Forza (e debolezza) di una prodigiosa memoria

dal profilo facebook di fratel Ignazio de Francesco, monaco della Piccola famiglia dell’Annunziata.

Appena fuori da al-Azhar m’imbatto in un gruppo di ragazzini freschi come rose nell’afa spaventosa del Cairo. Sono appena usciti dalla loro scuola coranica, dove hanno trascorso il pomeriggio a mandare a memoria versetti su versetti. Un esercizio della testa che sembra averli riempiti di un’energia e allegria incontenibili. Uno di loro mi spiega compìto e in un arabo perfetto (lo studio del Corano contribuisce potentemente a radicare la lingua letteraria in tutti gli strati sociali) che il Libro è stampato nei cuori e solo secondariamente sulla carta. Dagli inizi dell’islam ogni generazione di musulmani ha dunque il sacro dovere di apprendere il testo sacro e tramandarlo oralmente a quella successiva. Tra loro, mi dicono, c’è chi sa già due terzi del Corano, altri la metà o poco meno, tutti vogliono arrivare a poterlo recitare integralmente. La cosa mi stupisce e aumenta in me l’imbarazzo per la figuraccia di qualche giorno prima.

“Ma come, non ti viene in mente proprio nulla?”. Frugo disperatamente nella memoria ma non mi riesce di cavarci un solo versetto del Vangelo così come sta scritto, dalla prima parola all’ultima. La visita alla moschea dell’imam al-Shafi’i si sta trasformando in un incubo. Da tre anni mi occupo di questo personaggio, uno dei grandi capiscuola del diritto musulmano e a mio avviso una delle menti più geniali della nostra comune civiltà mediterranea.

Uno shaykh mi adocchia mentre mi aggiro con un amico intorno alla tomba del Maestro e c’invita a prendere il tè nel suo ufficio. Tutto benissimo sino a quando, parlando dei rispettivi libri sacri, non mi chiede a sorpresa di cantargli qualcosa del mio, a memoria ovviamente. Vado in panico. Il monachesimo orientale ha una tradizione antichissima di memorizzazione, e in quello egiziano è uno dei pilastri della formazione dei novizi. Io però mii rendo conto tra i sudori che salgono di possedere solo una “memoria esterna”, su carta o più recentemente digitale. Il “disco rigido” nella testa sembra essere resettato dagli effetti di una rivolta contro l’esercizio mnemonico che risale alle scuole dell’obbligo.

Che quel tipo di esercizio rimanga fondamentale nell’islam lo dimostra, tra tante altre prove, il nuovo programma di religione per le scuole della Giordania, licenziato tra il 2014 e il 2017. Se singoli versetti del Corano sono diffusi in gran numero in tutto il percorso educativo, a supporto della trattazione di specifici argomenti, ciò che balza all’occhio è la frequenza di intere pericopi introdotte all’inizio o alla fine di una lezione. Qui la funzione principale è la recitazione e, almeno potenzialmente, la memorizzazione. Ho contato 190 lezioni di questo tipo, pari a un terzo dell’intero programma.

L’importanza della pura recitazione del testo risulta maggiormente in rilievo se si considera che 77 lezioni (vale a dire oltre il 40% del gruppo indicato) sono dedicate allo studio della tecnica vocale, volta ad affinare la pronuncia del testo sacro, arte che com’è noto ha regole minute e inquadrate in una disciplina specifica, quella del tajwid. Il messaggio trasmesso agli studenti sembra chiaro: il Corano è anzitutto un libro da memorizzare e recitare, e la pura recitazione è in sé un atto di culto. Il corso propone dunque la recitazione di 2643 versetti (oltre il 40% del Libro), con lettura integrale di 54 sure, da quelle più brevi, proposte nelle prime classi, sino a sure lunghe, suddivise ovviamente in più lezioni. Altre 24 sure sono lette in modo parziale.

La memorizzazione è costitutiva dell’esperienza religiosa del musulmano. Una grande forza, la memoria. Ma ogni pregio ha il suo rovescio.

L’aula magna della facoltà di sociologia, a Damasco, è percorsa da un brusio di disapprovazione, ma l’oratore non retrocede di un passo. È un docente rinomato, che interviene in un convegno sul “miglioramento del sistema educativo”. In una mattinata di conferenze piuttosto sonnacchiose getta un sasso che fa sobbalzare tutti: “Non ho nulla contro la memorizzazione del Corano a partire dalla prima elementare, però dico che questo tipo di esercizio mnemonico ha risvolti assai negativi sulle capacità di apprendimento dei ragazzi. La gran parte di loro finisce per applicare lo stesso metodo del Corano a tutte le altre materie: letteratura, storia, scienze ecc. Tutto a memoria, ridottissima capacità di analisi, di riflessione personale, nessuno si avventura a dire qualcosa fuori dal testo, a ricavare un’osservazione originale, io vi dico che bisogna avere il coraggio di mettere un limite al talqin!”. Talqin in arabo significa “inculcare”, a forza di ripetizione, singole parole, frasi, lunghi testi, libri. A parlare in questo modo è un musulmano.

Ignazio de Francesco

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