Sogni e speranza, per la politica che verrà

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

L’improvviso palesarsi all’orizzonte delle elezioni politiche – per certi versi una pratica alla quale non eravamo più abituati – non può che sollevare reazioni, considerazioni e aspettative diverse, dal classico disilluso («tanto non cambia niente») al cittadino impegnato che prende seriamente il proprio dovere civico, preparandosi e informandosi «dalla mattina a notte fonda» (sullo stile, per gli appassionati, del rag. Ugo Fantozzi). D’altra parte, soprattutto di questi tempi, non è facile sentirsi liberi di esprimere un proprio parere, specie se all’interno di una cornice chiaramente di fede, per giunta cristiana. Il riferimento ovviamente è alla non poco velata strumentalizzazione di un certo devozionalismo di matrice cristiana (almeno in superficie), che in maniera grottesca mischia politica e credenza (corrompendo entrambe), facendo così perdere a priori credibilità a qualsiasi parere “dal sapore cristiano” in ambito politico.

Queste poche battute, allora, non vogliono suggerire delle preferenze né tanto meno mettere in luce dinamiche, problematiche o aspettative che da più parti, comunque, in questi giorni potremo sentire, percepire e più o meno condividere. L’intenzione, piuttosto, è esprimere a voce alta una speranza, un desiderio, volgendo lo sguardo «alla politica che verrà».

Come ben sanno gli specialisti, il periodo storico nel quale viviamo veniva definito, almeno fino a qualche anno fa, come post-moderno, vale a dire un tempo che si è ormai distaccato e lasciato alle spalle l’epoca moderna. Il principale carattere di questo nostro tempo, e quindi della sua società, è quello che Baumann definì come «liquidità», declinata a suo modo da Benedetto XVI come «relativismo», e che per intenderci – senza voler entrare nei dettagli – potremmo definire come “mancanza di” o “difficoltà nel darsi” un’identità chiara e distinta. Non è un caso che proprio la definizione stessa di post-moderno, in effetti, definisca il nostro presente ma a partire dal passato. «Noi» siamo ciò che viene «dopo il moderno»; ma cosa siamo «noi»? È un po’ come se i medioevali fossero stati in grado di definirsi tali, paradosso che nasce proprio dal fatto che un periodo, in realtà, lo si può “de-finire” solo nel momento in cui è “finito” (come il Medio-evo, per l’appunto).

Tornando al nostro discorso originario, questa «liquidità» intesa come difficoltà a darsi un’identità è tutt’altro che vista come un ostacolo o un difetto. Al contrario, essa nasce dall’aver felicemente lasciato da parte quelle che Lyotard ha definito le «grandi narrazioni», vale a dire le grandi ideologie del Novecento (fascismo, nazionalsocialismo, comunismo ecc.). Con la caduta del muro di Berlino, anche l’ultimo di questi grandi “-ismi” è terminato, si è letta l’ultima pagina anche di questa “grande narrazione” e si è rimesso al centro ciò che più conta e che sempre dev’essere tutelato: la libertà (sia essa politica, economica, culturale ecc.). «Liquidità», quindi, è sinonimo di «libertà».

È proprio qui, tuttavia, che, alla luce degli effettivi sviluppi della storia politica italiana, sorge un dubbio e quindi una speranza. Potremmo dire così: non sarà che insieme all’«acqua sporca» delle ideologie abbiamo anche buttato «il bambino» dell’ideale? In senso stretto, l’ideo-logia è un discorso razionale e argomentato circa un’idea o un ideale. Assodato il fatto che le concretizzazioni del secolo scorso di determinate idee (o ideali) andavano e vanno tutt’oggi archiviate, sorpassate e condannate (con buona pace di certi orientamenti politici attuali), resta il fatto che un discorso serio a partire da determinati ideali è o, per lo meno, dovrebbe essere il terreno fecondo dal quale partire per “fare politica” oggi. Non è questo, d’altra parte, ciò che si intende quando si sente auspicare una politica capace di costruire alleanze e coalizioni di larghe intese, con programmi condivisi di ampio respiro?

Qualcuno saluta con entusiasmo l’abbandono, il tramonto degli antichi schieramenti di destra e di sinistra (che effettivamente sembrano essere venuti radicalmente meno). Ma si può davvero riconoscere in questo un effettivo vantaggio, se insieme alla sterile etichetta (di cui certo si può fare a meno) si è perso anche l’interesse per quei valori che, certo, saranno astratti, spesso utopici ed evanescenti, ma sapevano guidare l’azione, l’impegno e romanticamente il cuore di chi si schierava da una parte o dall’altra? Se oggi, al loro posto, non ritroviamo valori condivisi (perché pur sempre di ideali si tratterebbe) ma semplicemente l’interesse economico, il tornaconto personale, il favoritismo clientelare, cosa ne ha guadagnato effettivamente il Paese? Se tutto si gioca nel qui e ora, in soluzioni (spesso neanche tali) a breve termine, in programmi di corto cabotaggio, dove si può trovare la passione, l’entusiasmo e (perché no) la capacità di sognare che dovrebbero muovere l’impegno e il lavoro di un vero statista?

Il mondo cambia velocemente, e qualcuno dice che la dizione da noi ricordata di «post-moderno» potrebbe già essere “antiquata”. Ebbene, di cosa possiamo discutere o su cosa possiamo costruire qualcosa, se il nostro orizzonte è limitato alla situazione qui e ora, che oggi c’è e domani potrebbe essere spazzata via da una guerra improvvisa o da una pandemia mondiale? Il nostro presente concreto, sociale e politico, dovrebbe essere il palcoscenico sul quale mettere in scena sempre nuovi drammi che nascono da una regia che condivide determinati ideali; il luogo in cui trova determinazione concreta e attiva una politica che nasce dal confronto e dall’elaborazione di un programma di ampio respiro, capace di entusiasmare, risvegliare le passioni e, come si diceva, far sognare. Perché nemmeno tutti i soldi di questo mondo valgono una politica che nasce da e sa dare concretezza a un vivere sociale e civile umano, giusto, disponibile, accogliente, aperto e fraterno. Ripensandoci bene, tutta quella spettacolarizzazione del religioso che abbiamo citato in precedenza, non sarà forse il tentativo proprio di colmare, malamente e rozzamente, questo vuoto “ideologico” che abita la politica, servendosi di facili stereotipi vecchi di duemila anni, per giunta falsificati e per nulla compresi, sperando che almeno questi scaldino e attirino qualche animo più nostalgico o semplicemente (e realmente) credente?

Concludendo, questa è la nostra speranza. Non una politica ideale (che in quanto tale non esisterebbe) quanto una politica dell’ideale, solo così capace di dare forma al reale. Quelli che abbiamo voluto offrire sono solo alcuni spunti, su cui tuttavia credo sia necessario riflettere, per recuperare una dimensione più alta e costruttiva della politica, quale autentico interesse per la polis. E se qualcuno si domandasse da dove partire, qualche buono spunto potrebbe ancora venirci da un’idea, da un motto non solo precedente il nostro tempo post-moderno, ma anzi proprio all’origine della Modernità: libertà, uguaglianza e fratellanza (parole che, tra l’altro, potrebbe suscitare anche un sano interessante teologico: e se Dio stesso, nel suo essere Trinità, potesse essere pensato proprio così, in sé libero, uguale e fraterno?). Certo, niente di originale. Eppure, se davvero ripartissimo da qui per fondare la nostra repubblica (visto che di «lavoro» ce n’è sempre meno…), forse molti problemi potrebbero trovare una strada per iniziare a essere risolti.

Stefano Fenaroli

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