Giovanni Battista Montini e le ACLI. Il giovane Montini: Le radici di un protagonista del ‘900

Giovanni Battista Montini nacque il 26 settembre 1897 a Concesio, un piccolo paese all’imbocco della Val Trompia, a nord di Brescia, dove la famiglia Montini, di estrazione borghese, aveva una casa per le ferie estive.  I genitori, l’avvocato Giorgio Montini e Giuditta Alghisi, si erano sposati nel 1895 ed ebbero tre figli: Lodovico, nato nel 1896, che divenne avvocato, deputato e senatore della Repubblica, Giovanni Battista e, nel 1900, Francesco, medico.

20180609 gb montini 1Giorgio Montini, il padre

Il padre di Giovanni Battista Montini, Giorgio, era direttore di un quotidiano cattolico bresciano. Sono gli anni dell’Opera dei congressi e il cattolicesimo bresciano era tutto un fiorire di iniziative: le cooperative sociali, le casse rurali, le scuole e, appunto, la stampa (nascono in quel periodo tutti i settimanali diocesani). Giorgio Montini era un giornalista impegnato nel sociale.

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Laureatosi in legge all’università di Padova nel 1882, fu direttore, dal 1881 al 1911, del Cittadino di Brescia, quotidiano cattolico della Provincia di Brescia. Dal 1913 al 1920 fu assessore del comune di Brescia. Subito dopo il lancio dell’appello di don Luigi Sturzo «a tutti gli uomini liberi e forti», che segnò l’avvio del Partito popolare italiano (PPI), Montini, insieme con altri amici fondò il Partito popolare a Brescia. Venne eletto deputato per tre legislature, la prima volta nel 1919, diventando compagno di partito di Achille Grandi.

Quando il Partito Popolare Italiano si divise tra i sostenitori del nuovo governo di Mussolini e i relativi oppositori, Giorgio Montini parteggiò per questi ultimi, venendo escluso dall’attività parlamentare dal 1926 quando il Duce decise di sopprimere tutti i partiti politici ad eccezione di quello fascista. Da questo momento in poi abbandonò le proprie aspirazioni politiche ritirandosi a vita privata a Concesio ove comunque continuò a scrivere circa il pensiero cattolico.

Immensa è la stima di Giovanni Battista per i genitori:

A mio padre devo gli esempi di coraggio. Il suo insegnamento può riassumersi in una parola: “essere testimone”. A mia madre devo il senso di raccoglimento della vita interiore, della meditazione, della preghiera.

G. B. Montini da una lettera a Jacques Maritain

L’esempio del padre Giorgio fu molto importante anche per i fratelli di Giovanni Battista, in particolare per il maggiore dei Montini, Lodovico, deputato e senatore democristiano e membro dell’Assemblea Costituente, oltre che membro della prima presidenza ACLI e ricordato da Achille Grandi tra i fondatori: «Per la storia sarà bene ricordare che il nome di “Acli” fu trovato dell’avvocato Vittorino Veronese, presidente dell’Icas che collaborò intensamente al sorgere delle Acli; oltre all’avv. Veronese e a mons. Borghino, l’avvocato Ludovico Montini e i miei immediati collaboratori sindacali e cioè Pastore, Giannitelli, Bellotti, Cuzzaniti, il povero Frascatani ed altri».

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Non si capisce Montini-Paolo VI se non si ritorna a questo ambiente per capire come l’impegno per i cattolici non era visto come un collateralismo alla politica, non era un mischiare fede e politica, ma era una fede che diventava un impegno sociale che aveva contribuito a fare molto per l’Italia post-unitaria, aveva contribuito a salvare vite umane, a dare lavoro e dignità a tanti strati della popolazione.

L’associazione studentesca Alessandro Manzoni

Fondata nel 1909, l’Associazione Alessandro Manzoni aveva per scopo di raccogliere giovani sia liceali sia universitari per dare loro una formazione sulla base dei principi del cristianesimo. Giovanni Battista cominciò a frequentare questo ambiente, insieme al fratello Lodovico, a partire dall’anno scolastico 1911-1912. Fu l’occasione di rafforzare e di coltivare alcune relazioni importanti, come quella con Andrea Trebeschi, il suo grande amico e corrispondente degli anni giovanili. Nel giugno del 1918 essi diedero vita ad un giornale intitolato «La Fionda», diretto da Trebeschi e al quale Giovanni Battista collaborò con fervore, «stendendo note e recensioni che ben riflettevano la sua sensibilità religiosa e la sua volontà di azione sociale».
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Padre Giulio Bevilacqua

Nato nel 1881, di origine veronese, Giulio Bevilacqua era uno dei padri di San Filippo Neri che i fratelli Montini avevano conosciuto da quando avevano cominciato a frequentare l’Oratorio della pace di Brescia.

A Verona la grande personalità di mons. Mancini e la sua concreta opera sociale influirono sul giovane Bevilacqua che, terminati gli studi liceali, si recò all’università di Lovanio, in Belgio, dove conscio dell’urgenza di tanti nuovi problemi si iscrisse all’Istituto di Scienze Sociali. Qui conobbe ed ebbe come insegnante il futuro Cardinale Desiderato Mercier, una personalità che incise sull’animo e sulla formazione di Bevilacqua. Nel 1905 si laureò con una tesi assolutamente nuova a quei tempi, sulla legislazione operaia in Italia.

Il Bevilacqua tornò in Italia con un orientamento sacerdotale. Si presentò dai Padri Filippini di Brescia chiedendo di poter entrare a far parte della Congregazione. Venne ordinato sacerdote da S. E. Mons. Corna Pellegrini il 13 giugno 1908. La sua vita filippina lo portò in due direzioni: l’istruzione religiosa dei giovani studenti (tra cui Giovanni Battista Montini) e il decoro del culto liturgico. A poco a poco la gamma dei suoi interessi toccò il problema religioso come quello culturale, quello sociale come quello liturgico.
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Nel 1915 insistette per arruolarsi per seguire i suoi giovani chiamati alla grande guerra. Dopo un primo rifiuto la richiesta venne accettata e combatté come ufficiale alpino sul fronte di guerra prima di essere fatto prigioniero. Dopo undici mesi di prigionia, il 6 novembre 1918, Padre Bevilacqua tornò a Brescia e riprese la sua opera. Importanti punti di riferimento per i giovani furono le posizioni che Padre Giulio Bevilacqua prese nei riguardi del bolscevismo e del fascismo. Del primo dichiarò la sostanziale debolezza interna, del secondo riconobbe subito la inconciliabilità con i principi cristiani. Nel 1928, il giorno dell’Epifania fu costretto a lasciare Brescia per sfuggire alla persecuzione dei fascisti. Arrivò a Roma e trovò asilo nelle casa dell’amico don Giovanni Battista Montini.

Il teologo domenicano Mariano Cordovani

L’incontro di Montini con il teologo domenicano Mariano Cordovani doveva rivelarsi determinante.

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Padre Cordovani era stato un maestro per i giovani della sua generazione perché aveva saputo raccogliere l’eredità di Leone XIII, il quale aveva invitato, di fronte all’impasse del pensiero moderno, a ritornare a «questo faro di luce che si chiama filosofia scolastica». In questo senso, egli era stato «discepolo e imitatore del suo maestro: San Tommaso» che non aveva rifiutato il confronto con i sistemi di pensiero non cristiani del suo tempo.

La cultura cattolica francese e Jacques Maritain

L’Italia, però, all’inizio degli anni Venti aveva cessato di essere il cuore della rinascita tomistica quale era stata durante l’Ottocento. Il centro di gravità degli studi tomistici si era spostato, già prima della guerra, in Francia e in altre aree francofone (Friburgo, Lovanio). L’influenza della cultura cattolica francese nella formazione intellettuale del giovane Montini fu preponderante.

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Il soggiorno parigino dell’estate 1924 fu determinante. Il tomismo di Jacques Maritain era allora una filosofia che andava di moda nei salotti letterari della capitale. La casa del filosofo a Meudon era divenuta luogo importante della vita intellettuale del cattolicesimo transalpino. Un volume del pensatore francese attira l’attenzione di Montini: Trois Réformateurs: Luther, Descartes, Rousseau, pubblicato da Plon nel 1925. Tre anni più tardi il libro usciva in traduzione italiana per conto di una nuova casa editrice cattolica, la Morcelliana di Brescia, con una prefazione del suo traduttore Giovanni Battista Montini datata Epifania 1928.

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