Riflessioni su lavoro, precarietà e vita quotidiana: Dall’etica del lavoro all’estetica del consumo

La percezione del mondo, la realtà del lavoro e l’idea di uomo sono legate tra loro, si rivelano reciprocamente e possono dare l’affresco di un’epoca, tanto dell’epoca cosiddetta postmoderna oggi, come di altre età nel passato. Ma come l’intreccio di questi elementi ha portato al nostro tempo?

Può essere interessante e feconda, a questo proposito, la riflessione sociologica e filosofica di Zygmunt Bauman1.

Nel suo saggio Bauman scandisce l’evoluzione della concezione di lavoro e dell’idea di uomo sottostante negli ultimi secoli in due importanti passaggi: l’imporsi dell’etica del lavoro sulla società tradizionale e artigiana e, in seguito, il subentrare, meno conflittuale, dell’estetica del consumo all’etica del lavoro.

L’idea di lavoro in cui si inserì la rivoluzione industriale (e l’etica del lavoro) aveva avuto un processo evolutivo molto lungo: dal lavoro come parte non distinta dal resto della vita, come attività necessaria, ma anche tradizione e rito, alle prime differenziazioni tra tempo del lavoro e tempo del riposo e la divisione del lavoro con la rivoluzione agricola, fino alla definizione di una parte importante dell’identità tramite la professione; un percorso che vide anche il passaggio da un concezione negativa dei lavori servili diffusa nel mondo greco-romano all’ottimismo realista circa il lavoro della cultura giudeo-cristiana.

Spinta dalle esigenze della nascente prima industrializzazione iniziò la “crociata”2 contro la mentalità premoderna diffusa tra le popolazioni europee: “La pericolosa mentalità distorta che l’etica del lavoro doveva contrastare e distruggere consisteva nel ritenere le proprie necessità come un qualcosa di predeterminato e nel desiderare semplicemente di soddisfarle. Una volta fatto questo, non aveva alcun senso, per i lavoratori «tradizionali», continuare a faticare o guadagnare di più: a che scopo, in fondo? C’erano tante altre cose utili e interessanti da fare, attività che non richiedevano denaro e alle quali sarebbe stato difficile o impossibile dedicarsi se si pensava solo a far soldi dalla mattina alla sera. Il livello di vita considerato decente era modesto, prestabilito e visto come una soglia che non era assolutamente necessario oltrepassare, una volta raggiunta. Questo, almeno, era il quadro dipinto dagli imprenditori dell’epoca e dagli economisti che cercavano di giustificare il loro zelo o dai predicatori ansiosi di migliorare il mondo”3. La nuova Weltanschanung usata per combattere le abitudini lavorative tradizionali è l’Etica del lavoro: Ogni volta che sentiamo parlare di etica, possiamo star certi che qualcuno da qualche parte è insoddisfatto del modo in cui altri si comportano e vorrebbe che agissero diversamente. Ciò vale più che mai nel caso dell’etica del lavoro. Da quando è affiorata nella coscienza europea durante le prime fasi della rivoluzione industriale, assumendo varie forme lungo il tortuoso percorso della modernità e della «modernizzazione», è servita a politici, filosofi e predicatori come incitamento o giustificazione dei tentativi di sradicare, con le buone o con le cattive, un’abitudine considerata come il principale ostacolo all’avvento del mondo nuovo che essi intendevano costruire: la tendenza diffusa a evitare, se possibile, la presunta benedizione del lavoro in fabbrica, e la docile sottomissione al ritmo di vita stabilito dai capireparto, dall’orologio e dalle macchine4.

Dopo aver definito sinteticamente e con tratti efficaci l’etica del lavoro (riassumibile nel comandamento che ci impone l’obbligo di lavorare anche se non vediamo cosa potremmo ottenere più di quel che già abbiamo o pensiamo di aver bisogno. Lavorare è bene, non lavorare è male5) Bauman passa a raccontare alcuni aspetti della storia della sua difficile affermazione e della resistenza passiva attuata dalle classi meno abbienti all’inquadramento e alla disciplina della fabbrica. In questo percorso si coglie l’immagine di membro della ideale società industriale: l’uomo produttore. Infatti svolgere un lavoro regolare – alle dipendenze di un padrone che ti dice cosa fare e ti paga per questo – era l’unico modo di acquistare una dignità umana per tutti coloro che venivano guardati con sospetto e non avevano altro mezzo per dimostrare di possederla. E per rimediare a tutti i mali (provvisori) della società, il miglior toccasana consisterva nel mettere tutti all’opera6. Si compie in questo modo quella centralità del lavoro nella vita sociale e dei singoli che è caratteristica fondamentale degli ultimi secoli. E accanto al rischio di considerare pienamente persona solo chi contribuiva alla produzione (cosicchè chi era disoccupato veniva considerato un anormale7), si conclude il processo di sovrapposizione tra professione e identità: il tipo di attività svolta definiva anche la posizione che si poteva raggiungere nell’ambito della propria comunità e del mondo esterno più in generale. Da questo punto di vista era il principale fattore di identità sociale e di autostima. Fatta eccezione per chi poteva permettersi una vita agiata grazie alla ricchezza ereditata o acquisita, alla domanda «chi sei?» chiunque altro rispondeva dicendo dove lavorava e con quali mansioni8.

Il secondo passaggio indicato da Zygmunt Bauman è quello più recente dall’etica del lavoro all’estetica del consumo:“nell’epoca industriale una cosa era assolutamente certa: chiunque doveva essere innanzitutto un produttore, prima di ogni altra cosa. Nella fase attuale della modernità, dobbiamo essere invece innanzitutto dei consumatori, prima di poter pensare di assumere una qualsiasi identità particolare”9. Questa trasformazione investe innanzitutto le modalità di definizione della propria identità (cioè la propria collocazione all’interno dell’ordine esistente) e la strutturazione della società. Per quanto riguarda la propria identità sociale il cambiamento più evidente è il carattere individuale della qualifica di consumatore. Infatti“i produttori possono realizzare la loro vocazione solo collettivamente. L’attività produttiva è infatti uno sforzo collettivo, che presuppone la divisione dei compiti, la cooperazione fra chi la svolge e il coordinamento delle loro funzioni. […] Nel caso dei consumatori avviene esattamente l’opposto. Il consumo è un’attività del tutto individuale e in definitiva solitaria, che stimola e appaga un desiderio basato sempre su una sensazione soggettiva, non facilmente comunicabile. Non esiste nulla di simile a un «consumo collettivo». Per quanto i consumatori possano associarsi in una determinata attività, l’esperienza che ne traggono sarà sempre individuale”10. L’identità di consumatore sarà anche flessibile, variabile, malleabile, cioè instabile, frammentaria e, infine, inesistente: “teoricamente, un consumatore non dovrebbe mai adottare un modello di comportamento rigido e immodificabile, nessun bisogno può dirsi completamente soddisfatto e nessun desiderio può dare un appagamento definitivo. Qualsiasi impegno o giuramento di fedeltà dovrebbero essere provvisori, non durare più del tempo necessario a consumare l’oggetto del desiderio, poiché ciò che conta più di tutto è proprio questa costante mutevolezza”11; infatti, dice Bauman, nella società dei consumi “meglio è dunque assumere identità provvisorie, senza immedesimarsi troppo nel ruolo prescelto, pronti ad abbandonarlo non appena si decida di impersonarne uno nuovo, più brillante o non ancora sperimentato. Forse è più appropriato parlare di identità al plurale visto che la maggior parte degli individui tende ad assumerne più di una nel corso della vita, disfandosi di volta in volta delle vecchie abitudini per non rimanerne schiavi. E probabilmente il termine stesso di «identità» è diventato inutile, poiché occulta più di quanto non illumini l’esperienza di vita più comune: le preoccupazioni per il proprio ruolo sociale sono sempre più alimentate dalla paura di identificarsi troppo in esso con il rischio di non potersene distaccare se necessario”12.

In un mondo dove anche le identità sono generi di consumo13, ciò che conta è la libertà di consumare; ciò che farà dell’uomo consumatore sempre più un membro della società sarà il continuo ampliamento della sua libertà di scelta sul mercato: “La libertà di scegliere crea la scala gerarchica della società dei consumi e delinea il quadro che racchiude le aspirazioni dei suoi membri mossi dal desiderio di migliorare le proprie condizioni e di fare una «bella vita». Quanto più si ha libertà di scelta, e la si può esercitare, tanto più si sale nella gerarchia sociale, accrescendo la propria autostima e riscuotendo il rispetto degli altri”14. È quindi falsa l’accusa che nella società odierna l’unico scopo siano la ricchezza e i soldi, come nell’era capitalista, dove il centro di tutto era il capitale che doveva riprodurre sé stesso. Oggi il denaro è solo il mezzo per abbattere il maggior ostacolo alla libertà di consumare dell’uomo. Tutte le operazioni di accumulo, risparmio e investimento, fatto da un numero ristretto di persone15, sussistono solo perché cresca la «fiducia dei consumatori» e quindi ci sia un continuo «rilancio della domanda», cioè che i consumi crescano costantemente; “viviamo infatti in un mondo basato sulle carte di credito, non sui libretti di risparmio, che privilegia la soddisfazione immediata, non il rinvio”16.

E viviamo in un mondo che sta costruendo, forse inconsapevolmente, il consumatore ideale, senza desiderio e senza soddisfazione, puro consumo: “Il fatto che ogni forma di consumo richieda del tempo è il grande cruccio dei mercati e la sventura della nostra società. Da un punto di vista ideale, la soddisfazione del consumatore dovrebbe essere istantanea, nel duplice senso che l’atto del consumare dovrebbe dare un immediato appagamento, senza alcun indugio, studio o lavoro preparatorio; ma la soddisfazione dovrebbe cessare nel momento in cui il tempo necessario richiesto da questo atto è scaduto, cercando già prima di ridurlo al minimo. E ciò è tanto più possibile quanto più il consumatore non fissa la sua attenzione né polarizza il suo desiderio troppo a lungo su un oggetto; ovvero, quanto più è impaziente e smanioso, e soprattutto facilmente eccitabile e altrettanto incline a perdere interesse”17.

Il mondo fondato sui consumi e la costruzione del soggetto consumatore come descritto da Bauman può rivelare e tollerare solo una società fortemente leggera dal punto di vista normativo, in cui l’entusiasmo per antiproibizionismo e deregulation è alle stelle. A questo proposito il testo più volte citato afferma: “L’unico scopo di qualsiasi norma è quello di condizionare la libertà di scelta degli uomini per limitarla o sopprimerla interamente, ovvero di escludere qualsiasi altra possibilità tranne quella contemplata da essa. Ma l’effetto collaterale di questa soppressione della scelta, e in particolare di quella più abominevole dal punto di vista dell’ordinamento normativo che si tende a imporre – ovvero la scelta a capriccio, casuale e revocabile – equivarrebbe alla soppressione del consumatore: la peggior catastrofe immaginabile per una società basata sul mercato. La regolamentazione normativa è dunque non solo «disfunzionale» e altamente indesiderabile per lo sviluppo di quest’ultimo, ma appare repellente anche per i consumatori. […] Lo «spirito dei consumatori», al pari delle industrie che prosperano su di esso, si ribella a qualsiasi regolamentazione, insofferente a ogni restrizione normativa imposta alla libertà di scelta”18.

Appare evidente come nella società dei consumi ideali non ci sia posto per l’etica del lavoro, come per qualsiasi tipo di etica. Il consumatore deve avere come guida non norme morali che limitino la sua libertà di consumo, ma interessi estetici mutevoli e sempre più ampi. La stessa società si deve fondare sull’estetica e non sull’etica: “Il fattore di integrazione della società, che spesso la salva dalla crisi, è dunque oggi l’estetica, che premia l’esperienza sublime, non l’etica, che accorda un valore supremo al lavoro ben fatto. L’adempimento del dovere ha la sua logica intrinseca, che si estende nel tempo e lo struttura, dandogli un senso e giustificando, ad esempio, l’accumulazione graduale o il differimento del piacere. Nulla giustifica invece il posporre la ricerca di nuove esperienze, perché ciò significherebbe soltanto «perdere delle occasioni», impreviste ed effimere, che vanno colte al volo senza alcuno sforzo preparatorio, e in qualsiasi istante si presentino, poiché ogni momento è buono e non vi è differenza tra l’uno o l’altro. La scelta del momento, per di più, non è consentita a chi ha deciso di vivere secondo il proprio capriccio. Non sta al consumatore decidere quando si presenterà la possibilità di un’esperienza stimolante, per cui egli dovrà essere pronto a non farsela sfuggire e ad apprezzarla, facendone il miglior uso possibile”19. Proprio il carattere estetico della società dei consumi svela l’inganno: la libertà del consumatore, che pareva ampliarsi grazie alla soppressione di qualunque tipo di etica, è illusoria e si riduce ad un attendere passivo le occasioni di consumo che altri fabbricano per lui, senza che il soggetto costruisca o faccia nulla.

Tutto quello che fa parte della vita ormai può essere goduto unicamente con i criteri dell’estetica del consumo, della capacità di provocare sensazioni, senza costruire nulla di proprio ma solo usando, con il tempo minimo possibile per desiderare e provare soddisfazione, senza promessa e senza compimento: i beni materiali, le relazioni, la religione e le esperienze spirituali, le identità, la presunta contestazione alla società consumistica, etc. … Bauman afferma che anche il lavoro può venire considerato dal punto di vista estetico: “la posizione occupata dal lavoro, o più precisamente dall’attività svolta, è inevitabilmente influenzata dall’attuale predominio dei criteri estetici. Come abbiamo già osservato, il lavoro ha perduto la sua posizione privilegiata, quella di asse attorno a cui ruotavano tutti gli altri sforzi per costruire la propria identità. Ma ha cessato anche di essere al centro di una profonda attenzione morale in quanto via maestra per l’elevazione spirituale e il riscatto dell’individuo. Il suo valore è giudicato in base alla sua capacità di produrre un’esperienza piacevole. E se non riesce a generarla, ovvero a offrire un’«intrinseca soddisfazione», perde anche ogni importanza. Altri criteri (compresa la sua presunta funzione nobilitante) non reggono il confronto e non sono abbastanza solidi da evitare che venga condannato come attività inutile o persino degradante per gli avidi ricercatori di sensazioni estetiche”20.

1 Cfr. soprattutto Z. Bauman, Lavoro, consumismo e nuove povertà, Troina (En), Città Aperta Edizioni, 2007.

2 Ibi, p. 21.

3 Ibi, pp. 20-21.

4 Ibi, p. 20.

5 Ibi, p. 19.

6 Ibi, p. 35.

7 Ibidem.

8 Ibi, pp. 35-36.

9 Ibi, p. 47.

10 Ibi, pp. 51-52.

11 Ibi, p. 45.

12 Ibi, p. 49.

13Al pari dei beni di consumo, anche le identità sono qualcosa che bisogna acquisire e possedere, ma solo temporaneamente, in modo da poterne assumere altre, senza estinguere il desiderio di impersonare ruoli nuovi e più importanti. E se questo è il fine non vi è mezzo migliore del mercato per raggiungerlo. Per far fronte alle sfide della vita contemporanea, ciò che serve è esattamente un’identità variabile e multiforme, paragonabile a una gamma di articoli intercambiabili, sostituibili e destinati a non durare a lungo, che si può trovare in un negozio”. Ibi, p. 50.

14 Ibi, p. 52.

15Si tratta di opzioni riservate a un ristretto numero di persone, poiché altrimenti ne deriverebbero conseguenze disastrose. Accrescere i risparmi e ridurre gli acquisti a credito sarebbe un fatto negativo in una società dei consumi che tende invece a dilatare questi ultimi considerando la propensione a spendere un buon segno per l’economia e a non vedere di buon occhio il differimento delle gratificazioni”. Ibi, p. 53.

16 Ibidem.

17 Ibi, p. 45.

18 Ibi, pp. 50-51.

19 Ibi, pp. 53-54.

20 Ibi, p. 55.

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