«Fraternità, sviluppo economico e società civile». Commento della COREIS al terzo capitolo della “Caritas in veritate”

da Coreis.it, il sito della COREIS (Comunità Religiosa Islamica Italiana), una comunità islamica nel cuore dell’occidente.

Nel 2006 il World Economic Forum ha invitato il Vice Presidente della COREIS Yahya Pallavicini a partecipare alla piattaforma C-100 West-Islamic Dialogue in preparazione all’incontro mondiale annuale con i protagonisti del mondo politico, economico, finanziario e commerciale a Davos e al successivo incontro sul Medio Oriente a Sharm el Sheikh in Egitto. Da questi incontri si è costituito un nuovo gruppo di lavoro della COREIS che ha elaborato un commento al terzo capitolo “Fraternità, Sviluppo Economico e Società Civile” dell’enciclica di Papa Benedetto XVI “Caritas in Veritate”.

Nella recente enciclica “Caritas in Veritate”, Papa Benedetto XVI esprime un accorato appello, indirizzato non solo al mondo cattolico, ma a “tutti gli uomini di buona volontà”, riconoscendo che “anche altre culture e altre religioni insegnano la fratellanza e la pace e quindi sono di grande importanza per lo sviluppo umano integrale”, e che “in tutte le culture ci sono singolari e molteplici convergenze etiche, espressione della medesima natura umana, voluta dal Creatore”.

In modo particolare, il capitolo terzo, intitolato “Fraternità, Sviluppo Economico e Società Civile”, intende ribadire la dignità umana nella sua dimensione di fede e conoscenza, permettendo di oltrepassare i limiti di una “visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza”. Se “talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere l’artefice di se stesso, della sua vita e della società”, lo fa perché cade vittima di una semplice “presunzione”, di quell’orgoglio da sempre stigmatizzato da tutte le grandi religioni dell’umanità.

La Commissione Finanza Islamica e il Comitato Etico Halal Italia della CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) ITALIANA riconoscono pertanto in questi richiami dell’Enciclica papale la più stretta assonanza con gli autentici principi ispiratori della tradizione islamica. L’intento di creare sinergie tra etica, politica, economia, finanza, commercio e i valori universali presenti nelle tre grandi religioni del monoteismo abramico – Ebraismo, Cristianesimo e Islam – rappresenta in realtà la svolta di un percorso da noi iniziato già alcuni anni fa.

D’altra parte, la naturale vicinanza fra la sensibilità religiosa cristiana e islamica è stata di recente sottolineata anche da parte cattolica con un rinnovato interesse per i princìpi dell’economia islamica, di cui hanno trattato diverse testate quali L’Osservatore romano, Civiltà cattolica, Vita e Pensiero, mentre è evidente l’interesse delle istituzioni verso la finanza islamica, alla quale si guarda in cerca di possibili soluzioni alternative alla consueta visione economico-finanziaria occidentale. Si parla di creare in Italia un comitato che fa capo a Bankitalia, al Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini e al Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti, costituito per affrontare la tematica relativa ai requisiti da richiedere alle Istituzioni Finanziarie per regolamentare l’apertura di sportelli bancari islamici in Italia. Ne sono interessate sia le banche
estere comunitarie o extracomunitarie che già operano islamicamente, sia le banche italiane che potrebbero emettere bond islamici (sukuk) e altri strumenti per rispondere alle nuove esigenze della clientela. Pensiamo, per esempio, al mutuo islamico, già messo a punto in diversi paesi europei e che comporta in Italia l’introduzione di un’esenzione fiscale da approvare per legge.

Resta comunque al centro della scena la necessità di fornire un inquadramento etico all’economia, che rischia di diventare sempre più selvaggia e di far perdere la fiducia da parte di piccoli e grandi investitori nei confronti delle imprese e degli enti finanziari, conducendo a un aggravamento della crisi e a ripercussioni irreversibili, come per esempio quelle in corso nell’ambito della previdenza sociale. Se, infatti, come sottolinea il Papa, l’economia e il mercato sono caratterizzati dai principi della cosiddetta “giustizia commutativa”, che disciplina i rapporti degli scambi commerciali, la
ricerca di una “giustizia distributiva” non può essere certo affidata alle regole del mercato, “che non può contare solo su se stesso perché non è in grado di produrre da sé ciò che va oltre le sue possibilità”.

La recente crisi finanziaria, che ha visto un crollo economico a livello quasi planetario, dovrebbe costituire un’ulteriore riprova dell’impossibilità di fondare una presunta società del benessere sulle sole regole di mercato, escludendo ogni “trascendenza”, ogni prospettiva “metafisica” e religiosa, come ben espresso dal Pontefice: “Si tratta di un impegno che non può essere svolto dalle sole scienze sociali, in quanto richiede l’apporto di saperi come la metafisica e la teologia, per cogliere in maniera illuminata la dignità trascendente dell’uomo”.

In altri termini, come il mercato non può trovare in se stesso dei meta-princìpi che lo disciplinino secondo la natura e la funzione che Dio ha affidato in terra all’uomo, così la moneta e il capitale non possono costituire un valore in sé a prescindere dalle finalità, dalle azioni e dalle realtà che sottendono il loro impiego.

“Pecunia non parit pecuniam”

L’etica islamica, nella prospettiva che gli è propria fin dalle origini, non fa che sviluppare i princìpi comuni alla civiltà abramica nel suo insieme, volti alla “soddisfazione congiunta dei bisogni materiali e spirituali”. Per esempio, il divieto islamico del prestito a interesse (ribâ) era presente anche nel Cristianesimo antico, quando già nel IV e V secolo i Padri della Chiesa, sia greci che latini, vi si opposero strenuamente, richiamandosi, oltre all’Antico Testamento, allo stesso Vangelo (Lc VI,35). Dice a tal proposito il Corano: “Iddio ha permesso il commercio e proibito l’usura”, e anche: “O voi che credete, temete Dio e rinunciate ai profitti dell’usura, se siete credenti”.

Anche il mondo ellenico classico che, come afferma il Papa, fu elemento essenziale per la
costituzione della civiltà cristiana a seguito “dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione”, vedeva nella moneta solo un mezzo simbolico di scambio, l’unità di misura fra due beni tra loro altrimenti incomparabili, che non poteva a propria volta essere misurata e fatta oggetto di tale scambio e quindi venduta o comprata come fosse a sua volta una merce. “Nella dottrina islamica, come nella critica aristotelica alla crematistica, la moneta in sé deve essere improduttiva. Il denaro deve svolgere soltanto la funzione di mezzo di pagamento e unità di conto”.

I grandi filosofi dell’antica Grecia analizzarono con interesse il problema dell’uso della moneta, evidenziandone soprattutto gli aspetti negativi. Se nella Repubblica Platone esprime una condanna assoluta all’uso improprio del denaro, Aristotele afferma chiaramente che la vera funzione della moneta è quella che si ha nello scambio e non nell’accrescimento mediante l’interesse. La moneta è, per sua natura, “sterile”: Pecunia non parit pecuniam riporta un detto medievale, “il denaro non genera denaro”.

“Interesse” reale e responsabilità di impresa

Un risvolto pratico di tale principio riguarda un tema di estrema attualità come quello, oggi molto discusso, della responsabilità di impresa. Il divieto di interesse, infatti, implica, per esempio, che chi presta il denaro sia consapevole dell’utilizzo che ne viene fatto e partecipi ai risultati dell’impresa, tanto negli utili che nelle eventuali perdite.

Anche nel caso delle Istituzioni Finanziarie Islamiche (IFI), è comunque necessaria la partecipazione responsabile del credente innanzitutto sul piano delle intenzioni. Vi è chi partecipa con le proprie competenze e con il proprio tempo e lavoro e chi partecipa solo per mezzo delle proprie risorse; entrambi devono però essere uniti nella stessa responsabilità di perseguire una medesima finalità concreta e condivisa.

Anche in questo senso è interessante notare come lo stesso Pontefice affermi che “sempre meno le imprese, grazie alla crescita di dimensione e al bisogno di sempre maggiori capitali, fanno capo a un imprenditore stabile che si senta responsabile a lungo termine, e non solo a breve, della vita e dei risultati della sua impresa, e sempre meno dipendono da un unico territorio. Inoltre, la cosiddetta delocalizzazione dell’attività produttiva può attenuare nell’imprenditore il senso di responsabilità nei confronti di portatori di interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente naturale e la più ampia società circostante”.

È ormai indubbio che sia sempre più urgente il recupero di una maggiore “fiducia reciproca e generalizzata” negli scambi commerciali, intesa anche da Benedetto XVI come principio cardine sul quale si deve basare il mercato stesso. Anche il divieto di ribâ, interesse, nasce dalla necessità, nella finanza islamica, di legare ogni profitto a una forma reale di lavoro e a rapporti di reciproca collaborazione e fiducia tra gli uomini: si tratta pertanto di un principio spirituale imprescindibile e volto da sempre ad arginare la creazione di un mondo virtuale e parallelo di speculazione “delocalizzata”, che ha raggiunto oggi, nell’esasperazione di certi modelli finanziari basati unicamente sull’interesse, livelli veramente parossistici.

Già un anno fa Christine Lagarde, Ministro dell’Economia Francese, nel paese laico per eccellenza, di fronte alla grave crisi generata da un sistema economico al collasso, aveva in proposito dichiarato: “La finanza islamica presenta vari vantaggi, soprattutto perché condanna la speculazione”.

Su queste stesse basi, un altro aspetto fondamentale della legislazione islamica riguarda il divieto di fondare l’economia sulla libera concorrenza, spingendo invece i credenti a edificarla sulla mutua collaborazione. Più precisamente l’Islam ammette la legge della domanda e dell’offerta, ma il capitale impiegato in un affare economico si lega esclusivamente all’acquisto dei mezzi di produzione e agli altri costi vivi per il conseguimento di un successo economico e non alla messa a frutto di interessi o di speculazioni finanziarie.

A tale proposito, la collaborazione con i lavoratori, a cui si deve corrispondere un giusto salario, assume un’importanza rilevante, in quanto attraverso la produzione di beni o servizi essi contribuiscono attivamente all’effettivo rendimento del capitale impiegato e al successo dell’operazione imprenditoriale, unico vero “interesse” reale di tutti.

Caritas e legge religiosa

Se il Papa insiste molto sulla necessità di vivificare l’economia anche grazie alla capacità di donare dei singoli individui, al di là della funzione ridistributiva degli Stati, anche nell’Islam sono ben presenti queste due dimensioni, quella della decima rituale obbligatoria, zakāt, terzo dei cinque pilastri rituali islamici, che viene poi ridistribuita secondo precise leggi sacrali, e quella dell’elemosina individuale, sadaqah. Queste due possibilità non si riferiscono esclusivamente all’ambito materiale, ma includono la carità in generale verso le altre creature, operando una purificazione dei beni del donatore e liberandolo persino dal subdolo rischio di inorgoglirsi per le sue stesse azioni di carità.

La legge islamica prevede anche che zakāt e sadaqah possano essere istituzionalizzate in un woaf, ovvero in un’associazione imprenditoriale che provvede a far fruttare un bene e quindi a donarne il ricavato ai poveri. In altri termini il woaf è una “sadaqah jâriyah”, un’elemosina continua, secondo il commento dell’Imam An-Nawawi al relativo hadīth i cui effetti benefici e l’utilità si accrescono durante tutta la vita del donatore, e il cui parallelo in ambito cattolico sono, per esempio, le Fondazioni per le Opere pie.

Nei secoli passati si sono voluti in Occidente dimenticare tali princìpi di economia presenti nelle religioni, considerandoli infine, in tempi moderni, come il retaggio di un pensiero arcaico. Non si tratta tuttavia di “tornare indietro” verso anacronistiche e ideali restaurazioni, bensì, proprio sulla scorta del richiamo di Benedetto XVI, di considerare il reale contributo che una sensibilità religiosa può concretamente offrire anche in ambiti come quello economico.

Piuttosto che implementare parti della Sharīʿa all’interno dell’attuale ordinamento economico, si tratta infatti di chiedere ai legislatori di considerare con dovuta attenzione anche l’apporto che economisti, tecnici e saggi dell’Islam possono dare per una visione più ampia dei problemi connessi al processo di globalizzazione e della sua Governance.

Non si tratta dunque di inserire regole islamiche in un mondo che non potrà mai essere islamico nella sua totalità, ma piuttosto di beneficiare anche della saggezza racchiusa nella prospettiva islamica sull’economia.

Ciò si confà perfettamente a quella richiesta di cambiamento delle regole che hanno finora modellato il sistema economico mondiale, cambiamento invocato da tutte le parti in causa e manifestato da voci come quella del Presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, o, in Italia, dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che ha più volte rimarcato la necessità di rinnovare le regole e di condurre a una nuova Bretton Woods, la conferenza internazionale che nel 1944 plasmò il nuovo volto economico finanziario resosi necessario al termine della seconda Guerra Mondiale. Si tratta insomma di andare verso una nuova etica economica che tenga conto delle esigenze dei molteplici soggetti sociali che ne fanno parte.

Quando il Ministro propone soluzioni innovative per il lavoro, come quella di far partecipare i lavoratori all’imprenditorialità dell’azienda, legandone la remunerazione agli utili “anziché solo alla gestione”, sembra promuovere davvero qualcosa di nuovo.

L’Islam, al di là di ogni mistificazione fondamentalista, può offrire però qualcosa di più, una visione più che soltanto “morale”, fondata su principi di equità e di ricerca del bene per l’umanità intera che travalicano il semplice piano materiale.

Tuttavia, senza un’intenzione retta e sincera, lo stesso modello islamico rischia infatti di essere strumentalizzato e di divenire controproducente, e la pretesa da parte di alcuni movimenti radicali di restaurare un presunto “neo califfato” islamico è quanto vi possa essere di più distante dalla vera ortodossia, fondata sull’accettazione della realtà come manifestazione della Volontà divina e sull’intelligenza nel saper adattare i principi spirituali eterni alle varie epoche e alle situazioni sempre mutevoli.

Interesse “globale”

L’economia può rappresentare allora un terreno privilegiato di scambio e collaborazione fra i popoli e fra le guide spirituali e le autorità governative mondiali. La dimensione operativa che l’autentica spiritualità reca necessariamente con sé è divenuta sempre più necessaria per una riqualificazione degli scambi e delle relazioni fra gli uomini.

Il modo di condurre le relazioni e gli scambi economici deriva infatti strettamente dalla visione del mondo dei singoli individui e delle comunità di cui fanno parte; i diversi approcci economici sono di fatto aspetti dei diversi approcci conoscitivi legati alle varie appartenenze religiose o ai vari sistemi scientifici e filosofici. Non vi è dunque un solo modello, e tutti possono e devono convivere insieme, trovando delle basi etiche comuni che si riferiscano alla Verità ultima che ogni sistema etico deve mantenere, non potendo sostituirsi alla Verità da cui deriva.

Proprio con questa finalità, all’inizio del 2009, il Presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso ha invitato il Direttore del Comitato Etico di HalalItalia, l’Imam Yahya Pallavicini, a partecipare a Bruxelles alla riunione dei Leader Religiosi Europei sul tema “La crisi economica e finanziaria: contributi etici per la gestione economica europea e globale”. Ha concluso i lavori il Commissario per gli Affari Economici e Monetari Joaquin Almunia.

Come risultato di questa sensibilizzazione istituzionale, la CO.RE.IS. ha costituito un Comitato scientifico sulla finanza islamica che riunisce esperti musulmani italiani di Economia e Commercio, ricercatori delle Università di Milano, Torino, Venezia, Genova e Bologna, dipendenti dell’ENI, del Gruppo Intesa San Paolo, delle Assicurazioni UGF Unipol, il cui scopo è quello di studiare e sviluppare prodotti finanziari eticamente connotati per il mercato europeo e per il grande pubblico musulmano, favorendo così il dialogo e le relazioni tra le civiltà del Mediterraneo.

Noi musulmani italiani ed europei siamo pienamente consapevoli del fatto che oggi l’umanità chiede un nuovo approccio per affrontare le sfide di un mondo sempre più globalizzato e impersonale, e condividiamo pienamente il richiamo del Pontefice a non subire passivamente il fenomeno della globalizzazione, onorando invece le proprie responsabilità anche laddove l’impersonalità dei mercati dia l’illusione che si possa prescindere dalla sincerità delle intenzioni.

CO.RE.IS (Comunità Religiosa Islamica) ITALIANA

Commissione Finanza Islamica e Comitato Etico HallalItalia

Milano, Ramadan 1430 – Settembre 2009

Il testo “Fraternità, sviluppo economico e società civile. I musulmani italiani rispondono all’appello del Papa rivolto a tutti gli uomini di buona volontà” completo di note in formato pdf

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