Gli animali nel Nuovo Testamento

da Alzogliocchiversoilcielo.blogspot.it, sito di taglio ecumenico con testi, audio e video di catechesi, commenti alle letture, conferenze, corsi biblici, lectio e omelie.

Gli animali sono ben presenti nel Nuovo Testamento, dove in genere assumono un ruolo simbolico, sia esso positivo o negativo. Se certo non faceva parte di quella cultura la sensibilità animalista che si sta sviluppando oggi, questo non ci impedisce di cogliere, soprattutto dietro alcune parole di Gesù, attenzione e amore per il creato.

Quando si legge la Bibbia per approfondire il tema degli animali, la prima impressione può essere piuttosto negativa: se non sono immolati sugli altari, vengono considerati cibo o strumenti di lavoro… Essi facevano parte della vita quotidiana della maggior parte delle persone, e il rapporto nei loro confronti era prettamente strumentale. Bisognava andare in Egitto per trovare delle divinità in forma di animali, e per questa loro spiritualità furono pesantemente criticati dai loro vicini ebrei. Se, quindi, non possiamo aspettarci di trovare tendenze animaliste nel Nuovo Testamento o nel suo contesto, dovremo comunque essere pronti a delle interessanti sorprese.

Già nel mediogiudaismo, ad esempio, troviamo tre voci fuori dal coro. Il Libro dei Giubilei (II secolo a.C.) racconta che, dopo il peccato di Adamo ed Eva in Eden, gli animali smisero di parlare la lingua degli esseri umani (Giub III,28). Questo serviva a spiegare perché, secondo Gen 1,30, in origine la dieta umana era vegetariana: come puoi mangiare un essere con cui puoi correntemente parlare? In 2Enoc (I d.C.), là dove si accenna alle modalità corrette del sacrificio si afferma: «Chi fa del male a un animale in segreto, è un cattivo costume, egli commette iniquità verso la sua anima» (LIX, 2-5). Simpatica, infine, l’idea dell’anonimo autore dell’Apocalisse degli Animali (1Enoc 85-90) di raccontare la storia del popolo d’Israele, usando animali diversi come metafore dei vari personaggi che l’hanno segnata (p.es. gli israeliti sono rappresentati come pecore). Nel Nuovo Testamento, gli animali compaiono in situazioni interessanti, principalmente con un valore simbolico.

L’AGNELLO CHE TOGLIE I PECCATI

Ogni anno a Pasqua i social e i muri di strada si riempiono di appelli degli animalisti a scongiurare la strage degli agnelli, piatto nazionale di questa festa. In effetti è curioso che i cristiani abbiano questa usanza, visto che sia il vangelo di Giovanni sia l’Apocalisse ci dicono chiaramente che un solo agnello pasquale è morto una volta per tutte, e questo è Gesù stesso. Anzi, nella letteratura giovannea “agnello” diviene un titolo per indicare il Salvatore, morto per i nostri peccati. Giovanni il battista, ad esempio, introduce Gesù definendolo: «Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). È quindi un po’ buffo che i cristiani vogliano mangiare (tanto più per Pasqua) proprio l’animale che rappresenta il loro salvatore: non basta il pasto simbolico della Santa cena? L’animale puro e innocente per eccellenza diviene la rappresentazione di Gesù, ultimo e definitivo sacrificio che rende di conseguenza inutile quello del tempio di Gerusalemme. E nella fervida fantasia dell’autore dell’Apocalisse, l’agnellino immolato viene immaginato in piedi, con sette corna (simbolo di potenza) e sette occhi (onniscienza) che sono i [sette] spiriti di Dio, mandati per tutta la terra. (Apoc 5:6)

LE BESTIE MITOLOGICHE

L’Apocalisse di Giovanni, in effetti, è lo scritto neotestamentario più ricco da questo punto di vista. Celebri sono la bestia che sale dal mare (che lega in sé i tratti del leopardo, dell’orso e del leone) e la bestia che sale dalla terra (con le corna simili a quelle dell’Agnello ma in realtà dalle fattezze di un drago), simbolo la prima dell’impero romano e la seconda, probabilmente, del culto degli imperatori (Apoc 13:1-18). Sono bestie terribili ma seducenti, che compiono miracoli e ammaliano le genti asservendole ai loro malvagi fini. Non sono animali reali ma patchwork di simboli, ripresi dalla letteratura profetica dell’Antico Testamento, per rappresentare poteri umani e angelici terribili per la loro violenza e sopraffazione. Ma il ricco bestiario dell’Apocalisse comprende anche gli animali da preda, come quelli “impuri” e “abominevoli” che si rifugiano tra le rovine di Babilonia (un altro simbolo per indicare Roma, Apoc 18:2) e che in 19,17-21 vengono convocati dall’Agnello per cibarsi delle carogne dei nemici di Dio. Oppure il grande drago rosso, che si avventa – raffigurazione di Satana – contro la misteriosa donna incinta del capitolo 12. Simboli delle forze della natura benefiche o devastanti, gli animali divengono qui gli elementi di una rappresentazione drammatica della persecuzione della Chiesa e dei poteri che la opprimono.

IL BUON PASTORE

Accennavo sopra all’Apocalisse degli Animali. Anche se questo scritto non fa parte del canone cristiano (tranne che in Eritrea e in Etiopia), esso ci mostra come l’immagine già veterotestamentaria del gregge per rappresentare il popolo di Dio rimase viva nella tradizione giudaica. Così non ci stupisce che Gesù viene raffigurato dal quarto evangelo come il buon pastore («Io sono il buon pastore; il buon pastore dona la sua vita per le pecore», Gv 10,11). Nei sinottici è famosa la parabola del pastore che cerca la pecora perduta (Lc 15,1-7). Gesù stesso, poi, mostra una forte attenzione per la bellezza della natura, dove Dio opera con la sua benedizione vivificante: «Osservate gli uccelli del cielo: non seminano e non raccolgono, né mettono da parte nel magazzino, ma il vostro Padre celeste li nutre» (Mt 6:26). E poi, per sottolineare la precarietà della vita del Figlio dell’uomo, richiama l’esempio degli animali selvatici: «le volpi hanno delle tane, e gli uccelli del cielo dei nidi, mentre il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9:58). Infine, in questo quadro possiamo collocare anche la colomba, raffigurazione dello Spirito santo, che scende su Gesù al momento del suo battesimo (Mt 3,16). Gli animali miti e ritualmente puri nella tradizione ebraica sono usati sempre per raffigurazioni positive.

I MIAIALI, EROI DELLA RIVOLTA ANTIROMANA

Gli animali possono comparire pure in situazioni piuttosto particolari, come nel racconto della guarigione dell’indemoniato di Gerasa (Mc 5,1-20): Gesù esorcizza una persona posseduta dai demoni e questi gli chiedono di non essere spediti fuori dal paese ma in un branco di maiali. Il particolare curioso è che questo demone si chiama “legione” «perché siamo in molti». Però i maiali oppongono resistenza all’occupazione della legione e preferiscono gettarsi nel lago e morire affogati. Abbiamo a che fare con una parabola antiromana? Sembrerebbe proprio di sì: neppure gli animali impuri per eccellenza accettano supinamente l’occupazione imperiale meglio la morte.

AVVOLTOI O AQUILE

In Lc 17,37 troviamo un misterioso detto di Gesù, verso la fine dell’Apocalisse sinottica, in cui il Maestro parla dei segni della fine dei tempi: «Dov’è il corpo, lì si raccoglieranno anche le aquile». È strano che si parli di aquile in riferimento a un cadavere e, infatti, molte traduzioni correggono con “avvoltoi”. Ma se si volesse veramente parlare di aquile come di una rappresentazione del potere romano? Il cadavere, dunque, potrebbe rappresentare Gerusalemme e le aquile potrebbero essere le legioni che nel 70 ne hanno fatto scempio. Si noti che questo detto non compare in Marco, che fu probabilmente scritto prima della distruzione della città.

INSULTARE GLI AVVERSARI

Per concludere, gli animali impuri possono essere evocati per insultare gli avversari. Nella seconda lettera di Pietro, cani e maiali sono un modo per inveire contro i falsi profeti che insidiano la Chiesa: «È avvenuto di loro quel che dice con verità il proverbio: “Il cane è tornato al suo vomito”, e: “La scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango”» (2Pt 2:22). Anche in Mt 7,6 Gesù cita questa coppia di animali impuri in un detto fortemente polemico: «Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le pestino con le zampe e rivolti contro di voi non vi sbranino». E Paolo non scherza quando proclama: «Guardatevi dai cani!» (Fil 3:2), riferendosi ai predicatori giudaizzanti che erano arrivati a Filippi.

Alla fine di questa carrellata, possiamo dire che gli animali sono ben presenti nel Nuovo Testamento, dove in genere assumono un ruolo simbolico, sia esso positivo o negativo. Se certo non faceva parte di quella cultura la sensibilità animalista che si sta sviluppando oggi in certi ambienti anche in Occidente, questo non ci impedisce di cogliere, soprattutto dietro ad alcune parole di Gesù, attenzione e amore per il creato. Un’attenzione che non abbiamo più il lusso di trascurare.

Eric Noffke. Pastore valdese, professore di Nuovo Testamento presso la Facoltà valdese di teologia a Roma.

[pubblicato su Confronti 09/2019]

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