed immensa.

Proprio la solida fede e la costante ispirazione evangelica contribuiscono a sviluppare una profonda spiritualità di servizio in Grandi, esplicitata in questo brano del suo testamento:

Ho amato la mia Patria l’Italia, e la causa del suo popolo lavoratore, e le ho servite fedelmente e desidero l’una e l’altra congiunte nella grandezza e nella giustizia della pace sociale cristiana.

Raccontare la sua storia fa emergere dalla memoria alcuni brani di magistero sul servizio laicale nella politica …

Per animare cristianamente l’ordine temporale, nel senso detto di servire la persona e la società, i fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla “politica”, ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune. […] Le accuse di arrivismo, di idolatria del potere, di egoismo e di corruzione che non infrequentemente vengono rivolte agli uomini del governo, del parlamento, della classe dominante, del partito politico; come pure l’opinione non poco diffusa che la politica sia un luogo di necessario pericolo morale, non giustificano minimamente né lo scetticismo né l’assenteismo dei cristiani per la cosa pubblica. […] Nell’esercizio del potere politico è fondamentale lo spirito di servizio, che solo, unitamente alla necessaria competenza ed efficienza, può rendere “trasparente” o “pulita” l’attività degli uomini politici, come del resto la gente giustamente esige.

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… e nel mondo del lavoro, …

Il servizio alla società da parte dei fedeli laici trova un suo momento essenziale nella questione economico-sociale, la cui chiave è data dall’organizzazione del lavoro. […] Nel contesto delle sconvolgenti trasformazioni in atto nel mondo dell’economia e del lavoro, i fedeli laici siano impegnati in prima fila a risolvere i gravissimi problemi della crescente disoccupazione, a battersi per il superamento più tempestivo di numerose ingiustizie che derivano da distorte organizzazioni del lavoro, a far diventare il luogo di lavoro una comunità di persone rispettate nella loro soggettività e nel loro diritto alla partecipazione, a sviluppare nuove solidarietà tra coloro che partecipano al lavoro comune, a suscitare nuove forme di imprenditorialità e a rivedere i sistemi di commercio, di finanza e di scambi tecnologici. A tal fine i fedeli laici devono compiere il loro lavoro con competenza professionale, con onestà umana, con spirito cristiano, come via della propria santificazione.

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… oltre che a proposito di una sana autonomia delle realtà terrene.

I fedeli laici impegnati nella politica devono certamente rispettare l’autonomia rettamente intesa delle realtà terrene, così come leggiamo nella Costituzione Gaudium et spes: “E’ di grande importanza, soprattutto in una società pluralistica, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori […]”. Nello stesso tempo – e questo è sentito oggi come urgenza e responsabilità – i fedeli laici devono testimoniare quei valori umani ed evangelici che sono intimamente connessi con l’attività politica stessa, come la libertà e la giustizia, la solidarietà, la dedizione fedele e disinteressata al bene di tutti, lo stile semplice di vita, l’amore preferenziale per i poveri e gli ultimi. Ciò esige che i fedeli laici siano sempre più animati da una reale partecipazione alla vita della Chiesa e illuminati dalla sua dottrina sociale.

Christifideles Laici 42

La nascita e l’avvento del fascismo

Si addensano all’orizzonte nubi grevi, di temporale e di tempesta. Si ha la sensazione dell’imminenza di nuovi sconvolgimenti …

Achille Grandi

Nel 1919-20 – gli anni delle aspre e sanguinose lotte dei contadini e della lunga agitazione degli operai metallurgici sfociata nella occupazione delle fabbriche – Achille Grandi è instancabile protagonista, in Brianza, delle lotte dei cattolici nel settore dei tessili e nelle campagne, ma, insieme agli altri dirigenti della C.I.L., si schiera decisamente contro l’occupazione degli stabilimenti industriali.

1921 A Grandi onorevole

Le elezioni del maggio 1921 – che confermano il successo dei partiti di massa, decretando un primo riconoscimento al neonato Partito Comunista, ma anche una inquietante riuscita dei candidati fascisti – costituiscono una nuova grande affermazione per Grandi.

Grandi concepisce il suo impegno di deputato essenzialmente in funzione delle esigenze e delle istanze dei lavoratori affiliati alla C.I.L. e si adopera alacremente per ottenere leggi e riforme sociali indirizzate al vantaggio delle classi popolari. Per quanto si riferisce alla strategia politica del partito, alle alleanze e agli schieramenti, aderisce completamente alle decisioni della maggioranza e del gruppo dirigente del Partito Popolare. Da qui il suo voto favorevole alla discussa partecipazione dei popolari al debole governo Facta (febbraio-ottobre 1922), del tutto incapace di opporre una valida resistenza al fascismo, e la sua difficoltà nel cogliere da subito e in profondità i drammatici cambiamenti politici in atto.

All’indomani della marcia su Roma, nell’autunno 1922, Achille Grandi è, però, tra i pochi deputati del Partito Popolare che non votano a favore del primo governo Mussolini, a cui prendono parte, invece, alcuni rappresentanti popolari, nell’illusione che, una volta al potere, il fascismo si sarebbe lasciato addomesticare.

Articolo di Achille Grandi dal titolo “DITTATURA O PARLAMENTO?” pubblicato il 23 novembre 1922 su “IL CITTADINO”, settimanale cattolico di Monza

Il discorso col quale il nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri on. Mussolini ha voluto glorificare e giustificare il colpo di stato compiuto dal Fascismo dinnanzi alla Camera dei Deputati è stato variamente commentato. Ma nessuno potrà mai distruggere l’impressione che io ed altri miei colleghi abbiamo riportato, e cioè l’offesa all’Istituto parlamentare, il migliore ed unico presidio di libertà che abbia il popolo italiano.

L’on. Mussolini ha tendenze dittatoriali. Esse sono incoraggiate dal suo passato, dalla sua fede, dal suo ingegno, dal rapido, insperato forse, grandissimo successo. Il Parlamento, già da lui definito nel discorso di Napoli “il giocattolo del popolo italiano”, poteva essere ridotto nella sua “aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”, ed inoltre lui, Mussolini (non la Corona), poteva “sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti”.  Ed ancora: “Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”.

Bisogna convenire che l’on. Mussolini non poteva essere più chiaro di così, ma insieme constatare che egli doveva risparmiare all’Assemblea elettiva la inutile offesa. Tanto valeva proclamare col suo governo fascista o di coalizione che la XXVI legislatura era finita, e risparmiare l’atto che, per suprema ironia, ha voluto chiamare formale deferenza.

La verità è che l’attuale Camera dei Deputati è morta, e che ogni suo atto è privo per ogni cittadino del valore essenziale, perché compiuto senza che il governo del Re lo ritenga necessario, e perché mancante della sua ragione fondamentale: la libertà!

Achille Grandi

Milizia

Le violenze e le repressioni squadriste determinano la crisi drammatica delle organizzazioni sindacali e il giornale della C.I.L., “Il Domani Sociale”, pubblica regolarmente una rubrica dal titolo Il nostro martirologio che denuncia le sopraffazioni subite. Nel frattempo Grandi tenta più volte, insieme a sindacalisti e popolari, la strada della protesta per via istituzionale.

Mentre il Partito Popolare continua – in modo sempre più tormentato e contestato – a collaborare al governo fascista, le violenze crescono anche contro gli stessi popolari, come testimonia l’assassinio dell’arciprete di Argenta don Giovanni Minzoni, ucciso a bastonate il 24 agosto 1923.

Occorrerà che avvenga l’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, il 10 giugno 1924, per scuotere definitivamente le coscienze e coagulare le forze antifasciste per tentare un’azione di resistenza e di opposizione. Achille Grandi sceglie con altri parlamentari (popolari, socialisti, demosociali, repubblicani e comunisti) la strada della secessione parlamentare, che prende il nome di Aventino, un gesto carico di tensione ideale e morale – e per questo sempre difeso da Grandi – ma che non riesce a tradurre in reale alternativa politica la sua denuncia contro Mussolini.

Palazzo_Vidoni_Roma

Il 2 ottobre 1925 il Patto di Palazzo Vidoni tra la Confindustria e la Confederazione delle Corporazioni fasciste sanziona formalmente l’attribuzione della rappresentanza esclusiva dei lavoratori ai sindacati fascisti. Pochi mesi dopo, la legge sindacale Rocco del 3 aprile 1926 sopprime il diritto di sciopero e di organizzazione, riconoscendo personalità giuridica e rappresentatività a un unico sindacato di lavoratori e di datori di lavoro per ogni categoria, che deve dar prova di “sicura fede nazionale”. Le associazioni sindacali non legalmente riconosciute possono continuare a sussistere come “associazioni di fatto”.

Le tensioni con Vaticano e Azione Cattolica e la fine della C.I.L.

La conclusione dell’esperienza della C.I.L. – come del resto la fine del Partito Popolare – appare profondamente legata all’evoluzione dei rapporti tra la Santa Sede e il fascismo; in particolare appare segnata dall’esigenza, avvertita dal Vaticano, di poter gestire in prima persona i rapporti con il nuovo regime. Già dal 1922 era stata iniziata, per volontà del nuovo pontefice Pio XI, una riforma dell’Azione Cattolica, che ne riorganizzava i vari rami subordinandoli direttamente alla gerarchia ecclesiastica. Tale operazione segna naturalmente in modo rilevante i rapporti tra la nuova struttura e le organizzazioni sindacali e politiche dei cattolici allora esistenti.

Luigi_Sturzo

Il Partito Popolare, in primo luogo, viene invitato a sciogliersi e Luigi Sturzo a dimettersi da segretario politico e poi a prendere, il 25 ottobre del 1924, la via dell’esilio. Si va addensandosi poi una crescente freddezza nei confronti della C.I.L. da parte dell’Azione Cattolica, il cui aiuto economico era indispensabile per la stessa sopravvivenza dell’organizzazione sindacale.

Nella primavera del 1925 si costituisce l’I.C.A.S., l’Istituto Cattolico Attività Sociali, ideato dalla Giunta centrale di Azione Cattolica con lo scopo evidente di riaffermare la guida e il controllo di tutto il movimento sociale cattolico da parte dell’AC stessa. La sorte della C.I.L. è ormai segnata e, già nel corso della discussione in Parlamento della legge Rocco, l’Azione Cattolica consiglia i propri organizzati a entrare nel nuovo sindacato fascista, abbandonando così il sindacato bianco – la cui esistenza veniva giudicata “superflua” – al suo destino.

Grandi, consigliato da Sturzo, continua per qualche tempo ad impegnarsi per mantenere in vita la C.I.L., pur nei limiti di associazione di fatto, con compiti di studio, di assistenza e di consulenza, come permette la legge sindacale del 1926. Infine, dopo lo scioglimento della C.G.L. per decreto ministeriale alla fine del 1926, informato che è pronto anche il decreto di scioglimento della C.I.L. decide la chiusura di ogni attività della organizzazione bianca.

La vicenda si conclude con un ultimo gesto di responsabilità e di rigore: Grandi stesso sborsa infatti di tasca propria la cifra, rilevante per il tempo, di ventimila lire per saldare debiti e pendenze – soprattutto nei confronti degli impiegati – che la Confederazione aveva lasciato negli ultimi mesi.

1925 A Grandi Madesimo 3

Viviamo tempi difficili: sono tempi in cui non basta solo “souffrir pour l’église”, ma è necessario anche “souffrir par l’église”.

Giovanni Battista Montini

La conclusione dell’attività della C.I.L. fu una scelta profondamente sofferta, la sconfitta di un’esperienza in cui si racchiudeva il senso stesso della vita di Achille Grandi. All’amarezza per l’affermarsi del fascismo, si univa il dolore per l’incomprensione mostrata dalla gerarchia e dall’Azione Cattolica nei confronti del ruolo del sindacato. Tuttavia non ci fu in lui ribellione, ma piuttosto una sorta di distacco dalle cose terrene, un senso di precarietà dell’esperienza umana, che si traduceva nelle parole dense di fede del suo testamento spirituale, scritto il 2 agosto 1926.

[…] Sono nato e cresciuto e intendo morire nella Religione Cattolica, Apostolica, Romana, nella fedeltà e nell’ossequio agli insegnamenti della Chiesa Cattolica e del Sommo Pontefice, Vicario di Gesù Cristo in terra.

Chiedo a Dio perdono delle mie colpe, e di quanto non ho potuto compiere per la gloria sua e della Chiesa.

Ho amato la mia patria l’Italia, e la causa del popolo lavoratore, e le ho servite fedelmente e desidero l’una e l’altra congiunte nella grandezza e nella giustizia della pace sociale cristiana […].

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