L’Omer

da Moked.it, il portale dell’ebraismo italiano.

Cos’è l’Omer? I rabbini vi risponderanno con dotte spiegazioni sul conteggio dei giorni e le settimane che intercorrono tra Pesach e Shavuoth, ma da agronomo mi sia permesso dare una risposta più terra-terra, sul significato letterale della parola ‘Omer. L’Omer è una pratica agricola, un modo di cogliere il frutto della terra che il Signore ci ha concesso.
Quando, a fine stagione, abbiamo un campo pieno di belle spighe cosa dobbiamo fare per coglierle e portare a casa il prodotto che il Signore ci ha elargito? Oggi, se poniamo questa domanda ad un giovane, ci risponderà, giustamente, che si entra nel campo con una macchina mietitrebbiatrice e in breve tempo si porta in magazzino la granella pulita; ma non molto tempo fa non era così, esattamente come non lo è stato per millenni e come facevano i nostri antenati, agricoltori nella Terra Promessa.

La raccolta e la pulitura dei granelli era suddivisa in fasi successive, ognuna distinta dalle altre e spesso esposta ad alee diverse. La prima fase era il taglio effettuato con la falce (o i falcetti).
A questa seguiva la raccolta dei culmi con le spighe, che venivano raccolte e legate, formando dei piccoli fasci che prendono nomi diversi a seconda della località. In italiano si chiamano covoni. In effetti in alcune descrizioni della mietitura manuale (che in Italia si protrasse praticamente fino a tutta la prima metà del XX° secolo) riportano una doppia fase per la formazione di covoni: una prima consisteva nel taglio di mazzi di culmi che una mano (la sinistra) poteva racchiudere (mentre la destra manovrava il falcetto per tagliare la paglia).

Questi mazzi di spighe venivano definiti ‘manipoli’: successivamente questi manipoli venivano legati in un fascio più grosso denominato ‘covone’ (che è la traduzione della parola ‘Omer in ebraico).

È quindi il distacco dalla terra, il passaggio emblematico della presa di possesso del raccolto elargito dal Signore e la formazione del covone ne è la rappresentazione concreta. È quindi questo che doveva essere portato in offerta al Santuario il giorno dopo Pesach per rendere grazie al Signore con un atto concreto. Per inciso, aggiungerò che è tradizione che il primo covone sia di orzo, perché è il primo cereale che viene a maturazione in Israele proprio nel periodo di Pesach, ma la specie che costituisce l’Omer non è indicata espressamente. È però noto che la coltivazione dell’orzo abbia avuto origine nell’area compresa tra Ur e Israele con estensione nella parte meridionale dell’Anatolia.

Si tratta probabilmente del cereale che per primo è stato coltivato dall’uomo: le testimonianze più antiche di coltivazione risalgono al 10.500 a.E.V., nel Neolitico, ben prima dell’epoca dei Patriarchi. Sicuramente tipi polistici (più di 2 file di cariossidi nella spiga) erano coltivati in Mesopotamia (cioè nell’attuale Iraq) nel 7.000 a.E.V., mentre nel 5000 a.E.V. l’orzo era diffuso anche in Europa centrale oltre che in Egitto, dove già nel 3000 a.E.V., cioé all’incirca nel periodo dell’esilio dei discendenti di Giacobbe, avveniva la trasformazione in birra. A causa della sua robustezza e soprattutto del ciclo breve che lo sottrae alle insidie della siccità precoce, fino al XV secolo fu tra i cereali più diffusi per la panificazione.

Il termine ‘Omer è divenuto anche un’unità di misura (circa 1,3 kg) forse per la necessità di normare l’entità minima dell’ offerta al Santuario.

Gradatamente, nel XX secolo, si cercò di meccanizzare i metodi di coltivazione così come erano pervenuti dai secoli precedenti: questo processo evolutivo affrontò separatamente, le varie fasi della raccolta: la mietitura con le barre falcianti (insiemi di forbici montate su un veicolo trainato solitamente da un cavallo) erano azionate dal movimento del veicolo. Operatori ausiliari di solito donne e ragazzi affiancavano la falciatrice e legavano i culmi di frumento tagliati e caduti sul campo formando grossi covoni, che venivano poi raccolti, caricati in cumuli alti su carri trainati da coppie di buoi, portati in cascina e ricoverati nel pagliaio.

Dopo qualche anno comparvero le mieti-legatrici: macchine che tagliavano alla base le spighe del grano e le legavano direttamente in covoni prima di abbandonarli sul terreno. Un carro trainato dai buoi doveva quindi provvedere al recupero dei covoni ed al loro trasporto in cascina al riparo dalle intemperie estive.

Ma i chicchi di grano non erano ancora pronti per il mulino. Alla mietitura seguiva la battitura del frumento, sull’aia della cascina. Mediante due bastoni legati tra loro con stringhe di cuoio i contadini, dopo aver sciolto i covoni, battevano le spighe di frumento traendone i chicchi liberati dalle glume che le ricoprivano. La pula veniva separata dai granelli, sfruttando il vento, oppure facendo saltare la mescolanza in cesti di vimini appositi costruiti con un lato ribassato.

Lentamente comparvero macchine, dapprima semplici e a movimento manuale e poi sempre più grandi e complesse, azionate da cinghie che prendevano il moto da una puleggia di un trattore. Era la trebbiatura. Un momento di festa nelle cascine per il raccolto che finalmente si concretava e diveniva disponibile per il consumo e la vendita. Ma era anche un momento di aggregazione tra vicini che si scambiavano il lavoro.

Ma nella seconda metà del XX secolo si diffusero le mietitrebbiatrici: il lavoro di mietitura era unificato alla trebbiatura ed avveniva direttamente sul campo. La formazione dei covoni perdeva senso: non si formavano più e tantomeno si portavano in cascina. L’Omer che fino ad allora oltre che un precetto era una della pratica agricola, restava solo una norma religiosa, anzi non essendoci più il Santuario restava solo il ricordo di un momento della coltivazione e la sua santificazione mediante il ringraziamento al Signore che ha elargito il raccolto.

Roberto Jona, agronomo

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