E se domani i preti lavorassero come gli altri?

da Labarcaeilmare.it, la Barca e il Mare, Chiesa e Dintorni.

Sarà stato il gran caldo o forse il semplice fatto che, d’estate, terminato il CRE non ci sono appuntamenti serali. Così, una sera, dopo un momento di lettura della biografia di don Milani che leggo da mesi (500 pagine per un curato sono tante e spesso devo rileggere alcune parti finite nell’oblio della memoria…), mi è sorta dal nulla una domanda: e se domani i preti avessero un lavoro come tutti gli altri? 

I soldi mancano. Le offerte diminuiscono

In realtà forse la domanda non nasce proprio dal nulla e non è proprio così banale. Qualche giorno prima un confratello mi diceva che, a partire dal 2025, con l’8 per mille al massimo si riuscirà a coprire gli stipendi dei preti, tramite gli istituti diocesani per il sostentamento del clero che li erogano. Se la matematica non è un’opinione, così come evidente è il fatto che le offerte nelle nostre parrocchie calano, non è fantasia pensare che, nemmeno tra troppi anni, stipendiare i preti sarà un altro problema che andrà ad aggiungersi ai molti che la Chiesa già ha (uno su tutti: il mantenimento delle tante e immense strutture, di cui molte vuote e inutilizzate). 

Quelli che già lavorano: gli insegnanti di religione. Ma…

Che fare? Ad oggi è già in atto una contromisura a questo problema, che mi sembra però non possa essere risolutiva della questione. Si tratta della scelta di chiedere ai preti di impegnarsi nell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole per un numero di ore abbastanza elevato, talvolta fino a raggiungere l’orario pieno di cattedra.

In questo modo, essendo il sacerdote stipendiato dallo stato per il suo servizio di docenza, non è necessario l’intervento del sostentamento clero ad integrarne lo stipendio (anzi, se non erro, qualora lo stipendio erogato dallo stato superi la cifra che è stabilito il prete percepisca, il medesimo prete deve trasmettere la cifra percepita in più come conguaglio al sostentamento clero). 

Questa, che al momento appare come soluzione buona, presenta tuttavia criticità rilevanti. In primis, il rischio è quello che si chieda anche a chi non è predisposto all’insegnamento o addirittura lo vive personalmente come un peso, di insegnare comunque, con tutto ciò che ne consegue: non sta bene il prete e non stanno bene i suoi alunni. 

Il Concordato potrebbe essere messo in discussione

Inoltre, gli ultimi dati dicono di una forte diminuzione degli alunni avvalentesi dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole secondarie di secondo grado e, pian piano, anche in quelle di primo grado. Che fare quando, inevitabilmente, si tornerà a mettere in discussione la presenza della religione cattolica tra le discipline scolastiche, seppur essa sia facoltativa?

Su questo aspetto, molti affermano che, essendo l’insegnamento IRC previsto dal Concordato, non ci sono rischi: a mio modesto parere, invece, ci sono eccome… Ricordiamoci infatti che, quando si è in forte minoranza, non è difficile da parte di chi è in maggioranza far accettare le modifiche ai concordati, con le buone o cattive maniere.

Inoltre, a livello etico, ce la sentiamo davvero di non far insegnare i laici laureati in scienze religiose nei nostri istituti per lasciare spazio ai preti? Con che coraggio promuoviamo gli studi teologici per i laici, se questi non sfociano in alcuna possibilità lavorativa? Dunque il problema resta.

Immaginiamo. Un medico prete, o insegnante di filosofia, o commercialista…

Eppure, pensavo, una soluzione c’è. Scontata forse, ma c’è! I preti potranno lavorare come tutti gli altri! Penso a qualche confratello che è entrato in seminario dopo altri studi. Cosa impedisce che un prete laureato in medicina possa esercitare la professione medica per alcune ore giornaliere? O che un prete laureato in filosofia o fisica possa insegnare in un liceo? O che un prete ragioniere possa lavorare in un ufficio come i suoi compagni delle scuole superiori? 

Qualcuno risponde: eh ma in questo modo i preti non farebbero più i preti! Su questo credo si possa discutere. È chiaro che se l’unico modo contemplato di esercitare il ministero è quello classico del parroco o del curato così come prevede il modello tradizionale di presbitero che tutti conosciamo in quanto presente nelle nostre diocesi lombarde questa idea non può che risultare bizzarra.

Tuttavia, basterebbe provare a vedere leggermente più in là del nostro naso per scoprire realtà nelle quali i sacerdoti esercitano il loro ministero pastorale unitamente a un’altra professione. Certo, in questo caso non ci sarebbe più il parroco sempre disponibile in casa parrocchiale e il curato in oratorio (cosa che già, peraltro, non è più nelle parrocchie piccole o per i casi di preti impegnati in più comunità), ma un presbitero che cura la liturgia e la catechesi serale, mentre la gestione delle strutture e altre attività verrebbero affidate ad altre persone, volontarie e non. Da parte mia, sarei curioso di vedere (come già accade ordinariamente, ad esempio in Canada) i risvolti di questa esperienza. Sarà per la mia attitudine a vedere nelle innovazioni non un pericolo per la tradizione, ma uno sviluppo positivo della stessa nei tempi che cambiano, ma credo ne vedremmo delle belle… E forse noi preti capiremmo di più la vita della nostra gente; e questo, certamente, male non ci farebbe!

don Alberto Varinelli

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