Radici dell’antisemitismo teologico

da Riforma.it, il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.

Del processo di revisione che le chiese cristiane, in particolare le protestanti, e in particolare quelle tedesche, hanno avviato dal dopoguerra in merito al “fiancheggiamento” o alla “non-opposizione” al nazismo e alla persecuzione degli ebrei, fa parte anche un capitolo assai impegnativo, doloroso ma necessario, e che richiede strumentazioni e capacità scientifiche non da poco. Si tratta dell’esegesi e della compromissione di alcuni approcci alla materia biblica, che di fatto portarono acqua all’ideologia mortifera dell’antisemitismo nazista. Ne parliamo con il professor Daniele Garrone, docente di Antico testamento alla Facoltà valdese di Teologia in Roma, che ha partecipato alla presentazione del libro dello studioso svedese Anders Gerdmar Bibbia e antisemitismo teologico (Paideia) uscito da pochissimi giorni in Italia.

Professore, credevamo che l’antisemitismo di origine cristiana fosse quello del ‘500, dall’ambito cattolico a Lutero e ad altri Riformatori: invece c’è un antiebraismo molto più vicino a noi nel tempo?

«Il libro di Gerdmar analizza i lavori di alcuni importanti teologi, in particolare esegeti protestanti di area germanica (giacché l’esegesi storico-critica moderna si sviluppa in questo ambito a partire dal XIX secolo), mettendo in luce che anche in queste opere si trovano tratti di polemica antiebraica, di svalutazione dell’ebraismo e in alcuni casi (il più famoso quello di Kittel) addirittura una piena adesione all’idea che gli ebrei debbano essere segregati in quanto minaccia per la nazione. Purtroppo il problema non è solo del ‘500 e della nostra epoca: la visione stereotipata e perfino discriminatoria degli ebrei ha una tradizione ancor più lunga e purtroppo ha avuto conseguenze negative culminate nella Shoah: solo dopo questo evento le chiese, cattolica e protestanti, se ne sono rese pienamente conto».

Viene prima il pregiudizio, oppure un certo tipo di approccio ai testi biblici ha portato a questo tipo di ideologia?

«Difficile dirlo in breve: c’è una discussione in atto, in ambito accademico e storiografico, se si debba o meno distinguere tra un antigiudaismo teologico (che sarebbe soltanto una visione negativa dell’ebraismo secondo categorie religiose) e un antisemitismo che invece vi aggiunge una visione razziale, ideologica. Io personalmente credo che a fine ‘800 si sia iniziato a parlare degli ebrei come di una minoranza infima ma al tempo stesso potentissima, in grado di dissolvere l’integrità del popolo, insomma una visione dell’ebreo come minaccia per la nazione cristiana: ma so anche che tutto ciò era già stato preparato fin dal Medioevo e prima ancora, ed è precisa responsabilità del cristianesimo l’aver costruito un’“immagine” dell’ebreo che tra l’altro funziona anche in assenza di ebrei: è il caso di chi, pur non avendo mai incontrato cittadini ebrei, ne sentiva parlare in questo modo nella predicazione e nella catechesi; allora si capisce come mai a fine ‘800, senza che nessuno se ne stupisse, si sia cominciato a dire che “gli ebrei sono la nostra rovina”».

Le chiese, a partire da quelle tedesche, dopo la guerra hanno ammesso le loro responsabilità. C’è dunque un ripensamento anche in materia di studi esegetici?

«All’inizio c’è stata qualche esitazione, ma poi le chiese, soprattutto tedesche, hanno avviato questa riconsiderazione con molta incisività. Di colpo si trattava di fare i conti con una questione ben precisa: come mai una/due generazioni di cristiani hanno fallito di fronte all’affermarsi del nazismo, vuoi aderendovi, vuoi tollerando senza reagire? In seguito si è capito che, ben più a monte, sarebbe stato necessario impugnare la tradizionale visione che i cristiani avevano degli ebrei e molte letture bibliche che andavano a sfociare in una visione discriminatoria e caricaturale. Questo a livello di chiese; a livello di ricerca storiografica, ciò di cui parla il libro è già stato in parte studiato: molte delle figure su cui Gerdmar stesso si concentra sono già state oggetto di studi critici, ma l’utilità di un libro come questo non sta tanto nell’individuare profili e responsabilità personali, quanto nella capacità di affrontare gli snodi, gli intrecci e le problematiche in cui tali studiosi hanno sbagliato, al fine di non ripetere gli stessi errori».

Alberto Corsani

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